11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 7 febbraio 2018

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Lasciato Shope Trel e, con lui, il caccia stellare ai piedi di una delle colossali statue proprie di quel mondo, un gigantesco umanoide scolpito nella bianca pietra e sprofondato nelle rosse sabbie sino alla vita, con ciclopiche braccia nerborute rivolte al cielo in quello che, un tempo, avrebbe avuto a dover essere inteso qual un segno di potenza, di forza, di trionfo, e che pur, in quel nuovo contesto, nella morte di quel mondo, non avrebbe potuto ovviare a sembrare il gesto disperato di una persona condannata all’oblio all’interno di letali sabbie mobili; la Figlia di Marr’Mahew ebbe a iniziare ad addentrarsi in quel mondo, e ad addentrarsi in esso con il volto coperto da una maschera trasparente, atta non a coprirne le fattezze quanto, e piuttosto, a garantirne una quieta possibilità di respiro e di libera visuale in un contesto nel quale, forse, eccessivamente imprudente sarebbe stato offrire ingenua fiducia all’aria di quel mondo e alle sue fini sabbie, e con le gambe strette attorno al corpo di una moto antigravitazionale, un veicolo leggero trasportato all’interno del ventre del caccia proprio allo scopo di garantire una più comoda, e rapida, possibilità di movimento una volta sbarcati a terra, in contesti non dissimili da quello.
In verità, per la mercenaria dagli occhi color ghiaccio, quella avrebbe avuto a dover essere considerata la prima volta, nella sua vita, alla guida di un tal mezzo o, più in generale, di un qualunque mezzo tecnologico e, se non fosse stata completamente assorta dalla propria missione, dalla concentrazione rivolta al proprio obiettivo, probabilmente avrebbe avuto occasione di godere in maniera differente di quel momento.
Volendo riconoscere, infatti, alla propria nuova mecenate i propri meriti, oltre alle proprie colpe, la donna guerriero dagli occhi color ghiaccio non avrebbe potuto ovviare a tributarle una certa gratitudine nell’averle voluto offrire occasione, necessità, e possibilità, di apprendere qualcosa di nuovo, come, nella fattispecie, la guida di quel mezzo. Benché, infatti, a posteriori non avrebbe avuto a dover accusare alcuna particolare complessità nel gestire quella moto, nello scoprire quanto il sistema di guida avesse a doversi riconoscere decisamente più elementare rispetto a quanto mai avrebbe potuto credere o temere; il merito la spinta, emotiva e fisica, a mettersi alla prova con quella tecnologia, per lei incomprensibile non soltanto nella propria più intima natura ma, addirittura, nella mera lingua nella quale essa avrebbe potuto trovare espressione scritta, avrebbe avuto a dover essere riconosciuto solo ed esclusivamente a Lles Vaherz, la quale, dal proprio personale punto di vista, non avrebbe potuto tollerare l’idea di una qualche difficoltà di sorta dalla propria mercenaria a confronto con una semplice moto antigravitazionale e, ancor meno, sempre in tal senso, una qualunque difficoltà di sorta dalla sola donna, e persona più in generale, dimostratasi capace, sino a quel momento, di porla in imbarazzo nel corso di un confronto armato, di un duello qual quello attraverso il quale avevano avuto iniziale occasione di conoscersi.
In ciò, pertanto, benché figlia di un mondo privo di qualunque tecnologia, di qualunque concetto di elettricità, di motori, o addirittura di antigravità; benché figlia di un mondo nel quale i viaggi lungo vie di terra sarebbero stati compiuti a piedi, a cavallo per lo più, e i viaggi lungo le vie del mare avrebbero avuto a dover essere comunque intesi qual certezza di morte per tutti coloro i quali non avessero avuto occasione di maturare confidenza con lo stesso, e con le sue leggi, sin dal giorno della propria nascita; ella ebbe allora a ritrovarsi non soltanto trasportata attraverso mondi e stelle a bordo di un veicolo spaziale, colmando, in pochi giorni, distanze che neppure in un’intera eternità avrebbe potuto ipotizzare di essere in grado di coprire altrimenti, ma ebbe anche, e ancor più, a scoprirsi alla guida di un veicolo antigravitazionale, un mezzo sicuramente semplice da condurre, e pur ben oltre a quanto mai avrebbe potuto credere di poter essere in grado di compiere soltanto poche settimane prima.
