11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

domenica 26 ottobre 2008

290


I
n quell’abbraccio, in quella dolce unione, ogni desiderio alcolico nella donna guerriero sembrò consumarsi, sembrò svanire nel nulla insieme alla di lei ansia, a quel malessere interiore che ancora le stava facendo tremare impercettibilmente le membra: Be’Sihl era riuscito ad offrirle la pace desiderata, a concederle la quiete d’animo che tanto aveva bramato e per la quale si era mossa alla ricerca di qualche liquore, sperando di affogare in esso la propria pena. Non vi era malizia in quel gesto, ma solo la richiesta, da parte di lei, e l’offerta, da parte di lui, di un po’ calore, comprensione, aiuto senza porsi limiti e senza imporre pretese di alcuna sorta: un atto naturale, spontaneo, istintivo quasi, che li vide immobili per un periodo interminabile, un tempo che nessuno dei due a posteriori seppe valutare e che sembrò essere pari, se non addirittura, superiore all’eternità. E, sicuramente, in entrambi l’unico rimpianto si riconobbe essere proprio nel rendersi conto di come quel momento, purtroppo, non si propose quale realmente infinito, ma dovette infine concludersi in un’inevitabile separazione a cui non poterono sottrarsi.

« Cosa è accaduto? » domandò l’uomo, allontanandosi di poco, separando appena il proprio viso e il proprio busto da ella pur non rinunciando a mantenere le proprie braccia dietro la di lei schiena « I tuoi compagni mi hanno spiegato quello che stavi facendo… perché lo hai fatto, razza di folle? » la rimproverò, con tono trasudante preoccupazione ed angoscia, affetto sincero e pena per l’impossibilità di intervento a cui il silenzio di lei l’aveva costretto.
« Io… non avevo modo di immaginare che sarebbe potuto durare tanto… » sussurrò ella, quasi in imbarazzo di fronte a quel richiamo, chinando lo sguardo verso il suolo immerso nelle tenebre della notte « Speravo che la questione potesse risolversi in modo rapido… ed indolore… »
« Tre giorni… » ripeté il locandiere, tornando a stringerla a sé con dolce energia, come fosse incredulo di riaverla a sé, come desiderasse assicurarsi che ella non si fosse proposta simile a miraggio più che a realtà.
Midda, nuovamente, non si oppose a quei di lui gesti, affidandosi ad egli con tutta se stessa e ringraziandolo intimamente per ciò che le stava donando, per quella forza che sentiva nuovamente affluire in lei dopo che la dura prova a cui si era sottoposta l’aveva come svuotata di ogni energia: « Ma… tu sei rimasto qui in attesa per tre giorni? »
« E cos’altro avrei dovuto fare? » replicò egli, ritraendosi ancora per tornare a cercare i di lei occhi di ghiaccio, per poterli osservare quasi lucenti nella notte buia, non dissimili da due brillanti stelle del firmamento « Avevi sbarrato anche la porta della tua camera… »
« Non hai dormito per tre giorni… » sussurrò la donna, sentendosi colpevole di ciò che la sua affermazione comportava, del pegno involontariamente richiestogli con il proprio gesto.
« Invero mi sono concesso dei brevi momenti di riposo, pur non lasciando mai questa sala… » rispose l’uomo, offrendole un lieve sorriso « Ma ero troppo preoccupato per te per poter dormire tranquillo: perché non m hai detto quello che avevi intenzione di fare? »
« Perché sapevo che non me lo avresti permesso… » commentò la Figlia di Marr’Mahew, scuotendo il capo a quelle parole « Avresti cercato in tutti i modi di dissuadermi dall’agire in tal modo. »
« E temevi forse che ci sarei potuto riuscire? » domandò Be’Sihl, scuotendo a sua volta il capo « Non sono mai riuscito a farti cambiare idea sulla benché minima scelta da quando ci conosciamo… credi davvero che avrei avuto successo in questa occasione? »

