11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 24 ottobre 2008

288


M
idda aprì gli occhi a render onore ad una nuova alba.
Difficile, invero, sarebbe stato per chiunque poter definire in tal mondo quella particolare condizione temporale: abituarsi a distinguere, in quella nebbia assoluta ed immutabile, dei particolari periodi in cui poter dividere le proprie giornate non era stato semplice ma, dopo i primi dieci anni, l’assenza di sole o luna, di luce o tenebre erano state accettate non ritrovando del resto alcuna alternativa alla rassegnazione. In quell’isola priva di nome e di età, lontana da qualsiasi accenno di civiltà, forse neanche realmente parte del mondo conosciuto dalla donna guerriero, ella aveva dovuto adeguarsi a nuove regole, a nuovi stili di vita, per evitare di perdere il senno come altrimenti, inevitabilmente, sarebbe stato: la sua anima, pur accettando quella condizione, non si era appiattita al pari dell’ambiente a lei circostante, non si era ingrigita a divenire simile a quella nebbia, conservando ancora sufficiente coscienza di sé per ricordarsi chi fosse e da dove provenisse, per mantenere nel proprio cuore la speranza di poter un giorno allontanarsi da quei confini maledetti, ritornando a tutto ciò che aveva lasciato alle proprie spalle. Ammesso che qualcosa della realtà per come la conosceva fosse ancora esistente dopo trent’anni.
Trent’anni esatti in quel giorno, almeno secondo il calendario forse impreciso che aveva creato.
Un periodo decisamente lungo, che in quel triste anniversario non poteva fare altro che farla cedere ad un momento di nostalgia, ad un malinconico rimpianto: nel controllo totale che doveva imporre sulla propria mente, oltre che sul proprio cuore, anima e corpo, ella aveva deciso di concedersi un’unica eccezione proprio in occasione della conclusione di ogni anno trascorso in quel luogo, permettendo per poco ai propri pensieri di correre a ciò che era stato un tempo ed a ciò che sarebbe potuto essere se fosse riuscita a trovare una via di fuga. Le faceva male quell’esercizio di fantasia, quel viaggio immaginario a ripercorrere volti ed ambienti a lei ormai lontani, forse ormai morti o distrutti, ma era quel genere di dolore necessario a ricordarle di essere ancora viva: solo ai morti non era concesso dolore, non era concesso patimento, non era concesso rimpianto, e lei non credeva di essere già morta e non desiderava rassegnarsi, non desiderava intraprendere ancora quella via senza ritorno. Ammesso ma non concesso che quell’assurdo e deserto limbo, in realtà, altro non fosse che l’aldilà.
Lord Brote: il suo mecenate poteva essere ancora vivo? Improbabile. Troppi nemici, troppi anni sulle spalle: era difficile pensare che potesse aver superato quegli ultimi tre decenni illeso, che fosse potuto sopravvivere alla città del peccato per così tanto tempo, raggiungendo un’età già incredibile per il resto di Kofreya ed assolutamente paradossale per Kriarya. Questo, ovviamente, nell’ipotesi che sia Kriarya che l’intero regno di Kofreya ancora fossero esistite, che la guerra non fosse realmente volta a favore di Y’Shalf, portando alla fine di tutto ciò che le era noto, per come le era noto. Un sorriso nostalgico le comparve in viso, nel ricordo, nella curiosità di sapere quale sarebbe mai potuta essere la missione a cui egli l’aveva destinata in cambio del sangue della chimera. Per quale ragione il mecenate si sarà maggiormente addolorato? Per la di lei scomparsa, presunta morte? Per la perdita della gemma? Oppure per quell’incarico rimasto non realizzato? Impossibile purtroppo saperlo.
