11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 6 agosto 2013

2024


E lo scontro ebbe allora inizio. Non al centro dell’attenzione di tutti, essendo comunque tutti egualmente e non di meno impegnati a cercare di mantenersi in vita; ma ciò non di meno centrale rispetto a ogni altro conflitto, nell’essere chiunque, lì attorno, perfettamente cosciente di quanto, a seconda di chi, da quella battaglia, sarebbe uscita vincitrice, ineluttabilmente sarebbe cambiato anche il loro comune destino, in meglio, verso l’ambita vittoria, così come in peggio, verso la più completa e assoluta disfatta.
Forse in conseguenza al disagio psicologico derivante dal maneggiare un’arma che non avrebbe potuto percepire qual propria, forse in conseguenza alla difficoltà fisica nel giostrare con quell’ascia, fu proprio Midda a riservarsi, allora, il diritto della prima mossa, in una prerogativa che, generalmente, avrebbe preferito destinare ai propri avversari, al fine di mantenere qual proprio maggiore controllo sugli sviluppi a essa conseguenti, ma nella quale, ciò nonostante, non mancò di impegnarsi, con tutte le proprie energie, con tutte le proprie forze, combattendo allora come se ogni propria azione avesse a considerarsi l’ultima, nel timore di quanto, effettivamente, tale pensiero avrebbe potuto concretizzarsi, tale timore avrebbe potuto trovare conferma in contemporanea al compimento del proprio fato. E se sua fu la prima mossa, ella fece in modo di renderla possibilmente straordinaria, in misura tale, quantomeno, da non permettere alla propria gemella di limitarsi a eluderla, nel costringerla, altresì, a sollevare il proprio tridente e, con esso, a difendere il proprio diritto a essere, al di là di tutti i propri poteri, al di là di qualunque osceno patto potesse aver stretto con empie forze oscure allo scopo di rendere propria quella vittoria, il successo al compimento di quella disfida, di quello scontro.
Temibile e letale, l’ascia della donna guerriero guizzò attraverso l’aria satura di sangue e di morte, promettendo, con il proprio moto fermo e deciso, soltanto un impietoso impatto non con la testa e non con il corpo della regina dei pirati, quanto e piuttosto con il suo collo, in un atto volto, in tal modo, non soltanto a ferire, o semplicemente a uccidere, quanto e addirittura a veder decollare il suo capo, qual terribile sfregio alla sua sempre magnifica bellezza e, ancor più, rassicurazione nel confronto con la prospettiva di possibili ritorni futuri. Un moto, quello di tale impietosa arma, che si vide indirizzato verso tanto sensibile punto non in maniera diretta, non seguendo un percorso lineare, quanto e, piuttosto, volteggiando quasi quell’arma avesse a considerarsi, semplicemente, un fazzoletto di seta e quella della mercenaria una danza di seduzione, allorché una ricerca di morte. Danza, la sua, che se anche e legittimamente avrebbe potuto incantare qualunque avversario, soprattutto ove di sesso maschile, non poté riservarsi influenza emotiva di sorta nei riguardi di chi a lei del tutto identica e contraddistinta da un fascino al suo in nulla inferiore, in nulla secondo.
Malgrado la propria indifferenza al carisma di quel gesto, di quell’offensiva, la sovrana dell’isola fu comunque costretta a reagire, e a reagire vigorosamente, levando la propria arma a scudo nel confronto di quell’aggressione e offrendo alla violenza di quell’attacco, sì dirompente e devastante,  la fermezza della straordinaria lega metallica della propria arma, frutto di quella medesima e segreta tecnica che, aveva dato origine all’altrettanto meravigliosa spada della stessa Campionessa di Kriarya, ancora sotto sequestro nelle mani del giovane Leas Tresand. Uno scudo, quello che venne in tal modo rappresentato dalla lunga asta del tridente, il quale non poté in alcun modo ipotizzare di essere scalfito da tutto ciò, e che, anzi, si dimostrò a dir poco tediato da tutto ciò, fremendo appena sotto tanto impeto e lasciando trasparire, in tal senso, non semplicemente la resistenza del materiale che lo costituiva, quanto e ancor più la resistenza dei muscoli che, allora, si stavano impegnando a sorreggerla, e a impedire a quella lama ricurva di poter raggiungere l’altresì troppo fragile collo della donna.
