11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 15 agosto 2013

2033


« Howe, Be’Wahr e Seem… » recuperò quanto stava dicendo pocanzi « A voi che da quasi dieci anni mi state seguendo, più o meno costantemente anche sulla base di quanto io ve ne dia la possibilità, io avevo promesso molto più oro di quanto non avreste potuto immaginarne. E se, nello scandire tale impegno, mia è stata soltanto sincera volontà, benché fossi assolutamente conscia di quanto mai, alcuno fra voi, ha realmente deciso di seguirmi per mera brama di ricchezze. » si concesse di sorridere verso quei tre, che, per quanto in termini indubbiamente originali, erano comunque stati, nel corso di quegli anni, quanto di più prossimo a una famigli avesse mai avuto occasione di godere « Oltre all’oro promessovi, pertanto, a voi desidero affidare il mio retaggio, la mia eredità in quanto mercenaria e avventuriera. »
« Mia signora… » cercò di intervenire, con inevitabile imbarazzo, il giovane Seem, il quale, anche alla fine di tutto quello, e in un momento quale quello che la mercenaria aveva scelto di dedicargli, non si stava dimostrando in grado di rendere propria alcuna particolare arroganza, continuando a restare, in termini estremamente modesti, lo stesso, timoroso garzone che, quasi un decennio prima, le aveva domandato la possibilità di divenire suo scudiero « Mia signora… perché il tuo discorso sta assumendo, di istante in istante, sempre più la parvenza di un testamento? Vi è forse qualcosa che non sappiamo e che dovremmo sapere?! » questionò, necessariamente preoccupato per lei, non potendo mancare di rivolgere la propria attenzione al braccio orrendamente mutilato, che, se pur coperto da un bendaggio pulito, non avrebbe mai potuto offrire la benché minima parvenza di salute.
« Non temere mio fidato scudiero. » scosse il capo ella, nel desiderio di rassicurarlo « Benché il colpo che ho subito avrebbe potuto uccidermi, non è ancora mio desiderio quello di abbandonarmi all’abbraccio della morte. Ho ancora qualcosa da compiere… e molte terre da esplorare, molti avversari da sconfiggere e molti tesori da conquistare. »
« Ma… allora…?! » tentò di insistere, salvo essere interrotto dalla voce della Campionessa di Kriarya, che subito volle proseguire nel proprio discorso.
« Brote… mio mecenate e mio vecchio amico. E anche tu, Bugeor, che tanto ha cercato di ottenere i miei servigi, senza riuscire mai a conquistarmi, perché la mia fedeltà era già stata riconosciuta al primo uomo che era stato in grado di vedere in me un guerriero e una risorsa su cui investire quando ancora ero priva di una qualche nomea, allorché una semplice coppia di grossi seni sui quali poter sfogare qualche fantasia repressa. » spostò ulteriormente la propria attenzione su tali rappresentati della città di Kriarya e, allora, non solo « A voi offro la mia personale garanzia sull’affidabilità di questi tre uomini, di questi tre avventurieri, formatisi al mio fianco, non quali meri subalterni, quanto e piuttosto quali complici, alleati, amici e, persino, fratelli. » dichiarò, a dimostrazione di quanto il discorso nel merito di Howe, Be’Wahr e Seem non avesse a doversi considerare concluso « Dal momento in cui, per qualche tempo, anni probabilmente, io non sarò più disponibile per soddisfare le vostre richieste, per partecipare alle vostre ricerche di straordinarie reliquie perdute, il mio personale consiglio è quello di non sottovalutare alcuno fra loro…sarebbe un errore, così come, per i più, è stato un errore sottovalutarmi vent’anni or sono, quando per la prima volta feci capolino nella città del peccato che voi sovrintendete. »

