11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 27 giugno 2010

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T
ale sviluppo, perfettamente percettibile all'attenzione di chi si ritrovò a viverlo, vide allora il sorgere di molte nuovi edifici in legno, tali da modificare radicalmente l'aspetto stesso di quell'angolo di mondo, nonché la precisazione di chiare strutture sociali, prima di allora volutamente ignorate in quanto non ancora similmente necessarie per il coordinamento dell'attività umana lì presente. Fu così che, nel mentre in cui la popolazione locale venne accuratamente divisa in precisi ruoli, compiti, professioni che non avrebbero dovuto più essere svolte nella prospettiva di un possibile guadagno economico, di un immediato tornaconto personale, quanto, piuttosto al solo fine di contribuire alla lotta comune, accanto a tre nuovi dormitori, del tutto identici al primo creato, furono anche eretti i primi due edifici in pietra di quel villaggio, da molti ormai considerato quale la sola casa a cui avrebbero mai potuto offrire riferimento.
Il primo fra essi, posto nelle immediate vicinanze dell'ormai obbligatoriamente allargato magazzino, fu concepito quale un'architettura semplice, incomparabile alla maestosità consueta delle terre shar'tiaghe e, probabilmente, più prossimo alla rozza, e pur pratica, architettura propria della maggior parte degli edifici kofreyoti, nel lontano futuro da cui Midda era giunta. Tale costruzione, invero, non fu comunque elevata per semplice diletto, per vano compiacimento di coloro che in essa posero i propri sforzi, quanto, piuttosto, all'importante scopo di ospitare, al proprio interno, la prima fucina della resistenza: mai dimentica, dopotutto, dello scopo della propria missione, dei termini dell'incarico accettato da Amie, non rivolti a dar vita a una semplice colonia shar'tiagha su quel confine dimenticato, quanto, piuttosto a formare l'esercito di liberazione in contrasto al blasfemo potere del faraone, la donna guerriero non avrebbe potuto rimandare ulteriormente la fondazione di quell'armeria, grazie alla quale i fabbri già arruolati avrebbero potuto sin da subito porsi all'opera, nell'importante compito di plasmare armi per la loro causa, per la loro rivoluzione.
Il secondo, sorto alle spalle della statua della dea Ba’Seht-Et, fu altresì proposto nel rispetto dei canoni propri di quella cultura, di quella gente, sebbene, necessariamente privato dell'oro che pur, altresì, avrebbe probabilmente abbondato in una corrispettiva presenza all'interno di una delle grandi città del regno, tanto in quel lontano, e dimenticato, passato, quanto nel più ancor lontano, e sospirato, futuro. Tale architettura, al pari della fucina, non fu elevata per una volontà meramente retorica, quanto, piuttosto, in un desiderio del tutto equivalente a quello che stava caratterizzando la fondazione della stessa armeria, sebbene rivolgendosi non tanto a un piano strettamente materiale, quanto, piuttosto, a un livello spirituale dell'esistenza: così, dopo lunghi secoli di interdizione per qualsiasi luogo di culto esterno alla fede nel faraone, fu edificato il primo tempio dedicato a un antico dio. E proprio la scelta nel merito all'identità della particolare divinità alla quale votare tale delubro, non fu, per la Figlia di Marr'Mahew, sì ovvia qual pur, successivamente, sembrò essere, nell'individuazione del nome della dea Se'Hekm-Et, signora della guerra.

Divinità prive d'ogni ragione,
dal fuoco e dalla terra create,
di tremendo scempio furon cagione
quali tante furie incontrollate:
tale fu la prima generazione,
in epoche presto dimenticate.