Ma’Vret: uno dei suoi pochi compagni, forse l’unico, che era riuscito a sopravviverle anche in virtù di dieci anni di lontananza, durante i quali non aveva mancato fortunatamente di rifarsi una vita, collaborando alla nascita di due splendidi figli ma, purtroppo, anche seppellendo una moglie. Egli poteva ancora essere dopo tanto tempo? Se la catena dei monti Rou’Farth l’avesse protetto a sufficienza, forse ancora si sarebbe potuto proporre in buona salute, invecchiato come lei, sicuramente, ma vivo. Quali ricordi avrebbe potuto conservare di lei? Un’amica fedele, una compagna di ventura, un’amante appassionata, che pur avendo trascorso con egli prevalentemente momenti lieti, non aveva mai dimostrato esitazioni ad abbandonarlo in più occasioni, a voltargli le spalle per correre dietro a nuove avventure, laddove la sua vita non avrebbe mai potuto essere segregata nella tranquillità della quotidianità. Quanta ironia vi era stata nella sorte, che entro i confini di quell’isola l’aveva vista sigillata, senza scopi, senza ragioni, senza speranze: se solo avesse accettato la quiete che egli le aveva offerto, forse tutta la sua vita sarebbe stata diversa…
Be’Sihl: la più grande occasione sprecata della sua intera esistenza, il suo rimpianto più forte. Perché era stata tanto stolta da negarsi la possibilità di provare ad instaurare una relazione con lui? Perché era stata tanto sciocca da fuggirgli, in effetti non diversamente da Ma’Vret, ma in questo caso senza neppure concedersi un semplice tentativo? Forse con lui sarebbe potuto essere diverso, forse egli non le avrebbe richiesto di rinunciare alla propria esistenza in favore di una vita tranquilla, del focolare domestico ambito traguardo per la maggior parte delle persone, che lei per propria natura non aveva mai cercato e che per proprio destino non avrebbe neppure mai potuto desiderare. Purtroppo a nulla ormai valevano simili pensieri, tali elucubrazioni, se non a ricordarle della sua stolidità in campo amoroso, se non a farle riapparire davanti agli occhi, oltre ad egli, i volti degli uomini con cui aveva voluto condividere una parte della sua vita e che, in un modo o nell’altro, aveva perduto.
Carsa, Howe e Be’Wahr: quale destino poteva aver atteso i suoi compagni dopo il di lei sacrificio? L’avevano accompagnata fino all’ultimo, consci dei pericoli che avrebbe riservato loro il sangue della chimera ma incuranti di essi, decisi a completare la missione, a recuperare la corona della regina Anmel: a lei non era stato concesso di arrivare a vedere quel diadema perduto, ma nel proprio cuore era stata sempre certa che essi fossero riusciti a recuperarlo ed a riportarlo alla loro mecenate, a lady Lavero, conquistando una gloria ed un onore come mai alcun altro mercenario aveva potuto prima di loro, riuscendo a portare allo sguardo del mondo l’unica concreta testimonianza di un’epoca dimenticata. Avevano forse cercato di ritrovarla? Si erano forse impegnati nella di lei ricerca dopo tale successo? Se egoisticamente ella non poteva evitare di sperare che in tal senso essi si fossero mossi, al contempo si ritrovava a desiderare che essi non avessero reso vano il di lei gesto, non avessero sprecato inutilmente le proprie esistenze ma avessero continuato a lottare per i propri destini, per le proprie vite alla ricerca della conquista della soddisfazione personale che ella stessa a lungo era riuscita ad avere e difendere.
Molti volti, troppe immagini si presentarono nella di lei mente, in un fiume mnemonico sempre più ricco, affollato, che rischiò di sommergerla completamente: con un immenso sforzo di volontà ella si impose di riprendere il controllo, di eliminare quei pensieri per evitare di superare il labile confine che divideva la lucidità dalla follia. Aveva indugiato troppo nei propri ricordi e questo le stava facendo correre un grave rischio in quella realtà fuori dalla realtà, in quell’esistenza fuori dall’esistenza. E più gli anni si facevano numerosi e pesanti sulle di lei spalle, più difficile diventava ritrovare il controllo, ritornare cosciente: al successivo anniversario avrebbe dovuto fare maggiore attenzione, avrebbe dovuto imporsi più prudenza, ad evitare il rischio di non riuscire più a tornare cosciente, ad evitare di perdere totalmente contatto con la propria vita per arrivare al suicidio che, inevitabilmente, aveva colto tutti i di lei predecessori su quell’isola.

