11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 11 novembre 2008

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Q
uanto accadde in seguito non fece altro che offrire ai quattro cavalieri sostegno e conferma nelle ragioni già note ed apprezzate per preferire la cremazione, vigente nella loro epoca, rispetto alla semplice sepoltura, in uso nel passato remoto in cui quella necropoli era stata eretta, quale primo appuntamento a seguito dell’irrinunciabile impegno con la morte.
Una leggera scossa sismica, simile ad un lieve terremoto, vide il gruppo radunarsi in postura di guardia spalla contro spalla per proteggersi reciprocamente da ogni possibile avversario: breve fu quel movimento del pavimento e quand’esso si arrestò sotto i loro piedi, lasciandoli sospettosi e diffidenti nell’attendere la prima delle prove loro offerte, le pareti continuarono ugualmente a vibrare, quasi fossero entrate in risonanza. Ma tale fremito, simile pulsazione, non si stava proponendo quale conseguenza della scossa iniziale quanto, altresì, di una serie di colpi secchi e ritmici provenienti dall’interno di ognuno dei sepolcri lì ricavati. Lo sguardo di Carsa, già rivolto casualmente in tale direzione, corse immediatamente verso il sarcofago non lontano da loro, posizionato all’estremità orientale del corridoio sul quale erano usciti, vedendo le statue minori site sopra il coperchio del medesimo fremere violentemente, forzati contro natura fino a quando i loro arti non si infransero rumorosamente: bianchi e marmorei sigilli imposti sopra a quella tomba, come a volerla mantenerla serrata in eterno, essi furono spazzati quasi non fossero stati altro che semplice ceramica, in conseguenza di una spinta di immane violenza che vide l’opercolo gettato in aria. E nel momento in cui esso ricadde a terra, non lontano dai quattro che si doverono scansare per non correre il rischio di essere travolti da tale impeto, una mano annerita dal tempo, dalla decomposizione della carne e dalla mummificazione della pelle attorno ad ossa ormai secche, si propose sul bordo finalmente libero, allo scopo di concedere un naturale punto di leva per risollevare il resto del corpo.

« Thyres… » commentò Midda, osservando la scena « Non credo di avervi mai detto quanto non sopporto gli zombie… vero? »
« Perché, ne hai già affrontati?! » chiese Howe, trattenendo un moto di nausea, un conato di vomito di fronte a quell’evento temuto eppure atteso.
« Gli ultimi nella palude di Grykoo… prima ancora altrove… » rispose la mercenaria.

Una dopo l’altra, in rapida successione, le lapidi di ogni sepolcro furono rimosse con forza, spinte dall’interno verso la cripta, generando in conseguenza di tali impulsi una serie di grosse nuvole di polvere che investirono gli elementi del gruppo mercenario, costringendoli a coprirsi istintivamente bocca e naso per evitare di esser soffocati da essa: nell’emergere dai propri giacigli, dalle proprie ultime e non più eterne dimore, paradossali grida silenziose vennero rivolte loro quali proteste, per aver osato turbare la quiete prima assoluta, da chi non più aria avrebbe potuto avere nei propri polmoni, dove anche gli stessi organi respiratori erano stati trasformati in polvere troppo tempo prima, in secoli così lontani da rendere incredibile il mantenimento stesso di quei corpi che apparivano ancora sufficientemente intatti da poter essere rianimati in virtù di qualche oscura negromanzia.
Per quanto Carsa, Howe e Be’Wahr avessero affrontato con indomito valore un branco di cerberi come se tale atto si fosse proposto banale e privo di ogni difficoltà, compiendo con naturalezza ciò che per chiunque altro sarebbe stato incredibile, di fronte a quei nuovi avversari essi non poterono che retrocedere, spingendosi involontariamente contro la schiena della Figlia di Marr’Mahew, unica rimasta immobile al proprio posto, nella propria posizione. I non morti, invero, si proponevano in grado di far leva, con la propria presenza, sui loro animi, sulle loro paure ataviche, su quel naturale ed umano timore per l’ultimo passo: al di là di ogni credo, al di là di ogni confessione religiosa, al di là di ogni divinità a cui erano soliti votare il proprio cuore e le proprie gesta, la sola idea di poter essere condannati ad un’agonia di eterna non vita e non morte dopo l’ultimo dei propri giorni era un pensiero che non poteva non lasciarli disgustati e spaventati ed, in questo, timorosi nell’essere posti di fronte a creature già vittime di tale maledizione.