Tre mesi, alfine, erano quindi trascorsi. Tre lunghi mesi nel corso dei quali, con infinita pazienza, la donna guerriero, responsabile di tutto quello, aveva atteso nella propria tenda la guarigione dei propri arti fratturati, consapevole di quanto qualsiasi prematuro movimento sarebbe potuto rivelarsi un terribile azzardo, destinato ad allungare i suoi tempi di recupero, se non, peggio, di complicare una coppia di fratture fortunatamente non troppo gravi, non destinate a menomarla a vita. Tre rapidissimi mesi nel corso dei quali, con il fervente lavoro di tutti coloro lì sopraggiunti, e il puntuale controllo dei due mercenari sempre presenti in prima fila a risolvere qualsiasi questione, l'insediamento era divenuto villaggio e il villaggio era divenuto cittadella.
Quella così presentata innanzi agli occhi di Midda, in quel per lei già speciale giorno, appuntamento di personale rinascita nella riconquista della propria indipendenza, della propria libertà ad attraversare il mondo tanto messa in dubbio dalla violenza dei colpi subiti, non fu l'immagine di un gruppo di profughi disorganizzati, un campo nomade privo di qualsiasi regola o ordine, quanto piuttosto un borgo fortificato.
Protetta da una prima cinta su pianta esagonale, attualmente in legno ma che, ben presto, sarebbe divenuta muratura, l'intera area da loro occupata, quel piccolo pezzo di terra clandestinamente strappato all'influenza del potere sovrano, si poneva, ormai e infatti, custodito da sei alti torrioni posizionati ai sei vertici così formati. Ognuna di tali torri di sorveglianza, secondo sue esplicite volontà a simile proposito, era stato allora dedicata a un diverso dio o dea dell'amplio pantheon shar'tiagho, nella ferma e inalterata volontà di fondere i principi del culto di quel popolo, da lei non osservato e pur prudentemente rispettato, anche, solo, in coerenza con il proprio attuale incarico, nonché con il proprio personalissimo debito con il dio Ah'Pho-Is per il favore riconosciutole, con ogni aspetto della quotidianità, primo fra tutti il compito di vigilanza su quella piccola città e su tutti i suoi abitanti.
Al centro esatto dell'esagono delineato dalle mura, era il piazzale principale, quello ove ella stessa si stava ora mostrando a tutti e dove tutti si erano spontaneamente riuniti nella sola volontà, nell'unico desiderio di poter finalmente incontrare colei nel cui nome, nella cui ispirazione, si erano riusciti a estraniare all'oppressiva dominazione da sempre imposta su tutti loro, e prima di loro sui loro genitori, sui loro nonni e sui genitori dei loro nonni, per così tante generazioni da aver, sostanzialmente, perduto concreta memoria sull'epoca della loro effettiva libertà. Tale piazza, concepita nella propria estensione non solo al fine di garantire loro occasione di raduno, quanto, piuttosto, di esercitazione, si poneva unicamente adornata, nel proprio centro, dalla sola tenda rimasta eretta all'interno di quei confini, dimora in cui, in quei giorni, in quelle settimane, in quei mesi, aveva soggiornato la mercenaria e dalla quale, in verità, era decisa a non traslocare neppur ora che il riposo forzato che ne aveva caratterizzato quell'ultima stagione avrebbe dovuto intendersi qual concluso. Non bramosa, infatti, di potere alcuno, nonostante il proprio indubbio ruolo di condottiere, di comandante, e, invero, anche di alcalde per quella gente, per oltre duecento anime destinate ancora a crescere, a veder incrementate le proprie fila, ella non si sarebbe potuta riservare volontà di sorta nel merito di una dimora diversa dall'umiltà, dalla povertà propria di quella stoffa ingiallita, che pur aveva sinceramente imparato a detestare con tutte le proprie energie in quel periodo di arresto obbligato. Chiunque altro al suo posto, probabilmente anche i suoi stessi compagni mercenari in quell'avventura, i quali effettivamente non ne avevano immediatamente condiviso la decisione, avrebbe non solo rifiutato di permanere ancora in una tale dimora, ma quantomeno preteso di poter essere trasferiti all'interno di stanze adatte a definirne l'importante ruolo, non da ultimo fra i servitori, ma da primo fra i sovrani: in ciò, tuttavia, la dona guerriero non si sarebbe riuscita a considerare poi migliore del monarca contro il quale, per quanto priva di particolare idealismo alla base di tale decisione, aveva accettato di combattere, proponendosi, se pur con vesti diverse, del tutto equivalente a lui.
Superato l'immediato e iniziale confronto con la piazza e i suoi occupanti, lo sguardo della mercenaria, ormai solo apparentemente glaciale, nell'essere altresì animato da sincera commozione, aveva immediatamente ritrovato contatto con tutti gli edifici eretti secondo le sue disposizioni, negli esatti punti in cui ella aveva indicato, nonostante fosse isolata da mondo intero al momento della loro edificazione: il magazzino, ormai a sua volta eretto in muratura; il tempio, con numerose statue rappresentative di variegati dei e dee attorno alla propria intera estensione; l'armeria, recentemente estesa con la creazione di una seconda fucina ad affiancare la prima oberata di lavoro; i cinque dormitori in legno e, ultimo in ordine cronologico, ma, per questo, non meno importante, l'inizio della fondazione di una nuova architettura, destinata a ospitare, al proprio interno, un vasto complesso di stalle equine. Inoltre, se solo le barriere erette ai confini cittadini non le avessero ostacolato lo sguardo, ella era perfettamente conscia che avrebbe potuto osservare, appena oltre il termine del borgo cittadino, i recinti popolati di capi d'ogni genere di capo d'allevamento e, ancora, i campi coltivati, nei quali, ormai, non solo verdure di rapida produzione si sarebbero a lei offerte, ma anche, probabilmente, i primi germogli di grano, grazie ai quali, entro il termine dell'estate, avrebbero potuto procedere alla prima mietitura e alla produzione autonoma del pane.

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