11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 27 novembre 2008

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« N
on so voi, ma personalmente sento l’esigenza di chiudere questa storia il prima possibile… » commentò Howe, rivolgendosi ai propri compagni nel ritrovare la posizione eretta « E poi non ho ancora avuto modo di provare al pieno le capacità di questa meravigliosa spada… »
« Ricordati che è solo un prestito… » intervenne sornione Be’Wahr, verso il fratello, sentendolo riferirsi in tal senso all’arma che Midda gli aveva concesso nel richiedere per sé un rampino, da chiunque altro inutilizzabile a scopo offensivo o difensivo.
« Ovviamente… » annuì lo shar’tiagho, simulando risentimento per l’allusione implicita offerta da quel richiamo « Intendevo solo ricredermi in maniera sincera e disinteressata sulle capacità degli artigiani figli del mare: avevo sempre ritenuto la fama di questa lega come immeritata… ma non è assolutamente così. »
« Ora che hai perduto la tua lama, non mancheranno sicuramente la occasioni per rivolgersi ad un nuovo fornitore… » denotò Carsa, unendosi al discorso « E non vi saranno problemi neanche per il costo, visto quanto ci faremo pagare per il recupero del diadema. »
« Questo è poco ma sicuro… » concordò l’uomo « Seguendo gli insegnamenti della nostra compagna, non credo che lady Lavero riuscirà a cavarsela a buon prezzo questa volta. »
« Allora… adesso ci attende il dedalo, vero? » richiese il biondo « Dove pensate che lo potremo trovare? »

Per tutta risposta, Midda sollevò la propria mancina, indicando la foresta attorno a loro, davanti ad essi, nel quale il gruppo si era ritrovato ad essere immerso: non una parola di spiegazione venne proposta da ella, in un evidente aggravarsi del suo stato d’animo, del suo umore, verso livelli praticamente funebri. Su ella, in quella missione, stava gravando in tutto il carico di angoscia, di responsabilità per la fine che sapeva incombente e, in conseguenza di essa, troppi rimpianti non potevano evitare di bloccarle ogni emozione in gola: avrebbe voluto fuggire di fronte alla certezza concessale dal sogno della chimera, ma al contempo si sentiva simile ad una falena, ritrovandosi ad essere incredibilmente ed indissolubilmente affascinata dalle stesse fiamme contro le quali era conscia che si sarebbe inevitabilmente perduta.
I tre, cercando ancora una volta di non offrire particolare peso a tale questione nella speranza evidente di poterla affrontare in maniera migliore a tempo debito, si voltarono a cercare di individuare una posizione precisa nell’indicazione fornita dalla donna, nell’intrico presentato da tronchi ed arbusti, da rami e muschi: essi, pertanto, tentarono di individuare il labirinto che avrebbero dovuto affrontare, che attendevano di poter ritrovare davanti a sé, che sapevano avrebbero dovuto percorrere per raggiungere la corona e, con essa, la conclusione del proprio incarico.
Apparentemente, però, fallirono non riuscendo a focalizzare ciò che la compagna desiderava indicare loro.

« … laddove verdi mura a frapporsi/capaci son nella via d'imporsi… » citò Carsa, cercando di fare mente locale su quanto era stato rivelato a tal riguardo « In effetti le verdi mura non mancano… » aggiunse poi, dubbiosa della propria stessa affermazione, riferendosi alla foresta come se ella fosse il dedalo promesso dalla scitala.
« Mi sarei atteso una composizione artefatta rispetto ad una foresta incolta… » commentò Howe, grattandosi la nuca con la destra, in un chiaro segno di incertezza « Però se questa fosse davvero la via da percorrere, tanto di guadagnato: per una volta, forse, quanto richiestoci non si proporrà improbabile o mortale… »
« Ma quale saggezza dovremmo dimostrare in questa prova? » domandò Be’Wahr, non riuscendo a cogliere il senso stesso di quella richiesta « Coraggio, forza, temperanza e destrezza sono apparsi sufficientemente chiari nella propria evidenza… ma questa volta non riesco proprio a comprendere quanto ci dovrebbe essere domandato. »
Lo shar’tiagho, a quelle parole, sorrise nuovamente sornione, abbracciando con il proprio arto destro le spalle dell’amico di una vita, quasi desiderasse consolarlo: « Che tu non comprenda una questione di saggezza, invero, non mi sorprende molto, fratellino… »

