11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 18 giugno 2010

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« O
ra basta, Ma’Tahr. » si impose, tuttavia, lo scriba, levando una mano a offrire maggiore enfasi alle proprie parole, maggior peso al proprio verbo « Non farmi procedere con un terzo richiamo, o, questa volta, diverrà ufficiale… e ne pagherai le necessarie conseguenze. » minacciò, mantenendo comunque, in tal senso, un tono assolutamente quieto, in quello che pertanto avrebbe dovuto essere considerato quale un semplice dato di fatto e non un'effimera promessa.

Similmente richiamato all'ordine, il colosso nero storse le labbra in chiaro segno di disapprovazione e accettò di ritirarsi, non desiderando sfidare il magistrato e, in ciò, confermando quanto concreto avrebbe dovuto essere considerato il potere di cui quest'ultimo era stato effettivamente insignito, qual emissario terreno della divina giustizia dello stesso faraone.
Ristabilito, in tal modo, un clima più tranquillo, utile a poter concedere spazio al più che prevedibile interrogatorio per il quale tanta organizzazione era stata coinvolta, prima dell'inizio di ogni ulteriore confronto allo scriba fu allora celermente offerto un seggio e uno scrittoio, per svolgere il proprio incarico. Tale mobilio, tuttavia, non si propose qual frutto dell'opera di un artigiano, quanto, piuttosto, conseguente all'impiego degli stessi due servi già incaricati del trasporto del braciere: così, nel mentre uno fra loro si costrinse a una posizione a carponi, per riconoscere la propria schiena qual sostegno per il burocrate, il suo compagno si organizzò genuflettendosi innanzi allo stesso e mantenendo, in tal posizione, una tavola di legno fra collo e mani.
Umiliante: in alcun altro modo avrebbe potuto essere considerato lo stato dei due disgraziati, così vessati nel loro ruolo tanto prossimo alla schiavitù, sotto lo sguardo stupito, attonito, dei due mercenari prigionieri, i quali, nonostante la propria personale condizione, non poterono evitare di provare sincera compassione per tali figure, considerabili, forse, ancor più prigioniere di quanto mai avrebbero potuto sancire nel loro confronto le stesse catene imposte ai loro polsi.

« Iniziamo dal caporione di questa originale combriccola. » espresse, allora, il magistrato, dimostrando in tali parole un formalismo tutt'altro che marcato qual, pur, era stato atteso da entrambi i prigionieri ancora coscienti, abituati a un canone estremamente diverso, più cerimonioso, nelle udienze del proprio tempo, della propria epoca, in effetti mai neppur condotte all'interno di una cella, quanto, piuttosto, in maestose sale adibite a tale funzione « A quanto ho inteso dovresti essere tu… » aggiunse, nel rivolgersi in maniera esplicita, diretta, in direzione di Ma'Sheer.

Il diretto interessato, correndo per un istante, con la coda dell'occhio, in direzione della donna guerriero, cercò di comprenderle l'effettivo stato in cui ella stava riversando e, in conseguenza di ciò, quanto potesse aver ancora senso, significato, spingersi avanti con quella farsa da lei desiderata, da lei voluta. Con sincero rammarico, tuttavia, egli non poté che constatare come la Figlia di Marr'Mahew stesse apparendo completamente estranea a ogni possibile giuoco, nel mostrarsi ancora dondolante e priva di sensi in conseguenza della violenza subita e, in questo, impossibilitata a concedergli qualsivoglia supporto, fisico o, banalmente, morale, qual pur sarebbe stato estremamente apprezzato in quel momento, in quel particolare frangente.

