11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

giovedì 5 gennaio 2012

1447


P
sicologicamente prossimo a lei, per quanto a indubbia distanza rispetto alla posizione occupata da Masva, ove asceso anch'egli a bordo della nave pirata, Hui-Wen sembrava star lì impegnandosi al fine di riscattare l'onore del proprio intero continente, e non semplicemente del proprio regno d'origine, dall'onta cinque anni prima resa propria dal suo predecessore Ron-Hun, colui che tanto dolore e tanta morte aveva sparso nelle fila del già ristretto equipaggio della Jol'Ange, fra coloro che a lui avevano guardato come a un amico, a un fratello, e da lui, invece, avevano ottenuto solo tradimento e violenza, violenza addirittura ingiustificata oltre che ingiustificabile. E se anche Ron-Hun era morto forse sin troppo velocemente, ucciso da un giusto impeto vendicativo del povero Av'Fahr; e se anche, e ancora, Hui-Wen ne sembrava aver ricoperto il posto, psicologicamente associabile in maniera eccessivamente ovvia alla figura del traditore, fosse anche e solo per la comune origine orientale, di quell'estremo oriente addirittura abitualmente neppur preso in considerazione dagli abitanti di Qahr; tutta la cieca furia, tutto l'indomabile furore che quell'ultimo stava dimostrando, pur apparentemente privo di una personale motivazione di vendetta essendo egli subentrato a bordo dell'equipaggio solo a seguito di quei tragici eventi, avrebbe potuto essere giustificata unicamente in un proprio intimo e personale desiderio di riscatto per il buon nome della propria terra natia, per la gloria della quale ogni suo movimento, ogni affondo della sua spada, mantenuta nella mancina, o del suo stiletto, impugnato con la destra, erano così dal suo cuore destinati.
E sebbene, dal basso della propria posizione, Be'Sihl non avrebbe potuto che definirsi più che soddisfatto per la violenza a cui Hui-Wen e Masva, così come Camne e Av'Fahr, e, ancora, Berah e Noal, i primi su un fronte, gli altri sull'altro, si stavano ritrovando costretti, nella prevedibile, e prevista, sola evoluzione del loro attacco diretto alla Mera Namile, pur lì apparentemente sviluppatosi in direzione inversa; al tempo stesso lo shar'tiagho non avrebbe potuto ignorare quanto, da parte propria, fosse richiesta, fosse necessaria, una più che rapida, lesta, celere conclusione del compito riservatogli dal fato medesimo ancor prima che da Desmair o dai propri altri compagni o da se stesso, ove ogni suo istante di ritardo, ogni pur effimero momento speso invano, avrebbe potuto costare la vita a uno dei propri compagni, a uno fra coloro che pur tanto, per la riuscita di quel comune piano e, soprattutto, per la salvezza di Midda Bontor.

« Dannazione! » imprecò, non riuscendo a trattenersi all'ennesimo insuccesso e, nel trasporto emotivo del momento, arrivando quasi a gettare lontano da sé la tavola di legno per lui pur allora rappresentante l'unico appiglio al quale poter offrire riferimento.

Un gesto sicuramente comprensibile, il suo, ove animato dalla volontà di riservarsi maggiore libertà di movimento possibile al fine di concedersi possibilità di un lancio degno di essere definito tale, che purtroppo non sarebbe potuto essergli perdonato dalla sorte se solo, effettivamente, fosse giunto a compimento: la foga di un singolo istante, per quanto giustificabile, lo avrebbe infatti condannato ad affogare, a precipitare non dissimile da peso morto nelle profondità imperscrutabili di quel mare. Un destino, quello così potenzialmente riservatogli, al quale egli avrebbe gradito non concedersi, ragione per la quale, nel momento in cui si rese conto della stupidaggine che stava inconsapevolmente per compiere, si strinse nuovamente, e non privo di legittimi timori, a quella sola, indispensabile compagna priva di ogni ragione di colpa per i propri insuccessi e da lui, in tal modo, ingiustamente accusata per i medesimi.
Ingoiando una nuova imprecazione e un insulto, che in quel momento sarebbero stati rivolti unicamente a proprio stesso discapito, l'uomo si costrinse a porre maggiore attenzione a sé e alle proprie emozioni, invidiando, non poco, la freddezza abitualmente tipica della propria amata e, oggettivamente, già rilevata anche in molti altri uomini e donne di mare suoi pari.
Berah, si impose di ricordare, glielo aveva spiegato: il mare non si può ingannare. Gli uomini possono essere ingannati, gli dei possono essere raggirati, persino la morte può essere schernita in determinati casi, ma non il mare. Mai il mare. Il mare avrebbe sempre e comunque riconosciuto quanto celato all'interno del cuore di coloro che con il medesimo avrebbero deciso di confrontarsi. Avrebbe sempre e comunque identificato e distinto il coraggioso dal pavido, l'onesto dall'imbroglione, il giusto dall'empio, ricompensando i primi e punendo i secondi, aiutando e sorreggendo coloro che a sé si fossero approcciati con umiltà e, al contrario, condannando e distruggendo coloro che avessero dimostrato superbia, orgoglio, persino vanità. E dove egli avesse voluto aver a che fare con il mare, come, suo malgrado, in quel momento si poneva costretto a essere, non avrebbe mai dovuto dare per scontato, per prevedibile o banale, il comportamento del mare nei propri riguardi, qual testimonianza di una psicologica, di un carattere totalmente diverso da quello proprio della terra sulla quale egli era nato e cresciuto. In ciò, paradossalmente, persino la sua stabilità, la sua presenza attorno al proprio corpo, non sarebbe potuta essere minimizzata qual ovvia, così come, suo malgrado, stava per compiere nel liberarsi dalla propria tavola di legno, ove, se anche la terra avrebbe saputo accettare di essere data per certa al punto tale da ritrovarsi dimenticata da tutti, il mare non avrebbe mai tollerato tanta indifferenza nei propri riguardi, punendo impietosamente chi, tanto stolido, si fosse in tal modo con sé confrontato.