Se lord Brote, a quelle parole, restò immobile e imperturbabile, offrendo in verità l’evidenza di quanto, dietro a tanta apparente disattenzione a quel discorso, avesse a doversi riconoscere l’angoscia di chi, a quel punto, avrebbe dovuto considerarsi tristemente consapevole della perdita non soltanto di una straordinaria collaboratrice, ma anche, e forse, dell’unica vera amica che avesse mai avuto in quegli stessi ultimi due decenni; lord Bugeor, suo antico rivale e, ciò non di meno, suo primo complice in ogni questione di comune interesse, volle onorare le parole della mercenaria chinando il capo in segno di rispetto. Un gesto silenzioso, il suo, che pur si sarebbe dovuto considerare, allora, più carico di quanto non avrebbe potuto esserlo nel ritrovarsi contraddistinto da una lunga sequenza di parole.
In tutto quello, fra le righe e pur in termini sufficientemente espliciti, comunque, un’importante informazione era stata offerta a tutti loro. Un’informazione volta a definire la Figlia di Marr’Mahew, allora, qual prossima a una qualche partenza, a una qualche prolungata assenza, che l’avrebbe resa irreperibile per il ritorno tanto alla vita che era stata costretta ad abbandonare troppi anni prima, lungo le vie del mare; quanto a quella che, invece, in quegli ultimi decenni l’aveva vista attiva ed entusiastica protagonista, in misura tale, addirittura, da porla al centro di decine e decine di ballate, di sonate, di canzoni rapidamente diffusesi in quell’intero angolo di mondo e, probabilmente, anche oltre. Un’informazione che, inevitabilmente, non poté mancare di suscitare un’improvvisa e violenta reazione di ribellione, di protesta collettiva, da parte di tutti i presenti, in un tanto chiassoso quanto probabilmente inutile vociare che avrebbe avuto la sola utilità di rendere improbabile l’aggiunta di qualunque spiegazione, nell’impossibilità a essere uditi in simile contesto.
Solo una figura, fra tutti i partecipanti a quella riunione, non si lasciò coinvolgere da tanta animosità. Una figura che, propria fortuna o proprio malgrado, era già perfettamente confidente con quanto l’Ucciditrice di Dei avrebbe dovuto annunciare. E non per la presenza, all’interno della sua mente, di Desmair, in quel momento percepito qual attento ascoltatore di quanto stava accadendo, quanto e piuttosto perché reso già partecipe, tempo addietro, di un paio di strani sogni ricorrenti che avevano visto coinvolta la propria amata nel periodo in cui ella era stata a stretto contatto con gli scettri dell’ultimo faraone di Shar’Tiagh, il padre di Anmel Mal Toise, reliquie dotate della maledizione dell’onniscienza, qual solo essa avrebbe dovuto essere considerata, così come avrebbe potuto confermare chiunque ne avesse goduto i letali privilegi. E sebbene Midda Bontor, nell’assenza di una mano e di avambraccio in carne e ossa da lungo tempo, non avrebbe potuto attingere a tale potere in maniera diretta, preservandosi dagli effetti negativi del medesimo; ciò non di meno qualche eco di futuro doveva essere comunque stato condiviso con il suo subconscio durante le ore notturne, venendo da lei, successivamente, rielaborato in chiave onirica. Sogni che, tuttavia, coinvolgevano persone e, soprattutto, situazioni che ella non avrebbe potuto avere neppure mai l’occasione di immaginare quali esistenti, motivo per il quale difficile sarebbe stato minimizzare tutto ciò a mera fantasia notturna.
In tale contesto, proprio malgrado forte di quella consapevolezza, fu quindi proprio Be’Sihl Ahvn-Qa a tacere al centro di quella bufera di esclamazioni di sorpresa e richiesta di ulteriori spiegazioni. Un silenzio che, dopo qualche istante, non poté che essere notato innanzitutto dalla stessa mercenaria dagli occhi color ghiaccio e, successivamente, un po’ alla volta, da tutti gli altri, i quali, incuriositi, non poterono che zittirsi, uno alla volta, in attesa di scoprire quanto egli avrebbe potuto avere da dire tale da giustificare quell’apparente quiete, per quanto straordinariamente seria.

