11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 22 novembre 2008

317


I
l shar’tiagho, evidentemente provato dalla situazione, dallo stress derivante dalla tensione di quei giorni come poteva essere umanamente comprensibile egli fosse, reagì in malo modo ai tentativi del compagno di un’esistenza intera, del fratello d’arme a cui, in verità, voleva bene e per la salvezza del quale avrebbe ceduto tranquillamente la propria vita, lasciando partire un pugno diretto verso il mento del biondo: un gesto dettato dalla stanchezza, che però non manco di colpire il proprio avversario, gettandolo con violenza contro il muro alle loro spalle.
Un istante di silenzio si propose sul gruppo in conseguenza di quell’azione, laddove improvvisamente apparve chiaro che il loro stesso destino sarebbe stato deciso dalla maturità che Be’Wahr avrebbe saputo dimostrare: se, infatti, egli si fosse proposto sufficientemente padrone di sé da perdonare l’atto del fratello e non replicare al medesimo, forse avrebbero potuto ritrovare l’equilibrio perduto, la pace infranta; altrimenti la rissa che ne sarebbe conseguita avrebbe anche potuto vederli morire per le proprie stesse azioni. Il biondo, scuotendo il capo nello stordimento causato da quel colpo, passò in rassegna uno ad uno i propri compagni, a cercare soprattutto nelle donne una risposta a ciò che sarebbe stato meglio fare: anche lui provato non meno rispetto ad Howe, per quanto di indole più quieta, avrebbe potuto perdere le staffe in quel momento, non per cattiveria, non per ira, ma per la propria stessa fallibile umanità che, nonostante tutto, non avrebbe mai potuto rinnegare.

« Sei un idiota, fratello mio. » rispose, alzando la mancina a massaggiarsi il mento, nel punto ove era stato colpito « Ma ti voglio bene e non ti permetterò di mandare tutto all’aria… »
« Temperanza. » intervenne Carsa, nel ricordare, quasi improvvisamente, il senso stesso di quella prova « E’ questa la virtù che ci è richiesta di dimostrare… il valore di cui dobbiamo essere padroni per ambire a raggiungere la corona della regina Anmel. »
« Sono stanco di portare pazienza… sono stanco di tutti voi. » replicò Howe, iniziando però a vacillare, nel dimostrare il proprio indebolimento, psicologico ancor prima che fisico « Non vi è mai passato per la mente che le parole iniziali della scitala fossero nel giusto? Che, forse, questa reliquia non debba essere trovata? »
« Ormai siamo in gioco e non possiamo più tirarci indietro… o faremo la loro stessa fine! » dichiarò la giovane, indicando i due corpi morti « Qualche giorno fa sei stato tu a chiedermi di offrire fiducia a questa impresa ed a Midda… ora vuoi essere proprio tu il primo a tirarti indietro?! »
« Quei due sono morti perché non hanno accettato la realtà dei fatti… perché non hanno voluto arrendersi quando erano ancora in tempo per farlo! » negò l’uomo, scuotendo il capo « Non ho intenzione di morire di fame.. non ho intenzione di morire di sete… non per tutto l’oro del mondo! »

Con quelle parole, carico dello stesso sentimento che un istante prima lo aveva lanciato contro il fratello, ora egli si getto verso la compagna, offrendole un altro pugno, cercando di avallare con la violenza delle ragioni che, evidentemente, a sua volta non riusciva a ritrovare come logiche, accecato, confuso da tutto quello che stava accadendo. Ma non fu contro Carsa che egli andò ad impattare in questa occasione, bensì contro la mano destra di Midda, aperta a parare il colpo prima che potesse giungere a destinazione, lasciando infrangere la violenza del medesimo sulla propria superficie metallica.

« Cagna! » gemette il shar’tiagho, tentando di ritrarsi per il male derivante dalla propria forza rivolta in sua stessa opposizione in virtù dell’intervento di ella, nel quale, forse, aveva addirittura infranto qualche osso della propria mano.
Ma la Figlia di Marr’Mahew, con freddezza, non permise quell’evasione, stringendo la di lui mano, con sufficiente delicatezza senza desiderio di infrangerla, nella propria metallica e, successivamente, colpendolo con un forte schiaffo offerto dalla mancina: « Neppure noi abbiamo intenzione di morire… » prese parola, osservandolo con occhi di ghiaccio « Ed è per questo che tu dovrai ritrovare coscienza… oppure perderla completamente con un aiuto da parte nostra. »
« Maledetta… lasciami! » sussurrò l’uomo.
« Guarda! » incalzò ella, trascinandolo verso i due corpi ritrovati incurante delle proteste da parte di egli « Osserva con attenzione… la loro storia è offerta sotto i nostri occhi, quale avvertimento, quale retaggio, ma non nel senso che tu credi. »
« Lasciami! » gridò egli, cercando di opporsi.
« Guarda! » ripeté la donna, storcendo il braccio del compagno e, costringendolo, in quel modo ad inginocchiarsi a terra, vicino ai due cadaveri mummificati.

Fu allora, in conseguenza di simile gesto, che un particolare venne reso evidente, tanto ad Howe, quanto a Carsa e Be’Wahr, ai quali fino a quel momento era altrettanto sfuggito. Non di cause naturali, non di fame o sete quella coppia di loro predecessori aveva perso lì la vita, ma neppure in conseguenza della frana, laddove essa non si sarebbe comunque mai proposta sopra di essi come i quattro cavalieri avevano sperimentato in prima persona: la morte, per i due, era giunta per colpa di una violenta lite, una rissa al termine della quale uno si era ritrovato il ventre squartato da una corta lama ormai arrugginita e, l’altro, il cranio completamente spaccato, forse a causa di un violento impatto contro la parete. Simili particolari, inizialmente, erano loro sfuggiti sia per la presenza delle pietre e dei detriti che ricoprivano ancora la maggior parte di entrambi i corpi, sia per la superficiale attenzione che, effettivamente, avevano rivolto a tale scoperta, azzardando immediate conclusioni senza cercare alcuna prova utile a tal riguardo: un errore veniale, sicuramente dettato dalla comune stanchezza, ma che avrebbe potuto costare loro molto caro se si fossero lasciati andare all’ira, come avevano rischiato di fare.

« Comprendi ora?! » domandò la donna guerriero, con controllo totale sulle proprie emozioni e sul proprio temporaneo avversario, mantenendolo ancora piegato a terra « Si sono uccisi: si sono ammazzati reciprocamente, forse perché, come noi, stanchi per la fatica, spaventati per l’assenza di acqua e cibo. »
Ed egli comprese, sbarrando gli occhi con terrore nell’intendere quello che aveva fatto, quello che avrebbe potuto fare se solo i suoi compagni non fossero rimasti sufficientemente calmi: « Lohr… perdonami… » sussurrò, nauseato da se stesso per il proprio comportamento, per essersi nuovamente permesso uno scatto d’ira non diverso da quello già avuto a Kriarya, espressione umana e naturale della propria insicurezza, delle proprie paure.
« Non a Lohr devi chiedere perdono… » lo rimproverò ella « Ma a tuo fratello, ancora una volta vittima della tua violenza ingiustificata, ancora una volta fortunatamente abbastanza maturo, saggio, da non risponderti come avrebbe avuto diritto a fare e come avrebbe fatto se non fosse stato così legato a te. »

Superato anche quel momento di crisi, del quale nessuno ebbe volontà di imputare colpa al compagno laddove egli aveva semplicemente espresso per primo il disagio a cui tutti, comunque, sarebbero altrimenti giunti prima o poi, il gruppo si concesse un nuovo momento e necessario momento di pausa prima di riprendere i lavori interrotti, prima di ricominciare con gli scavi lasciati in sospeso. I due corpi vennero rimossi con il dovuto rispetto e dove, purtroppo, non avrebbe potuto essere loro concesso spazio per procedere ad una cerimonia funebre, alla creazione di una pira sulla quale ardere i loro resti, alle vittime di quella prova non fu permesso altro destino se non quello di essere nuovamente affidate all’abbraccio delle stesse pietre dalle quali erano già stati estratti, venendo nuovamente seppelliti alle spalle del gruppo nel proseguo di quel lento avanzare.
Dopo ben poca distanza guadagnata rispetto al punto in cui quegli eventi si erano consumati, in cui quella lite stava per segnare le loro esistenze e definire i loro destini, fu proprio al quinto giorno che essi riuscirono a ritrovare la libertà perduta, a raggiungere la fine di quella prova, emergendo finalmente di fronte ad un corridoio libero da ogni maceria, intatto nelle proprie forme e proporzioni. Tale coincidenza, simile combinazione risultò, invero, troppo forzata, troppo poco casuale ai loro occhi per poter essere considerata al pari di un semplice scherzo del fato: nel confronto con quei due corpi morti, la loro sopportazione era stata posta agli stremi, la loro resistenza era stata condotta al limite, come neppure un altro mese di scavi avrebbe mai potuto comprovare. E così, pur non avendo alcuna prova a supporto di tale teoria, essi non poterono evitare di considerare di aver ottenuto salvezza, di essere sopravvissuti a quell’ostacolo, grazie alla freddezza di Midda ed, ancor maggiormente, alla bontà d’animo di Be’Wahr.

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