« Thyres! »

Quasi un grido quello della donna nel risvegliarsi madida di sudore, sollevando la testa di colpo dalla scrivania sulla quale era ricaduta, in evidente stato di trance. Tremando vistosamente, quasi senza riuscire a controllare i propri arti, i propri movimenti, prese il sangue della chimera prima stretto nella sua mancina con la mano destra, per separare la superficie della gemma da quella della propria pelle ed allontanarla da sé, nascondendola convulsamente fra le stoffe che normalmente l’avvolgevano.
Era ancora sola, ma non in quell’isola perduta quanto nella propria camera, nella propria stanza da letto nella locanda di Be’Sihl: aveva appena affrontato la prova della chimera e si era ritrovata purtroppo del tutto impreparata per ciò che le era stato mostrato, per quanto le era stato concesso di vivere. Una sensazione angosciante le stava ancora chiudendo la gola, quasi impedendole di respirare, ed ella, piegandosi su se stessa, sulla sedia su cui era accomodata, scoppio in lacrime, per cercare di liberarsi dal peso che gravava sul di lei animo, per trovare sfogo dalla desolazione di quelle nebbie che, purtroppo, sentiva ancora avvolgerla, soffocanti ed imperturbabili.

« Thyres! » invocò nuovamente, in una richiesta, in una supplica di pietà, di grazia da quel destino.

6 commenti:

Palakin ha detto...

Hmmm... forse dovresti rivedere il testo, perché ti sei mangiato intere parole... Poi alla fine, il sangue della chimera è diventato della fenice...
Sicuro che non dovresti farti una bella dormita? non è da te fare cosi tanti errori di grammatica...

Sean MacMalcom ha detto...

Touché per la fenice, effettivamente più un lapsus freudiano (capirete fra un paio di mesi) più che un vero errore... :D
Per il sonno, invece, non credo che potesse esserci quando ho scritto questo pezzo, ritrovandomi anzi ad essere decisamente riposato. :) A quali intere parole mangiate ti riferisci? Ho provato a rileggerlo ma non mi sono risultate evidente... (anche se, in effetti, a quest'ora sì che può essere stanchezza!) :D
Ancora grazie per la correzione della fenice!

tanabrus ha detto...

Interessantissima evoluzione.

Che conseguenze avranno i 30 anni immaginari vissuti da Midda?
Ha avuto risposte,immagino, visto che pensava di aver fornito ai suoi amici gli elementi per trovare la corona... li ricorderà ancora, però, a distanza di 30 anni soggettivi?

Sean MacMalcom ha detto...

Devo stare zitto...
Devo stare zitto...
Devo stare zitto...
Devo stare zitto...
Devo stare zitto...
Devo stare zitto...
Devo stare zitto...
Devo stare zitto...

... o rischio di fare tremendi spoiler sulla prossima avventura! :D

Palakin ha detto...

Ah! Pure sulla prossima! Andiamo bene.

Ehm... per esempio quando parli di Ebano... In una frase manca( suppongo) la parola bambini... Poi, non ricordo esattamente...

Sean MacMalcom ha detto...

Azz... hai assolutamente ragione... e dire che l'avevo riletto (come scritto nel precedente commento) e non mi era risultato. Si vede che mentalmente completavo la frase!
Corretto subito! Grazie!
A mia discolpa posso addurre che quell'errore è stato inserito in fase di rilettura... non di scrittura: la frase come era originariamente non mi piaceva e così l'ho riformulata sovrascrivendo per errore la parola figli! :D
Grazie ancora!