« Hai deciso di partire veramente per le stelle… quindi?! » esordì alfine, diretto e privo di preamboli, non desiderando poter perdere tempo dietro a qualche sfoggio di vana retorica, in quel momento quantomeno inappropriata, almeno nel confronto con il suo giudizio.
« Se conosci già la risposta, perché me lo domandi? » replicò ella, sospirando e chinando appena lo sguardo, nel non riuscire a reggerlo innanzi al giudizio dell’uomo amato, per quanto ancora troppe questioni avessero a doversi considerare aperte fra di loro, soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi riguardanti il suo semidivino sposo « Nissa è morta. Ma Anmel e l’Oscura Mietitrice sono ancora là fuori. Lo abbiamo visto tutti. E dal momento che sono stata io a liberarle, è giusto che sia io a sistemare la questione, prima che possano ritornare più forti di prima… » esplicitò, a beneficio di tutti, laddove, altrimenti, quel confronto avrebbe potuto non essere adeguatamente apprezzato dagli altri, loro circostanti.
« E, suppongo, che io dovrò limitarmi a tornare a Kriarya, alla nostra locanda, aspettando per anni di vederti tornare… sempre ammesso che tu possa, realmente, fare ritorno da dove andrai… » commentò Be’Sihl, lasciando pesare, per la prima volta dall’inizio del loro rapporto, della loro amicizia, prima, e del loro amore, poi, la distanza che ella sembrava intenzionata a porre fra loro, una distanza che, purtroppo, in quel frangente non avrebbe potuto mai essere misurata semplicemente in miglia.

Per conquistare un posto nel cuore di Midda Bontor, donna guerriera, mercenaria e avventuriera; per riuscire a riservarsi un posto nella vita della Figlia di Marr’Mahew, della Campionessa di Kriarya, dell’Ucciditrice di Dei; quel tranquillo locandiere, di lei innamorato forse dal momento del loro primo incontro, da quando, per la prima volta, ella gli propose di lasciarle una camera perennemente riservata in cambio del proprio aiuto a mantenere la sua locanda libera da ogni malintenzionato, in un arduo proposito all’interno della città del peccato; quell’uomo, ben distante dal modello di compagno che chiunque avrebbe potuto immaginare associato a una figura qual quella di una eroina tanto straordinaria, divenuta una leggenda vivente, aveva dovuto scendere a patti con una verità fondamentale, con un concetto nell’incomprensione del quale non avrebbe mai avuto speranza alcuna con lei, ma nella consapevolezza del quale, al contrario, avrebbe potuto considerarsi su tutti avvantaggiato. E tale verità fondamentale, tale concetto sì cardine, null’altro avrebbe dovuto essere riconosciuto che il rispetto della straordinaria forza di carattere di quella donna, un’energia da lei spesa, in ogni singolo istante della propria esistenza, a combattere per la propria autodeterminazione, per definire la propria indipendenza innanzi a mortali e dei.
In ciò, quindi, egli aveva accettato di attendere il suo amore, la possibilità di far evolvere il loro rapporto a qualcosa di più di quella relazione di già straordinaria complicità che era, per quindici anni. Quindici lunghi anni trascorsi i quali ella gli aveva giocato un brutto scherzo, simulando il proprio assassinio all’interno della sua stessa locanda; errata scelta strategica a seguito della quale egli, al suo poco miracoloso ritorno in vita, l’aveva praticamente costretta ad affrontarlo e a scegliere se rifiutarlo o se accettarlo. E benché, allora, ella lo avesse accettato, in quegli ultimi cinque anni ben poche erano state le avventure fra loro condivise, dal momento in cui, non desiderando in alcun modo forzarle la mano più di quanto già non avesse compiuto, egli le aveva concesso la possibilità di proseguire la propria vita come se nulla fosse accaduto, arrivando, addirittura, a mentire pubblicamente sulla loro relazione. All’idea, però, di doverla veder partire verso il cielo e le stelle al di là del medesimo, per un’avventura dalla quale, forse, probabilmente anzi, non avrebbe più fatto ritorno, non avrebbe potuto essere per lui considerato maggiormente accettabile di quanto non fosse stata quella morte simulata. Ragione per la quale, lì, in quel giorno, in quel momento, egli era pronto a mettere di nuovo in giuoco tutto, per lei, per non essere costretto a rinunciare a lei.
Perché ella, invero, per lui era tutto… e nulla avrebbe avuto ragione senza di lei.

« Supponi male, dolcezza… » negò, tuttavia e sorprendentemente, Midda Bontor, sollevando i propri occhi color ghiaccio per offrirli a quelli ambrati dell’amato « Perché tu verrai con me! »



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