11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 20 aprile 2010

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S
e nella maggior parte delle nazioni proprie del continente di Qahr, fra le quali anche i regni meridionali tanto noti e relativamente cari alla Figlia di Marr'Mahew, la stagione invernale, conclusiva dell'anno secondo il calendario comune, era usualmente considerata qual negativa, sinonimo di invecchiamento e morte, tale da sfavorire qualsiasi umana attività nel proprio naturale corso, dal semplice commercio, sino, addirittura, all'idea stessa di celebrare matrimoni, di impegnarsi in sfortunate gestazioni o, ancor peggio, nell'offrire alla luce nuove vite; in Shar'Tiagh, altresì dolcemente adagiata in prossimità del limitare settentrionale del medesimo continente, proprio quei tre particolari mesi dell'anno, nell'arco di tempo così racchiuso fra il giorno di Transizione verso l'inverno e quello verso la primavera, con il successivo Capodanno, erano quelli accolti con maggiore speranza, fede, tale da riservare, attraverso la puntuale, e fortunatamente inevitabile, presenza di stesso periodo, uno sguardo colmo di ottimismo, di fiducia al futuro, ai primi nove mesi del nuovo anno così sopraggiunto.
Simile divario di opinione nel merito di una pur identica stagione, in verità, non avrebbe dovuto esser considerato semplice frutto del caso, di un diverso cammino di maturazione culturale, tale da offrir vita a due estranee e antitetiche visioni nel confronto di una medesima quotidianità, qual pur numerose divergenze comunque esistenti fra la nazione shar'tiagha e quella kofreyota, a esemplificazione di tal caso, avrebbero potuto essere legittimamente considerate, quanto più, per amore di precisione, quale espressione di un rapporto obbligatoriamente difforme nel confronto con lo stesso territorio occupato da quei due diversi popoli. In Kofreya, così come in molteplici altre aree, regni presenti nel vasto continente di Qahr, infatti, l'inverno non avrebbe potuto che rappresentare, per agricoltori e allevatori, e, in conseguenza, per qualsiasi categoria sociale, dal momento in cui da simili, fondamentali, attività umane ogni altra avrebbe dovuto esser considerata qual derivante, una stagione di sonno, un intorpidimento probabilmente obbligato, dove proprio della natura stessa, che in quei mesi avrebbe rifiutato a chiunque i propri frutti, avrebbe negato verso tutti la propria generosità, costringendo intere società umane alla paziente attesa, al quieto riposo, non diversamente, dopotutto, da quanto imposto su qualsiasi creatura animale o vegetale. In Shar'Tiagh, al contrario, quale esempio pressoché unico di convivenza fra la fertilità propria dei fiumi e l'aridità caratteristica dei deserti, l'ultima stagione dell'anno non sarebbe mai potuta esser accolta qual semplice sinonimo di morte, quanto, piuttosto, qual espressione di rinascita, di resurrezione, dal momento in cui, proprio in quei tre mesi, dal loro punto di vista addirittura sin troppo brevi, il grande fiume e i suoi affluenti avrebbero benedetto con le proprie acque, le proprie immancabili e abbondanti esondazioni, le terre proprie di quei confini, che, in grazia di ciò, alla successiva primavera, si sarebbero nuovamente proposte colme di vita, e di speranza di vita, per chiunque.
Assolutamente comprensibile e naturale, in un simile rapporto fra il comune calendario e il particolare territorio donato dagli dei al popolo eletto qual dimora, non avrebbe potuto che risultare, allora, il dissimile confronto lì presente, lì imperante, verso i tre mesi usualmente giudicati qual funesti e funebri. Una diversità tale, addirittura, da non negare l'attività umana, ma, al contrario, da incentivare, nel proprio stesso intervallo, l'impiego di agricoltori e allevatori, al pari di pescatori e artigiani, o di mercanti e, persino, militari, non tanto nelle proprie consuete professioni, nelle proprie abituali attività, quanto più in tutte quelle opere, magnifiche e incredibili, che con la loro stessa meravigliosa presenza avrebbero invocato la benevolenza di tutti gli dei, la grazia di tutte quelle divinità per sol merito delle quali un nuovo anno avrebbe potuto esser raggiunto in gioia invece che in dolore, in allegria invece che in mestizia. E solo con il sopraggiungere del nuovo anno, e del ritorno della primavera, tutti loro avrebbero alfine abbandonato tale preghiera fisica, simile impegno votivo, per ritornare ai propri usuali mestieri, nel corrispettivo desiderio di rendere in ciò grazia a quegli stessi generosi genitori di tutto il Creato per quanto loro riconosciuto, loro concesso, con campi e bestie incredibilmente fertili, promettenti, rispettivamente, frutti succosi e prole numerosa.
Non semplicemente nel ritorno alla propria vita quotidiana, ai propri consueti lavori, tuttavia, gli shar'tiaghi limitavano le proprie occasioni di ringraziamento verso gli dei tutti per la propria magnanimità, quanto, in effetti, anche attraverso numerosi ulteriori riti religiosi e feste laiche, celebrazioni liturgiche e appuntamenti profani. Fra queste ultime numerose attività, non promosse direttamente dai sacerdoti, dai celebranti, altresì intenti in diverso genere di occupazione, e pur dagli stessi neppur osteggiate, nell'esser riconosciute qual legittime nel loro intento, nel desiderio alla base del loro stesso proporsi, avrebbe allora dovuto esser considerato il triplice appuntamento con la Grande Caccia di primavera.

« Di cosa si tratta? » domandò la donna guerriero, riprendendo parola nella volontà di meglio comprendere i desideri così formulati a proprio stesso riguardo, e similmente espressi dalla propria interlocutrice « Temo, purtroppo, di non potermi considerare confidente con tale usanza… » confessò, a render più esplicita, più trasparente, la causa del proprio dubbio, della propria attuale mancanza di entusiasmo nel confronto con quell'annuncio, quella proposta, che pur, evidentemente, nell'aspettativa dell'altra sarebbe dovuta essere da lei accolta con più interesse, con maggiore coinvolgimento.
« Ogni anno, in primavera, i figli delle più nobili famiglie della nostra città, al pari di ogni altra città del nostro regno, sono solite impegnare i propri sforzi in tre Grandi Cacce, allo scopo di dimostrare, in simile attività ludica, la propria riconoscenza verso gli dei per i doni ricevuti durante l'inverno. » cercò di spiegare Ras’Jehr, in tal modo invitata, dimostrandosi più che comprensiva verso la detenuta e giustificandone l'ignoranza lì proposta qual conseguenza della propria estraneità rispetto alla cultura shar'tiagha « Questa tradizione, in verità, non è antica, dove ha avuto luogo per la prima volta solo qualche decennio or sono: ciò nonostante, ormai, è un appuntamento improrogabile, atteso non semplicemente da coloro che ne saranno protagonisti, ma anche dall'intera comunità, che non si limiterà ad assistere passivamente all'evento, ma che offrirà attivamente il proprio supporto morale, sostegno appassionato al cacciatore preferito, nella speranza di un suo indiscusso successo su ogni proprio antagonista, a sua volta predatore o semplicemente preda. »
Cercando di intuire, di meglio apprezzare, la conclusione a cui la guardia sarebbe allora voluta giungere nei propri chiarimenti, nonché in quale misura simile evento mondano, utile a intrattenere una combriccola di arroganti aristocratici, e i loro sostenitori, avrebbe potuto riguardarla, la mercenaria si riservò un nuovo momento di silenzio, lasciando all'altra assoluta libertà di espressione.
« La Grande Caccia, a dispetto del proprio nome, non prevede né il ricorso ad armi di sorta, né l'immolazione finale dello sconfitto, nel desiderio di non trasformare l'occasione di un semplice giuoco in una manifestazione di oscena crudeltà. » proseguì la giovane shar'tiagha, cercando di ricorrere a parole più semplici possibili per non rischiare di essere fraintesa dalla propria ascoltatrice « E sebbene, a oggi, non si abbia memoria della vittoria di una preda sui propri cacciatori, non può esser ignorato come, in tal caso, proprio verso la stessa dovranno essere tributati gli onori propri del vincitore, non di meno rispetto a quanto previsto in una situazione invertita: offesa agli dei, prima ancora che alla stessa tradizione, sarebbe infatti un eventuale tradimento di tale regola, di questa semplice premessa, necessaria, dopotutto, anche a concedere un concreto ed evidente significato tutto ciò. Per tale ragione, pertanto, sto perdendo il mio e il tuo tempo nella volontà di renderti edotta attorno a un sim… »
« Thyres! » esclamò Midda, aggrottando la fronte nell'aver, improvvisamente, colto il reale significato di tanto parlare, il dettaglio che, nonostante tutto, la sua interlocutrice aveva probabilmente considerato così banale, tanto ovvio, da non necessitare di una esplicita indicazione e che, nonostante tutto, avrebbe potuto lasciar apparire quell'intero discorso, prima considerato estremamente vivace solo nei propri colori, tale anche nei propri significati e, ancor più, nelle proprie ragioni di esistere innanzi alla sua attuale e particolare condizione di prigioniera « Sta quindi dicendomi che… io dovrei essere la preda?! »
« Certo. » annuì l'altra, confermando in tal modo la logicità, la naturalezza di quella particolare condizione, prima non trasparentemente chiarita « Tu e tutti gli altri detenuti per crimini non gravi, al tuo pari, che vorranno prendere parte all'evento, nella speranza di guadagnarsi la libertà tanto agognata. Perché proprio la libertà, in tutto ciò, deve essere considerata l'obiettivo finale di qualsiasi prigioniero che accetta volontariamente il ruolo di preda in una Grande Caccia di primavera, nella speranza di riuscire a dominare sul proprio cacciatore e, in ciò, di far propria l'amnistia offerta qual premio finale. »

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