11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

domenica 12 giugno 2011

1243


A
memoria d'uomo, più di cinque secoli erano trascorsi da quando, per l'ultima volta, un essere umano si era serbato occasione di confronto con la magnificenza propria del santuario dedicato al dio Thatres, ed eretto da almeno otto secoli fra le scoscese cime dei monti Rou’Merth. Un tempo sicuramente significativo, un intervallo indubbiamente evocativo nel proprio pur semplice e presunto computo, che non avrebbe potuto evitare di imporre a quello stesso ambiente, mezzo millennio prima sicuramente straordinario, indubbiamente impressionante nelle proprie architetture e nelle proprie ricchezze, un decadimento, un degrado, spiacevole e pur naturale, inevitabile, in conseguenza dell'abbandono del medesimo, ormai ridotto a triste, fatiscente vestigia di un'epoca ormai e purtroppo irrimediabilmente perduta.

Il dio Thatres, nel pantheon proprio della cultura tranitha, avrebbe dovuto essere riconosciuto quale uno dei divini figli del potente dio Tarth, signore dei mari e principale riferimento di tutta la religione del regno di Tranith in spontanea conseguenza alla sua stessa conformazione fisica, solo in minima parte peninsulare e, altresì, in misura maggiore, predominante insulare, costituito da un numero sorprendente, straordinario, e probabilmente neppur mai formalmente censito, di isole, di ogni forma e dimensione, e geograficamente raggruppate, per semplice e naturale necessità di reciproco sostegno ancor prima che per un qualunque intervento politico imposto dall'alto, in un altrettanto straordinario e sorprendente numero di arcipelaghi.
Sebbene progenie di un tanto importante genitore, del più importante dio che mai in Tranith avrebbe potuto essere individuato, Thatres, al pari di una fin troppo estesa schiera di divinità minori, non aveva mai potuto vantare una presenza particolarmente significativa, consistente, di suoi prediletti fedeli all'interno del territorio del regno, neppure in quello che avrebbe eventualmente potuto essere indicato qual il periodo di massima influenza del suo stesso nome. Dopotutto, egli non era mai stato riconosciuto né quale il primo, né quale il più potente fra tutti i figli di suo padre, e, al contrario, sotto diversi punti di vista, era persino stato identificato quale un'eccezione negativa, soprattutto nel confronto con il carattere e le caratteristiche proprie di tutti i suoi fratelli e altri sempre divini parenti e affini: ove infatti Tarth, principio maschile di tutta l'illimitata e indomabile forza dei mari, e Thyres, equivalente principio femminile, a lui non seconda né in potere né in gloria, si ponevano da sempre costantemente presenti nei cuori di tutti i tranithi, qualunque fosse la loro specifica isola o paese o città di provenienza; e ove i rispettivi eredi, tanto immortali, quanto, a volte, persino e solamente semidivini, esercitando comunque influenza sulle correnti, sui venti, sulle onde, sulle tempeste o quant'altro, in conseguenza del proprio retaggio, non mancavano spesso e volentieri di essere ricordati nelle invocazioni o nelle imprecazioni di molti marinai locali; Thatres, unico fra loro a non essere collegato in maniera diretta al dominio del proprio genitore, quanto, piuttosto, relegato all'influenza sulle acque dolci, non aveva potuto, proprio malgrado, che essere ideologicamente discriminato e, quasi e persino, dimenticato dalla maggior parte della popolazione, nel vedersi relegato a un semplice nome ricordato da qualche sacerdote o uomo di fede, o, nei contesti più fortunati, ad anonima statuetta votiva posta in prossimità di qualche fonte d'acqua dolce, a benedizione della medesima. Una discriminazione di fronte alla quale, in verità, il dio non aveva mai ceduto a reazioni emotive, all'ira, alla violenza a punizione di sì scarsa considerazione per sé e per il proprio ruolo, dimostrando, comunque, in tal comportamento la fierezza del proprio stesso retaggio, del proprio nome e del proprio ruolo divino, dal momento in cui, soprattutto nella concezione tranitha della fede, mai un dio degno di essere tale avrebbe potuto riservarsi concreta occasione di pena per gli affari propri dei mortali, consapevole di quanto essi stessi fossero limitati, caduchi, e, in ciò, la loro effimera presenza nel Creato non avrebbe potuto rappresentare ragione di preoccupazione per qualunque dio o dea immortali.

Malgrado simile, reale e generalizzato disinteresse a sfavore del dio Thatres, in un'altra epoca, in un altro periodo della storia del regno di Tranith, qualcuno aveva ritenuto giusto, corretto, forse persino necessario, erigere un maestoso tempio dedicato al suo nome, santuario riservato al suo culto che, dopo probabilmente oltre un intero secolo di intensi lavori, era lì perdurato per altri trecento anni, prima degli eventi tragici e funesti che ne avevano sancito il definitivo abbandono.
Contesto prescelto per tale edificazione era stato quello proprio dei monti Rou’Merth, in prossimità alle sorgenti del fiume Lymiha, il maggiore della penisola minore del territorio tranitha.