Il vento sferzante ai lati del volto, là dove la pelle non si poneva coperta dalla maschera trasparente; il lungo cappotto, simile a un mantello, svolazzante dalle sue spalle; la percezione della velocità crescente, tale da avvertire una strana spinta all’indietro, con la necessità, quasi, di aggrapparsi, e di aggrapparsi al manubrio del veicolo, contraendo i muscoli delle proprie braccia, in carne e ossa, o in metallo, per mantenere il controllo del mezzo; nonché, e forse particolare più importante fra tutti, la consapevolezza di essere in quel momento, in quel frangente, a tutti gli effetti in volo, e in un volo non passivo, così come magari in altre occasioni le era anche capitato di essere, aggrappata a qualche creatura mitologica o a qualche prodotto di stregoneria, quanto e piuttosto un volo attivo, da lei controllato, da lei gestito in ogni propria accelerazione e decelerazione, in ogni propria curva, ascendente, discendente, a dritta o a manca: tante avrebbero avuto a doversi considerare le ragioni a fronte delle quali ella non avrebbe potuto ovviare a esaltarsi, nel mentre in cui, nelle proprie vene, nelle proprie membra, l’adrenalina veniva pompata in maniera dolcemente costante. Adrenalina, in tal contesto, utile, indispensabile forse, nel mantenere alta la sua guardia, a confronto con la consapevolezza, comunque, di quanto un singolo errore sarebbe stato pagato caro, nella caduta che avrebbe potuto coinvolgerla, una caduta che, da quell’altezza, una sessantina di piedi, e a quella velocità, ipotizzata in almeno un’ottantina di miglia all’ora, benché, nella propria incapacità a comprendere le indicazioni scritte sul quadrante non avrebbe potuto averne effettiva conferma, di certo non l’avrebbe vista uscirne facilmente illesa. E se pur, quel rischio, quella possibilità, l’eventualità di una rovinosa caduta, avrebbe potuto lì sconvolgerla, spaventarla, disorientarla, nelle spiacevoli conseguenze che, per lei, avrebbero potuto derivare, e derivare nell’impiego di una tecnologia per lei non meglio compresa; nulla di tutto ciò ebbe minimamente a turbarla, anzi, invero, ritrovandola semplicemente eccitata, nel senso di sfida che, tutto ciò, non avrebbe potuto ovviare a rappresentare per lei. Per lei la quale, del resto, nella propria intera esistenza mai si era sottratta a prove sempre più ardue, sempre ritenute improbe e sovente addirittura impossibili, per il sol piacere di quel brivido, in quanto di più vicino a una dipendenza patologica avrebbe avuto a dover essere considerata dalla sua stessa adrenalina.
Purtroppo, se pur quel momento, quel frangente, non avrebbe potuto ovviare di riservare alla mercenaria, nel confronto con il suo cuore, già concrete ragioni di entusiasmo fine a se stesso; la consapevolezza di dover, altresì, contenere il tutto entro i confini propri di un incarico, e di un incarico importante qual quello in grazia al quale i propri bambini avrebbero potuto essere riscattati, e la loro libertà avrebbe potuto essere assicurata, non avrebbe potuto ovviare a soffocare la gioia derivante da quel primo volo, la felicità del proprio successo nel confronto con quella moto antigravitazionale, costringendola a vivere tutto ciò qual un mero passaggio nel proprio percorso verso la meta finale. Un passaggio non caratterizzato da maggior o minor importanza di quello che aveva avuto occasione di rendere propria la tappa presso la dimora di Mapan Seg, per il recupero della chiave di Mesoolan, nel confronto con le difficoltà proprie nell’espugnare tale fortezza, nel penetrare in essa e nel compiere il proprio recupero dal sapor di furto, ella avrebbe potuto vantare indubbie ragioni di soddisfazione per quanto compiuto, per quanto ottenuto, se soltanto, tutto ciò, altro non avrebbe avuto a dover essere giudicato se non una semplice tappa, un mero passaggio obiettivamente privo di valore, innanzi alla visione d’insieme, innanzi a quanto avrebbe avuto a dover essere riconosciuto qual il fine ultimo di  tanto impegno.
Così, tanto concentrata sulla guida, e sulla traiettoria da seguire, ella non ebbe a concedersi la pur minima occasione di distrazione, neppur a confronto con quel suo primo volo, quel suo primo volo attivo e autonomo alla guida di un simile mezzo, vivendo quel momento con non maggiore coinvolgimento rispetto a una semplice corsa a cavallo.

« Falco a Colombella… Falco a Colombella… mi ricevi Colombella…?! » sentì la voce di Shope giungere, in maniera improvvisa e imprevista alla propria attenzione, provenendo da un piccolo dispositivo auricolare che le aveva fornito per maggiore comodità di comunicazione, un dispositivo a confronto con il quale, tuttavia, non aveva ancora avuto occasione di confrontarsi prima di allora.
« … Colombella a chi…?! » replicò ella, storcendo le labbra verso il basso, nel confronto con quell’assurdo soprannome attribuitole dal proprio interlocutore, il quale non sembrava intenzionato a concederle tregua neppure a distanza.

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