11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 10 agosto 2013

2028


Se, infatti, il tridente era stato strappato a forza dalle carni della Figlia di Marr’Mahew, con violenza tale da troncarle di netto quanto ancora rimastole del proprio destro, già e comunque considerabile perduto; quella stessa, identica, arma, e la sua empia energia carica di morte, era stata immediatamente rivolta e destinata integralmente a discapito di quel giovane uomo, di colui al quale, in tutto ciò, non sarebbe mai stata concessa l’occasione di maturare ulteriormente e, magari e persino, invecchiare, così come, per almeno una decina di anni in più rispetto a lui era stata concessa a suo padre. Così il nero fascio di potere, di quella stessa malvagia essenza sino ad allora accumulatasi sulla sua triplice punta, non soltanto venne scagliato in suo contrasto e, soprattutto, lo raggiunse, ma, peggio, ciò avvenne da pochi, pochissimi piedi di distanza, a una distanza sì ravvicinata, che, ove anche, ipoteticamente, gli effetti negativi di quell’attacco avessero potuto scemare di pollice in pollice, esso lo colpì comunque con tutta la propria più straordinaria e devastante essenza, in misura tale da non concedergli altra alternativa se non quella di osservare il proprio petto, il centro del proprio petto, non soltanto aggredito, ma addirittura trapassato da parte a parte, in una voragine che, improvvisamente, ebbe a materializzarsi là dove, un solo istante prima, erano ancora sangue, muscoli e ossa, la dove, un solo attimo prima, erano i suoi più importanti organi, oltre a una sezione della propria stessa colonna vertebrale. E dove, un solo, semplice momento prima, egli ancora avrebbe potuto essere animato dal risentimento per il gesto che pur aveva deciso di compiere, nel dolore che, in fondo, gli stava pur straziando il cuore e lo spirito all’idea di poter giungere ad assassinare sua madre, la madre che pur tanto amava e rispettava; allora non un solo ulteriore pensiero, non una sola, semplice preoccupazione ancora lo avrebbe potuto lì animare, nella tragica serenità propria della morte.
Malgrado ciò, malgrado la propria impietosa condanna e l’istantanea esecuzione della medesima, Leas Tresand parve allora deciso a restare aggrappato alla vita con le unghie e con i denti, non per un qualche malato attaccamento alla stessa, non per una folle ostinazione in contrasto all’idea della propria morte, quanto e piuttosto nella volontà di non crollare immediatamente a terra, di non ricadere, in quel frangente, repentinamente al suolo, quasi avesse a doversi considerare non diverso da un burattino a cui fossero stati improvvisamente tagliati i fili. Al contrario, egli sembrò essere ancora in grado di riservarsi sufficiente energia per abbassare la spada pocanzi levata innanzi a sé, in un movimento che, comunque, sarebbe potuto essere spiegato anche e soltanto in conseguenza alla naturale attrazione di qualunque corpo verso il suolo; e lì, subito dopo, utile ancora per lasciarsi genuflettere e inginocchiare, finendo con l’apparire seduto sui propri stessi talloni, per lì restare, in tal posizione, immobile: sconfitto, certamente, e pur ancora non vinto; ucciso, indubbiamente, e pur ancora non cadavere, non semplice carne morta destinata a decomporsi e a marcire come qualunque fra le dozzine di uomini e donne che già, lì attorno, erano morti nella dura battaglia ancora in corso.

« Leas! No! »

Un grido straziante e straziato, quello che eruppe, per la quarta volta consecutiva, dalla gola della madre assassina, la quale, pur carnefice, sembrò essere allora addirittura vittima, in un paradosso che chiunque avrebbe potuto condannare qual schizofrenico e che pur, nel ricordare l’allora tanto particolare condizione della medesima, non avrebbe mai potuto essere, in tal modo, impropriamente minimizzato. Perché, per quanto lì, indubbiamente, sue fossero le mani macchiate del sangue della propria progenie, sebbene soltanto metaforicamente, dal momento che, non diversamente da quanto accaduto in soccorso alla Campionessa di Kriarya, anche in tal caso il letale raggio aveva istantaneamente suturato la voragine aperta nel centro del petto del giovane, negando qualunque perdita di sangue; ciò non di meno ella avrebbe potuto essere riconosciuta qual del tutto contraria a quella conclusione, a quel tragico delitto, lì avvenuto non per sua volontà, non attraverso un qualche suo avallo.
Un’ipotesi, e soltanto un’ipotesi, quella, che pur risultò ciò non di meno confermata a opera della sua stessa voce, oltre che della sua disperazione. Una voce che, distrutta dal dolore e da un immediato e irrefrenabile pianto, dimenticò allora qualunque sinergia, qualunque cooperazione prima esistente con le altre entità in lei dimoranti, rinunciando a ogni impiego di un sicuramente inopportuno plurale, per ricondurre tanta pena, tanta angoscia, a una dimensione personale, a un’intima sfera che mai avrebbe potuto condividere con chi, obiettivamente, responsabile per quanto accaduto…