In tal modo i quattro, ancora indolenziti in conseguenza delle ferite non adeguatamente curate, per la stanchezza non sufficientemente compensata dal riposo, ripresero il proprio cammino, decidendo di inoltrarsi per la via offerta innanzi loro, nella direzione indicata dalle stesse scalinate dalle quali erano emersi.
Come anticipato da Howe, il cammino in tale occasione non apparve concedere loro particolare difficoltà e di questo, in realtà, nessuno ebbe ragione di lamentarsi: un’altra prova simile a quelle che si erano lasciati alle spalle, probabilmente, avrebbe preteso la loro morte, una fine certa, nonostante essi avrebbero negato fino all’ultimo una simile realtà, affermando altresì con assoluta convinzione il proprio fermento all’idea di levare nuovamente le proprie armi in battaglia. Il bosco si offrì loro, comunque, quale un ambiente assolutamente piacevole, proponendo quale sorta di tributo naturale una vasta varietà di frutti selvatici dei quali essi non si stancarono, rendendosi conto ad ogni nuovo passo di quanto fossero in realtà affamati dopo tanti giorni di digiuno, dopo una lontananza forzata dal cibo come era stata quella loro imposta.
Le ore trascorsero, entro quegli alberi, con piacevolezza assoluta, una rilassatezza tale da inebriarli, lasciandoli quasi dimenticare tutti i propri mali, tutti i dolori che i loro corpi non cessarono di proporre all’attenzione delle menti: all’imbrunire, così, i quattro si ritrovavano ad essere ancora persi in quella foresta, in costante risalita lungo il dorso della montagna nel proseguire il proprio cammino in linea retta.

« Forse sarebbe meglio accamparci per la notte… » propose Carsa, nel mentre in cui l’ambiente attorno ad essi si concesse sempre più scuro, più cupo per l’imminenza delle tenebre.
« Sono concorde. » dichiarò Howe, approvando simile proposito « Se non erro, là davanti gli alberi sembrano aprirsi… » aggiunse poi, indicando un punto non lontano dalla loro attuale posizione.
« Sarà una radura. » ipotizzò Be’Wahr, approvando implicitamente l’osservazione del fratello « A questo punto tanto vale spingerci fino a lì e riposare senza il rischio di ritrovarci con qualche radice premuta sotto la schiena. »

Midda ancora tacque, limitandosi a restare quasi come un’ombra, il fantasma di se stessa, accanto ai propri compagni, seguendoli in quegli ultimi passi dei quali, invero, già conosceva l’esito inatteso: in virtù di ciò, del resto, ella fu l’unica a non offrire particolari esclamazioni di stupore in conseguenza della visione offerta al gruppo, nel giungere allo spiazzo ricercato.

« Non è possibile! » gemette lo shar’tiago, sconvolto a tale vista, quasi incapace di elaborare simile fatto.
« E’ assurdo… è stregoneria… » scosse il capo la giovane donna, posta in non minore difficoltà rispetto all’uomo.
« Non ci sono altre spiegazioni. » si aggregò il biondo, ricadendo letteralmente in ginocchio.

In un paradosso privo di qualsiasi possibilità di logica, innanzi ai quattro cavalieri si stava offrendo, infatti, la stessa radura dalla quale essi erano partiti quella mattina, come se sbagliando strada essi fossero ritornati sui propri passi o avessero eventualmente seguito un itinerario circolare utile solo a ricondurli al punto d’origine: ciò, però, sarebbe risultato assolutamente impossibile. Al di là di ogni certezza sull’essersi mossi lungo una direzione rettilinea, a conferma di tale ipotesi si sarebbe proposta evidente ed inequivocabile l’inclinazione del terreno, lungo la quale avevano continuato a risalire come, del resto, stavano ancora facendo: purtroppo, però, il varco nel terreno, con le scale di morte lungo le quali tanto sangue avevano versato, e la dolce e quieta fonte, dalla quale si erano dissetati con gioia e bramosia, apparivano difficilmente male interpretabili, nell’identificazione di quel luogo, di quel punto, confermando loro di aver effettivamente condotto i propri passi il salita ma di essere, in definitiva, ritornati sul fronte opposto della spianata rispetto a quello nel quale avevano iniziato ad inoltrare i propri passi.

« Questo è il dedalo… » sussurrò la donna guerriero, conducendo qualche ulteriore passo prima di andarsi a sedere sull’erba fresca dello spiazzo, davanti a loro « E noi siamo persi in esso… »

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