Contrapposta alla straordinaria e imponente catena dei monti Rou’Farth, colonna vertebrale non solo della penisola maggiore di Tranith quant'anche estesi a netta demarcazione del confine fra i due regni antagonisti di Kofreya e Y'Shalf e, ancora, a settentrione imposti in quasi tutto il territorio del fiero regno di Gorthia, la catena dei monti Rou’Merth sarebbe potuta apparire minoritaria, quasi ininfluente con la propria presenza sul territorio, per quanto, in effetti, a sua volta spina dorsale di tutta la penisola a loro riferita e probabilmente esistente solo in diretta conseguenza della loro stessa esistenza. Un giudizio, quello che in tal modo sarebbe potuto essere formulato, che sarebbe allora dovuto essere ritenuto oggettivamente ingrato verso quell'importante presenza, e considerato in misura ancor più grave qual errato ove sotto alcun profilo di natura geologica, faunistica, floristica o, più semplicemente, estetica, quei monti avrebbero potuto essere additati quali inferiori ad altri, stagliandosi, seppur per un'estensione minoritaria, con imponenza e forza tutt'altro che minoritarie a quelle dei propri lontani corrispettivi. Sola concreta differenza fra le due formazioni montuose, in effetti, avrebbe potuto essere rilevata nella diversa frequentazione umana degli uni rispetto agli altri, ove, in conseguenza alla loro particolare posizione, i Rou’Farth si imponevano qual naturale crocevia per numerosi percorsi di natura commerciale e non solo, oltre che come fronte di guerra nel sempiterno conflitto fra Kofreya e Y'Shalf, mentre, i monti Rou’Merth risultavano essere più isolati, meno affollati, quasi abbandonati al proprio fato, ove qualunque insediamento umano pur presente lungo le coste della penisola, si concedeva essere abitualmente collegato al resto del mondo dal traffico marittimo, ancor prima che da eventuali convogli terrestri.
E così come già lo stesso dio Thatres, anche i monti Rou’Merth, nel confronto con il pensiero popolare e con la fama dei propri "fratelli" orientali, erano, e continuavano a essere, loro malgrado abitualmente discriminati, in ciò offrendo, paradossalmente, una certa assonanza con il medesimo tale da farli risultare scelta eccellente, se non persino obbligata, qual località per il tempio della divinità.

Il santuario di Thatres, al di là di ogni avversa precondizione, per tre secoli era comunque e indubbiamente rimasto attivo fra le cime dei monti Rou’Merth, alle sorgenti del fiume Lymiha, proponendosi, in tal lieto, importante periodo della propria storia quale pur frequentato da una folta schiera di fedeli e di adepti al suo culto, che, in tale, naturale oasi di pace, si erano rifugiati, a distacco dalla quotidianità del mondo comune e dalle sue violenze, dai suoi pericoli, dai suoi dolori.
Vana, purtroppo per tale folta comunità di eremiti, si era successivamente dimostrata essere tale propria volontà di estraneazione dal resto del Creato, dal momento in cui, per quanto tanto poco considerati, alfine avevano attratto un interesse, e un interesse a loro avverso, dopo tanti secoli ormai obliato nella propria esatta identità, che sino a quelle cime montuose aveva sospinto quella stessa violenza dalla quale tutti loro erano rifuggiti, si erano esiliati, imponendo in breve tempo, leggenda vuole in una sola, sventurata notte, la morte di tutti loro e, con essa, la prematura conclusione della storia di quello stesso tempio, da quel giorno ricordato solamente qual luogo funesto e, in ciò, privo di qualsivoglia attrattiva per altri, eventuali fedeli o, più semplicemente, semplici avventurieri. Sebbene, infatti, la posizione del santuario, per mezzo millennio, fosse rimasta nota, non paragonabile a quella di una qualunque capitale o grande città, ma neanche dimenticata qual pur avrebbe potuto essere, nessuno aveva colto ragioni di sorta utili a sospingersi verso il medesimo. Ed esso, alfine, si era ritrovato circondato, come altri luoghi caratterizzati da una similare storia di violenza, sangue e morte, da molte superstizioni, dicerie riguardanti mostri e spettri che, entro quei confini un tempo sacri, avrebbero imposto terribili punizioni per chiunque lì si fosse sospinto.
Uno stato di abbandono e di isolamento, di requie quasi letargica, che, a distanza di cinque secoli, in una giornata d'autunno apparentemente non diversa da qualunque altra precedente, stava alfine per essere interrotta dall'avvento, praticamente contemporaneo, seppur reciprocamente indipendente, di sin troppe figure umane, a partire da una coppia di fratelli in insolita competizione fra loro.

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