« Puoi rispondere… » gli suggerì lo scriba, cogliendo il suo silenzio, la sua esitazione, e fraintendendola qual derivante dal timore di nuove percosse da parte del carnefice, al pari di quanto già occorso.
« Così è. » annuì il mercenario, riportando la propria attenzione all'interlocutore e sperando di poter guadagnare più tempo possibile in quel dialogo, tale da riconoscere alla compagna la possibilità di riprendersi e di potersi dimostrare collaborativa nell'adempimento della sua stessa tattica.
« Il tuo nome? » domandò l'altro, intingendo, nel contempo, la punta di un proprio pennello nell'inchiostro, nel prepararsi a prendere nota delle risposte alle proprie questioni.
« Ma'Sheer, figlio di Ma'Sahan, della tribù dei Leoni Rossi. » si presentò il giovane, non mentendo a tal riguardo là dove, dopotutto, se pur vero sarebbe dovuto essere considerato come alcuno avrebbe mai potuto confutare tale informazione, altrettanto corretto avrebbe dovuto essere giudicato come alcuno avrebbe mai potuto neppur negare la sua appartenenza a quel gruppo etnico, a quella nazione nomade dei regni del deserto.
« Ma'Sheer, figlio di Ma'Sahan… sei consapevole della gravita della tua posizione? » riprese il magistrato, dopo aver tracciato su un foglio di papiro i simboli corrispondenti alla composizione di tale nome « La condanna per i nemici del regno è la pena capitale. E l'esecuzione è stabilita qual immediata nella propria decorrenza, tanto tremenda ha da esser giudicata la tua colpa. »
« Io… io credo che ci sia un enorme malinteso. » tentò di argomentare l'interrogato, storcendo le labbra verso il basso « Di quale crimine dovrei essere considerato colpevole? E quali prove possono essere addotte a sostegno di tale infamante accusa? Perché non quali nemici del regno o del divino faraone io e i miei compagni siamo giunti entro queste terre, quanto piuttosto quali suoi umili servi, ambasciatori di un dono di inestimabile pregio per lui… »
« Sciocco. Stupido. Idiota. » lo definì l'ufficiale giudiziario, dimostrandosi ora apertamente collerico, quasi rabbioso, nei suoi confronti, al punto tale da sembrare prossimo a stracciarsi le vesti tanta la furia che tali parole avevano scatenato nel suo cuore « Come osi tu credere di poterti fare beffa del potere del nostro dio? Come osi tu credere di poter giungere entro questi confini qual violento invasore e ingannare l'onnisciente sguardo del nostro faraone? »
« Io… » tentò di riprendere parola Ma'Sheer, salvo essere allora nuovamente interrotto da un secondo e parimenti violento schiaffo presentato dall'aguzzino, dimostratosi più che pronto a intervenire non appena gliene fosse stata concessa occasione, come in quel momento.
« Tu non dovrai più parlare se non per ammettere le tue colpe, se non per ammettere la blasfemia dei tuoi pensieri in contrasto al nostro dio… » gli gridò contro lo scriba, in maniera quasi folle, paradossale e grottesca nel confronto con la tranquillità pocanzi dimostrata, ergendosi in piedi per enfatizzare ulteriormente tale sentimento avverso « Chi ti accusa è il nostro faraone e la sua parola è legge. Egli tutto sa. Egli tutto vede. E le vostre colpe non resteranno impunite. Il sangue con cui avete macchiato il sacro suolo di Shar'Tiagh non resterà privo di giusta vendetta. »

Improvvisamente e inaspettatamente, al termine di quelle parole, nel fuggevole intervallo scandito da un battito di ciglia, il mutevole umore del magistrato offrì nuovamente il suo volto più bonario, il lato del suo carattere più mite, quasi nulla fosse accaduto, quasi la precedente violenza fosse stata frutto di un miraggio, di un abbaglio, di un'illusione, nel mentre in cui egli tornò a sedersi con apparente indulgenza sulla schiena del suo scranno umano, per riprendere il lavoro precedentemente interrotto. Ma non semplice isteria avrebbe dovuto essere ritenuta presente alla base di quella reazione, quanto, piuttosto, un implicito segnale, un tacito consenso rivolto alla direzione del carnefice, come i gesti del medesimo non tardarono a dimostrare, nel condurlo sino al braciere e nel guidare le sue grandi mani, sapientemente protette da numerosi strati di pesante stoffa, a scegliere il più idoneo fra i ferri lì presenti, quello da lui allora considerato più adatto per il compito che lo avrebbe presto mostrato qual indiscusso protagonista.

« Di fronte alla reticenza dell'accusato, la divina e incontestabile volontà del nostro faraone prevede un'unica cura, un solo rimedio, utile a condurre a più docili reazioni anche i caratteri più ribelli. » commentò il burocrate, nel presentare massima serenità nella propria voce nonostante l'orrore dello sviluppo da lui così introdotto « In molti, prima di voi, sono qui giunti animati da insopportabile irriverenza nei confronti delle nostre tradizioni, della nostra legge. E tutti, alla fine, sono stati domati dall'azione purificatrice del fuoco… »

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