“Sì, perché avevo io stessa paura di procedere in tale direzione…”: simili furono le parole che ella mai ebbe modo di pronunciare in risposta al proprio interlocutore, al proprio amico, al proprio confidente e complice, laddove proponendosi sempre più padrona delle proprie azioni e dei propri pensieri non desiderava porre alla luce l’assoluta incertezza nascosta fino a quel momento nel ricorso al sangue della chimera.
Del resto, se ella mai era ricorsa ad un simile potere in passato, per risolvere imprese non meno disperate di quella che avrebbe dovuto compiere con i propri tre compagni di ventura, vi doveva essere una ragione e tale era appunto il timore che non poteva evitare di offrire verso quell’arcano potere: una paura tutt’altro che sciocca, quella che la soffocava fin nell’animo, e nella considerazione di quanto accaduto ella non aveva trovato altro che nuove conferme a tali preoccupazioni, ribadendo la pericolosità di quella gemma e delle sue magiche proprietà. Ma tutti quei timori, tutte quelle paure esistenti già da prima della prova, non sarebbero mai dovute essere rivelate, laddove altrimenti il rischio presente sarebbe stato altresì quello di rendere vano tutto il complesso confronto intrapreso con Carsa, Howe e Be’Wahr per tentare di far loro accettare quella soluzione, quell’alternativa alla loro altrimenti certa sconfitta.
Nel di lei silenzio, il locandiere non poté che comprenderne le ragioni e, non avendo desiderio di infierire su ella quanto piuttosto di godere semplicemente di quell’insperato ritorno nella propria esistenza, lasciò cadere la questione nel nulla, stringendosi ancora una volta a quella meravigliosa presenza prima di lasciarla con un bacio sfiorato, un gesto tanto rapido e fuggevole da apparire più simile ad un’illusione che ad una realtà.
Midda stessa, osservandolo un istante dopo allontanarsi verso il bancone, guardandolo muoversi con perfetto controllo nell’oscurità che li circondava, si domandò se quell’amorevole contatto fosse effettivamente stato o se, invece, la sua immaginazione le avesse imposto un’immagine, una sensazione non esistenti.

« Avrai sicuramente sete ed appetito dopo tre giorni di digiuno… » commentò l’uomo, appoggiando sul bancone una lampada ad olio e lavorando con la pietra focaia allo scopo di accenderla « Ti preparo subito qualcosa… »
« Come rifiutare una simile offerta? » osservò ella, seguendolo verso il bancone e facendo attenzione, in tale movimento, a non calpestare alcuno degli avventori svenuti sul pavimento « Non c’è nulla di meglio di un buon pasto per scacciare ogni cattivo pensiero… »

Una tenue luce si concesse in virtù dei gesti del locandiere dalla lampada ad olio nella sala, a ritagliare dalle tenebre della notte una bolla sferica di tranquillo chiarore per i due astanti, a creare un’oasi apparentemente fuori dal mondo, fuori da ogni cupa realtà per essi. Serenamente la Figlia di Marr’Mahew si accomodò su uno sgabello, appoggiando i gomiti al bordo del bancone per spingersi curiosa in avanti, ad osservare i movimenti di Be’Sihl, gli atti che egli avrebbe posto in essere per concederle nutrimento: nonostante tutto ciò che aveva attraversato, nonostante solo poco prima si fosse sentita irrimediabilmente perduta, ora tutto sembrava tornato alla normalità, concedendole una delle loro consuete mattine, quegli unici momenti in cui si permettevano di restare soli fuori dall’intero creato a chiacchierare, a conversare fosse anche solo del tempo atmosferico e dello scorrere delle stagioni, non per la necessità di quel dialogo ma per il piacere che da esso riusciva a derivare in entrambi.
Davanti ad ella fu immediatamente concessa dell’acqua fresca, seguita dopo breve da un abbondante piatto di verdure mentre non lontano da loro una brande bistecca, grondante sangue quasi fosse stata appena strappata dal corpo dell’animale a cui era appartenuta, iniziava a cuocersi sopra ad un letto di carbone rovente: tutto apparve perfetto, assolutamente coordinato, ed in ciò ella non poté che sorridere dolcemente, rapita dall’organizzazione che egli era in grado di donarle nonostante l’ora e l’occasione del tutto insolita.

« E’ meraviglioso osservarti all’opera… » commentò la donna, sincera « Ma ti eri già preparato tutto questo da tre giorni? »
« Ovviamente… e lo avrei continuato a predisporre per molti altri ancora se tu avessi ritardato… » replicò altrettanto francamente l’uomo, sorridendole con un trasparente sentimento di gioia « Desideravo che tu non avessi da attendere al tuo “ritorno”. »
« Che uomo incredibile… » aggiunse ella, ora con una nota di giocoso scherzo nella voce, quel tono tipico dei loro dialoghi « Solo una sciocca non ti vorrebbe per sempre al proprio fianco. »
« Non ripeterlo per una seconda volta, Midda Bontor… » l’avvertì egli, strizzando con aria complice il proprio occhio sinistro nella di lei direzione « Potrei prenderti in parola, sai? »

1 commento:

tanabrus ha detto...

Midda che si proclama sciocca ha dell'ironico xD