E se, in conseguenza allo sforzo allora necessariamente compiuto dalla signora di tutti i pirati dei mari del sud, spontaneo sarebbe stato ritenere da parte sua difficoltosa una qualunque reazione, nell’affaticamento che da ciò doveva essere conseguito; impegno di Nissa Bontor fu quello di negare qualunque ipotesi a tal riguardo, nel dimostrarsi, se possibile, addirittura rinvigorita da quanto impostole, in misura per lo meno utile da potersi permettere di porre a rischio il proprio equilibrio per sollevare una gamba e con il proprio tallone destro andare a colpire, con forza e decisione, la bocca dello stomaco dell’antagonista, per ricacciarla all’indietro privandola di fiato e, possibilmente, di controllo su di sé e sul mondo a lei circostante, almeno per qualche, pericoloso, istante. Ma così come l’una era riuscita a contenere in maniera a dir poco straordinaria l’aggressione impostale, anche l’altra non si volle dimostrare da meno, offrendo al contatto con il piede della propria controparte, soltanto addominali incredibilmente contratti, che non soltanto limitarono i potenziali danni conseguenti a quell’aggressione, ma, ancor più, si premurarono di ridurre al minimo lo slancio che, per volontà della signora dell’isola avrebbe dovuto esserle imposto, perdendosi irrimediabilmente all’indietro, smarrendosi senza possibilità alcuna di recupero e, in ciò, troppo facilmente, esponendosi a qualunque nuova occasione di morte l’altra avrebbe voluto imporle.
Così, senza un solo verso, senza una sola smorfia e, forse a evitare di perturbare la sacralità di quel momento, senza una sola, semplice battuta carica di sarcasmo o di desiderio di provocazione; il confronto fra le due gemelle poté proseguire immediatamente, con un’iniziativa nuovamente intrapresa dalla Figlia di Marr’Mahew a discapito della propria controparte, di colei elettasi a sua nemesi senza che, da parte propria, vi fosse mai stato un qualche interesse in tal senso, a tal riguardo, non avendo mai ricercato né il suo risentimento, né, tantomeno, la sua sofferenza, per così come, tuttavia, era stata spiacevolmente capace di imporle. E la pesante ascia, ancora saldamente trattenuta nella sua mancina, riprese a roteare attorno al suo corpo, in una folle danza di morte che, senza particolare originalità, cercò ancora una volta occasione di impatto sul collo dell’antagonista, sebbene sul fronte opposto rispetto al precedente. Come già pocanzi, Nissa Bontor non ebbe allora alcuna ragione utile a scomporsi, alcuna motivazione tale da perdere il controllo, nel mantenere, altresì, inalterata la propria più imperturbabile serenità, e nel limitare tutta la sua reazione, tutta la sua risposta, a una nuovo, deciso movimento del proprio tridente, il quale, dal fronte destro, venne trasferito a quello mancino, lì arginando i più negativi e devastanti effetti di quel sempre terribile, e potenzialmente letale, impeto. E quasi avesse a doversi riconoscere suo desiderio quello di evidenziare quanto vani avessero a doversi riconoscere tutti quegli sforzi, tutto quell’impegno, a simile difesa ella scelse di lasciar seguire la medesima controffensiva già resa propria un solo istante prima, nel tornare a levare il proprio piede per andare a colpire ancora una volta il ventre della propria gemella, per respingerla nuovamente all’indietro e, seppur ormai neppure riponendo effettivamente una qualche speranza in ciò, privarla di quell’autocontrollo eccessivamente manifestato, quasi e persino vantato, sino a quel momento, sino a quell’istante, per quanto, apparentemente e ostinatamente, a lei dimostratosi avverso.
Ma dove anche, apparentemente, tutto quello spettacolo avrebbe dovuto essere considerato, ossessivamente, destinato a ripetersi, e a ripetersi in maniera tanto costante da risultare addirittura insensata, laddove alcun diverso risultato rispetto a quanto già conseguito sino a  quel momento sarebbe allora potuto derivare; da parte della Campionessa di Kriarya non venne tuttavia meno la costanza e l’impegno a tentare, quasi ingenuamente, un terzo, identico e consecutivo approccio verso la gemella, in un gesto che avrebbe potuto essere interpretato o qual assenza di una qualche strategia in sua opposizione o, parimenti, qual dimostrazione dell’esistenza di un più vasto piano, di una più complessa iniziativa, le ragioni della quale avrebbero potuto dimostrarsi soltanto più avanti, nel proseguo di quello stesso combattimento. Un proseguo, comunque, che sa parte della sovrana di Rogautt non volle allora essere in alcun modo né espressamente né tacitamente approvato, così come venne dimostrato da un repentino cambio di reazione a quella già collaudata sequenza d’attacco, nel non limitarsi più, semplicemente, ad arginare gli effetti di quell’oscena violenza, quanto e, piuttosto, a risponderle, nel presentare innanzi al moto dell’ascia non la solidità dell’asta del tridente quanto, e piuttosto, la sua triplice punta, quell’estremità nelle spire della quale il corpo stesso dell’ascia non si limitò a essere lì semplicemente intrappolato ma, ancor più, infranto, con una semplice, e pur devastante, torsione della lega dagli azzurri riflessi attorno alla propria pur solida struttura, quasi essa fosse costituita da fragile vetro o ceramica allorché da temprato metallo già dimostratosi in grado di spezzare crani e corpi interi.


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