« Leas… figlio mio. Perché? Perché tu…?! » si lamentò, lasciando cadere il proprio tridente a terra e, un attimo dopo, crollando a propria volta, a carponi sulla nuda terra, con il volto affondato nella medesima, a pochi pollici dalle spoglie del primogenito, di quell’uomo ai suoi occhi necessariamente ancora bambino, e lo stesso bambino che aveva allattato al proprio seno, che aveva cullato fra le proprie braccia, e nel quale, malgrado le modalità del suo concepimento, aveva riversato tutto l’amore di cui si sarebbe mai potuta dire capace « Thyres… perché mi hai permesso di macchiarmi di un tanto atroce crimine? Perché hai preteso il sacrificio di mio figlio in questa guerra e, peggio, contro di me…?! Perché? » domandò, in quanto apparve più prossima a un’imprecazione che a una questione, tanto l’impeto con il quale ogni singola parola venne scandita da quel volto ancora, nonostante tutto, rivolto al suolo, quasi a cercare di poter lì seppellirsi, lì affogare, a espiazione per le proprie colpe.
« Io non volevo arrivare a questo… non ho mai voluto nulla di tutto questo. » gemette, scuotendo il capo, con tutta la forza della propria disperazione, e di quell’angoscia viscerale, qual solo, del resto, avrebbe potuto essere quella di una madre innanzi alla salma del proprio figlio, blasfema violazione di ogni legge di natura, di ogni regola universale che non avrebbe dovuto permettere a un genitore di sopravvivere alla propria prole « Quello che ho fatto, l’ho sempre fatto per te… per la nostra famiglia, per il nostro futuro. » pianse amare lacrime prive, purtroppo, di qualunque speranza di espiazione, qual mai avrebbe potuto esserle concessa da alcun dio o dea per quanto aveva compiuto « Leas… figlio mio… figlio… mio… » ripeté, e ripeté ancora, in un alito di voce, strozzata dalla sofferenza, dalla pena, nel mentre in cui, tremante, cercò di trascinarsi verso quel monumento funebre che egli stesso aveva eretto in propria memoria, con il proprio stesso corpo, senza però osare neppure sfiorarlo, osare neppure levare un solo dito sulle sue carni destinate a divenire sempre più fredde.

Non soltanto facile, ma addirittura banale, forse, sarebbe allora stato per chiunque aggredirla e, forse, anche a sopraffarla, del tutto priva di contatto con il mondo a sé circostante qual ella si stava offrendo in quello stesso frangente. Nonostante questo, non una sola arma si mosse verso di lei, non una sola intenzione venne formulata a suo discapito, vedendo, anzi, l’intera isola arrestarsi attorno a quella tragica immagine, a quel quadro straziante, così dipinto da Leas con il proprio forse involontario, e pur indubbiamente calcolato, sacrificio. Non per compassione per il dolore di quella madre assassina, quanto e piuttosto per la condivisa pena da tutti vissuta in quel momento alla vista di quanto accaduto e di come ciò era accaduto, la morte tanto repentina, quanto forse assurda, che aveva colto colui che, forse, avrebbe dovuto essere considerato incarnazione, testimonianza vivente, di quei lunghi anni di conflitto, di quella guerra assurda come ogni guerra, e non meno spietata, non meno sanguinaria: egli che, con la propria semplice esistenza, con il proprio mero volto, incarnava la più profonda follia di quella trentennale faida fra gemelle.
E la stessa Figlia di Marr’Mahew, Campionessa di Kriarya, Ucciditrice di Dei, non poté che avvertire il proprio cuore del tutto straziato dal dolore di quella perdita, quella perdita che, occorsa proprio innanzi ai suoi occhi, proprio sotto il suo sguardo inerme, non poté che porsi, al confronto con la sua mente, in un osceno parallelismo con la morte del padre che egli non aveva mai conosciuto, vittima anch’egli di quello stesso conflitto, di quella stessa follia lì alfine degenerata oltre ogni misura.


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