« Bene… stai calmo. » si ordinò, rivolgendosi a se stesso come a un proprio compagno, nell'invitarsi a una quiete prima dimenticata « E' inutile insistere in dozzine di lanci. Quello che ti occorre e un solo, singolo lancio corretto… »

Iniziando, così invitatosi, a far roteare nuovamente la cima sopra la propria testa, sfruttando il rampino come peso per garantirsi tale opportunità, il locandiere tentò di svuotare la mente da ogni affanno, sforzandosi di dimenticare le effettive ragioni per cui stava compiendo tutto ciò e relegando, in ciò, l'intera questione a una specie di giuoco, attuando una risoluzione psicologica allo scopo di non permettere ad alcun nervosismo, ad alcuna ansia di influire nel proprio gesto o, più semplicemente, sulla propria concentrazione.
Un solo tiro. Un tiro preciso. E tutto sarebbe lì finito. Non iniziato. Finito. Un solo tiro preciso e sarebbe potuto tornare a casa sua, alla sua locanda in Kriarya, ritrovandosi ad adorare, come mai prima di allora, la città del peccato, con tutti i suoi pericoli, con tutte le sue minacce, e pur, ormai, divenuta per sé straordinariamente familiare. Forse e persino più della sua terra natia, regno al quale non riusciva più a considerarsi così legato, così unito, non dove, ormai, tutta la propria esistenza aveva trovato senso di esistere entro le mura de "Alla Signora della Vita". Ma se ciò era avvenuto, se tutto questo aveva avuto ragion d'essere, l'unico reale sprone, l'unico vero e saldo motivo, avrebbe dovuto essere ricercato non tanto per una qualche caratteristica esclusiva di Kriarya o di Kofreya, quanto, piuttosto, per la presenza in quegli stessi territori, in quella medesima urbe, della Figlia di Marr'Mahew, colei che tanto era riuscita a entrare a far parte della sua vita al punto tale da non potergli permettere di concepire una qualche idea di quotidianità, o di futuro, in sua assenza. Ma non a Midda avrebbe lì dovuto concedersi di pensare, ove, in tal caso, il suo lancio avrebbe potuto ancora una volta dimostrarsi erroneo, vano, e la vita della medesima avrebbe potuto vedersi, per tal ragione, tragicamente compromessa.
Un solo tiro gli era necessario. Un tiro preciso. E tutto sarebbe lì finito.

« Oh… dei… guidate la mia mano! » pregò, con un'intensità, un trasporto mai conosciuto prima di allora in una vita pur spesa nella sincera adorazione delle proprie divinità, in una concreta fede nella loro esistenza e nella loro capacità di influire, nel bene così come nel male, sulla quotidianità di ogni singolo individuo.

In quel momento, così come in ogni altro a seguire nel ripensare a quanto finalmente occorso, impossibile sarebbe stato e fu per lo stesso Be'Sihl definire se il proprio successo avrebbe dovuto essere giudicato qual conseguenza della grazia di un qualche dio o, solo e più semplicemente, di un lancio alfine perfettamente calibrato dal suo tocco ormai esperto, reso tale in virtù di sin troppi fallimenti.
Ciò che, malgrado tutto, fu comunque estremamente chiaro, esterno a ogni possibilità di dubbio o di originale reinterpretazione, fu la traiettoria percorsa dal rampino, finalmente impegnatasi a tracciare un'alta e stretta parabola così come da lui ricercato, definendo quel solo movimento per effetto del quale avrebbe potuto concedersi un solido contatto con la Mera Namile e con il suo legno: un contatto, nel dettaglio, ottenuto proprio là dove desiderato e pregato, ossia sul bordo inferiore di una delle finestrelle presenti lungo il perimetro del cassero, lì divenuto obiettivo del suo interesse, di quella sua ossessiva ricerca.

Nessun commento: