11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 6 settembre 2009

604


« S
iete ancora dell'opinione che Sha'Maech non voglia vendicarsi? » domandò Howe, nel rivolgersi in particolare a coloro che avevano voluto porre in dubbio tale possibilità, non senza evidente volontà di rivalsa morale, di rivincita nei loro riguardi « Al suo posto, voi avreste cercato qualcosa di diverso dalla rappresaglia, dalla nemesi per tutto questo?! »

Osservando quei ruderi, per la prima volta in aperto confronto con la conseguenza della propria azione di quella lontana sera, la stessa Midda Bontor non poté, per un istante, evitare di trovarsi ad essere priva di fiato, quasi in conseguenza di un violento colpo all'altezza del diaframma. Ella, in fondo, più di chiunque altro lì presente avrebbe potuto e dovuto apprezzare il vero pregio, la sincera importanza di quanto era andato perduto in quell'incendio, e dove tanto ella aveva, anche solo in quegli ultimi giorni, offerto rimprovero ai propri compagni per la loro indolenza nella ricerca della cultura, di un'elevazione intellettuale al di sopra dell'ignoranza nella quale sembravano amare crogiolarsi, non avrebbe potuto evitare di considerarsi improvvisamente ed estremamente ipocrita.
Ognuna di quelle pietre annerite dal fuoco e dal fumo, ognuna di quelle fondamenta che sembravano voler sprigionare ancora il calore che le aveva consumate verso il cielo quale un grido di dolore, invocava agli occhi della mercenaria una richiesta di castigo, di pena, a suo discapito, in suo contrasto, per lei che, fra i propri quattro compagni in quell'infausta notte, aveva deciso di preservare le loro esistenze al prezzo di quel massacro privo d'onore, quella mattanza senza alcuna pietà. Nel corso della propria vita molte volte ella si era ritrovata ad ammirare i campi di battaglia al termine di uno scontro cruento, conteggiando le proprie vittime, quasi inorgogliendosi per esse, nello spirito guerriero che pur la contraddistingueva, nella brama di vittoria che non avrebbe potuto mancare di spingere ogni sua azione, dove altrimenti sarebbe venuta meno già da lungo tempo: però, in nessuna di quelle occasioni, durante alcuno fra quei macabri censimenti, la mercenaria aveva avuto ragione di sentirsi colpevole come in quel momento, dove osservare viscere sparse, arti mutilati, crani spaccati non avrebbe mai potuto generare un orrore pari a quello altrimenti offerto da quei resti carbonizzati.
Al suo nome tanto fiero, così temuto e rispettato in quelle terre, in quell'angolo di mondo, alcuna gloria aggiuntiva, alcun beneficio sarebbe mai stato aggiunto in conseguenza di quell'atto, il quale, per sua fortuna, fino a quel momento era rimasto misconosciuto, si era mantenuto attribuito, in via non ufficiale, a ignoti attentatori y'shalfichi. E alla sua coscienza, per quanto tutto quello fosse servito per salvare loro la vita, per poter permettere loro di vincere uno scontro innanzi al quale sarebbero potuti essere sconfitti, mai sarebbe potuto essere negato il dubbio di aver agito con troppa incoscienza, affrontando con troppa leggerezza quella situazione e non considerando ogni possibile alternativa prima di giungere ad una soluzione tanto estrema quale quella adottata.

« Credo che ormai non sia particolarmente importante comprendere per quale scopo egli stia agendo in tal senso… » commentò, scuotendo il capo, nell'offrire replica alle parole dello shar'tiagho « Che voglia pretendere le nostre vite o, semplicemente, che desideri offrirci un qualche insegnamento, un monito, a prevenire la possibilità di nuove azioni simili a questa, di altre catastrofi di questa portata, ormai abbiamo accettato la sua sfida e siamo tutti quanti consapevoli di non poterci più tirare indietro… di non poter lasciare questa giostra se non dopo aver terminato il nostro ruolo al suo interno. »
Incerto, quasi timoroso nel confronto con la propria signora, con il cavaliere a cui aveva giurato la propria ubbidienza, Seem volle comunque prendere parola, nel riconoscere spazio ad una questione forse ovvia, ma fino a quel momento rimasta non risolta, non chiarita: « Con rispetto parlando… perché no? »
« Come dici? » richiese ella, voltandosi nella sua direzione, con tranquillità nella propria voce per quanto essa stesse mantenendo il tono assolutamente freddo e controllato per lei abituale, utile a non concedere ad alcuno occasione di comprenderne i sentimenti, le emozioni in lei celate.
« Perché non potreste lasciar perdere questa faccenda? Perché non potremmo semplicemente far ritorno a casa, dimenticando ogni questione a tal proposito? » riformulò egli, esplicitando quanto prima lasciato inespresso, facendosi coraggio in tal senso nel comprendere di poter, forse, irritare la propria interlocutrice con simili incertezze.
« Perché ciò non avrebbe senso… » intervenne ora, inaspettatamente, proprio Be'Wahr, prendendo parola prima della compagna, nell'arrogarsi, a ragion veduta, la possibilità di offrire quella spiegazione « Se fosse vero, infatti, che Sha'Maech ha organizzato una congiura a nostro discapito, fuggire posticiperebbe ad un'occasione futura ed incontrollata uno scontro pur inevitabile, dove invece, nella consapevolezza della possibilità… o della certezza di una trappola, ora potremmo proporci pronti al peggio. »
« E se, invece, fosse vero in contrario, ossia che alcuna volontà di vendetta anima il nostro vecchio amico, colui che ha orchestrato quest'assurdo itinerario… » offrì la voce Howe, interrompendo il fratello solo per proseguire quelle sue stesse parole, quella sua medesima spiegazione condivisa evidentemente fra tutti loro « … sottraendoci ad esso proprio ora, forse prossimi alla conclusione dato il luogo in cui siamo giunti, nel timore di quello che potrebbe essere e non è, non solo ci negheremmo la possibilità di comprendere il significato di quanto occorso… ma anche vanificheremmo gli sforzi già impiegati, già spesi fino ad oggi in tal direzione. »
« Questo è quanto. » definì allora la donna guerriero, a voler porre il punto al termine di quelle spiegazioni, corrette dal suo punto di vista e, in ciò, espressione della compattezza del loro gruppo, nell'aver proposto quanto lei stessa avrebbe concesso in risposta al proprio scudiero se non fosse stata interrotta, anticipata in tal modo « Qualsiasi possibilità ci venga riservata dal fato, nel ritirarci noi commetteremmo solo un errore, nel non riservarci alcun vantaggio… alcun possibile guadagno. E, quali mercenari, una tale decisione, irrazionale di suo, si rivelerebbe a dir poco inaccettabile… comprendi? »

Il giovane, rimasto in tacito ascolto di quelle spiegazioni, non avrebbe potuto negare di essere rimasto impressionato da tanta coerenza, da tanta solidarietà espressa fra i tre compagni di ventura, che pur opinioni diverse avevano dimostrato, pur caratteri discordi non avevano mancato di esternare fino a quel momento, e che, nonostante tutto, così uniti si erano alfine ritrovati ad essere, fornendo riprova, in quel loro spirito di squadra ancor più che nelle proprie parole, del perché quel viaggio era proseguito, nonostante tutti i dubbi, oltre ogni incertezza.
Interrogato, come si ritrovò ad essere, dalla propria signora, solo una sarebbe potuta essere la risposta adeguata, la replica corretta, nel confronto con una realtà simile a quella dimostratagli.

« Sì… e non posso che domandare perdono per non aver inteso per tempo, per aver lasciato pesare le mie incertezze su tutti voi in maniera tanto stolida. » invocò, chinando il capo innanzi a lei.

Quelle scuse, però, non sarebbero state necessarie dove, nella sua inesperienza, nel suo essere nuovo a quel mondo e alle sue non sempre ovvie regole, egli era comunque compreso nei propri dubbi innanzi agli occhi degli altri, che non avrebbero potuto ignorare, neanche volendo, la sua giovane età, la sua immaturità, che, continuamente ed involontariamente, dichiarava con i propri gesti, i propri sentimenti, le proprie parole.
Non una giustificazione, comunque, quella a lui riconosciuta, quanto la semplice ed umana possibilità di sbagliare quale parte fondamentale di un necessario processo di apprendimento che, presto e inevitabilmente, lo avrebbe condotto non solo ad essere confidente con tutto quello, ma a diventare, purtroppo o per sua fortuna, simile a loro, pronto ad offrirsi a sua volta quale guerriero mercenario. A tal futuro, forse dal suo punto di vista non ancora definito, non ancora pienamente compreso nella propria ineluttabilità, del resto, la sola alternativa sarebbe potuta essere quella di una prematura morte, una fine sì ingloriosa e pur necessaria in quella selezione naturale, garante per la sopravvivenza dei meritevoli, non semplicemente i più forti, ma coloro che, più fra tutti, avrebbero potuto offrire una speranza per il futuro dell'intera specie.

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