« Avrei preferito che avesse incontrato i cannibali di cui sostenevi la presenza, fratellino… » commento Howe verso Be’Wahr, nel rammentare le loro discussioni in merito a tale impresa compiuta dalla compagna d’arme all’interno di quella palude maledetta.
« Ed io avrei prediletto i tuoi giganti… » rispose l’altro, muovendo freneticamente il capo per cercare di tenere sotto controllo visivo tutti gli avversari che, troppo rapidamente pur muovendosi in gesti estremamente lenti, quasi flemmatici, si stavano proponendo innanzi a loro.
« Visto che li hai già affrontati… cosa ci puoi dire a tal riguardo? » intervenne Carsa, nel rivolgersi all’unica che, forse, avrebbe potuto offrire loro una speranza di salvezza da tale situazione.
« Solitamente sono molto più brutti che pericolosi… » rispose Midda, stringendo la propria spada nella mancina con forza tale da sbiancare le nocche « Quindi non fate gli schizzinosi e combattete… l’unico modo per uscirne vivi è renderli inoffensivi! »
« E come… di grazia?! » domandò il shar’tiagho, per nulla soddisfatto di quello che sarebbe dovuto essere per loro un incoraggiamento.

La mercenaria, però, parve non voler prestare attenzione a quell’ennesima questione, scattando altresì con violenza in avanti, con coraggio contro gli avversari in costante avvicinamento verso di loro, facendo roteare la propria spada e riempiendo il rumoroso silenzio nel quale erano immersi con un grido di battaglia, un urlo atto a sovrastare i muti lamenti dei propri macabri avversari: la lama dagli azzurri riflessi della spada bastarda della donna, così, ricadde violentemente sui corpi incartapecoriti dei nemici, schiantandosi contro di essi senza alcuna pietà. Se, infatti, nel contrasto ad un normale rivale vivente talvolta un sentimento di compassione avrebbe potuto essere umanamente offerto, contro tali oppositori solo la furia priva di controllo sarebbe valsa a concedere loro qualche speranza. Per simile ragione, personalmente, ella avrebbe fatto volentieri a meno di quella battaglia: nelle occasioni in cui si era ritrovata in passata contesa con tale categoria di non morti, normalmente aveva sempre preferito non impegnarsi in un duello diretto, conscia che essi non avrebbero mai provato affaticamento, non avrebbero mai sentito dolore, non avrebbero mai vissuto sentimenti di pena, al contrario di lei. Purtroppo, in quell’occasione, ella non avrebbe potuto aggirarli, non avrebbe potuto raggiunger una via di fuga alternativa da quella situazione, dato che essa si proponeva quale prova utile a raggiungere la corona perduta, desiderata da lady Lavero e da loro ricercata: lei, ed i suoi compagni, avrebbero dovuto procedere così per una via tremendamente diretta…

« Fateli a pezzi! » gridò, verso gli altri, rimasti per un istante attoniti ad osservarla, in risposta anche alla domanda rimasta in sospeso.

Be’Wahr, per primo, si scosse dai propri dubbi, dalle proprie paure, gettando a sua volta un alto grido nel silente spazio di quella cripta insieme al proprio corpo contro agli avversari, muovendo in gesti decisi la propria arma, colpendo con forza e rabbia quegli esseri privi di vita eppur rianimati a proporsi affamati della stessa, desiderosi della carne e del sangue che avevano perduto secoli addietro: più simile ad un macellaio che ad un guerriero, sotto la violenza dei suoi attacchi agli zombie non avrebbe potuto essere concesso scampo ma essi, privi di paura, privi di timori per la propria esistenza, se non anche privi di intelletto, non si ritrassero ed, anzi, proseguirono imperterriti nel loro tentativo di avanzata, bramando le carni morbide del biondo, con le proprie unghie e con i propri denti.
E posti davanti all’esempio proposto da Midda e da Be’Wahr, ad Howe e Carsa non restò altro da fare che osservarsi un attimo reciprocamente, cercando un segno d’intesa l’uno nell’altra, prima di raccogliere il proprio coraggio, la propria fiducia nel fato e nelle proprie forze, per colmare successivamente l’ambiente anche delle proprie voci, della propria ira, scattando a propria volta contro quell’armata di non morti, nel superare, più grazie allo spirito di squadra che al proprio animo, il sentimento ancestrale di rifiuto per quelle creature, per la maledizione gravante su di esse.

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