11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

martedì 27 febbraio 2018

2470


« Thyres… » ebbe a gemere, nel momento in cui alfine, raggiunse il lato opposto della stanza, con, inutile a dirsi, una nuova scalinata discendente verso il basso, attraverso un varco del tutto identico dal quello che ella aveva attraversato per giungere sino a lì e, ancora, del tutto identico a quello ancor precedente, in una costanza che, obiettivamente, non avrebbe lasciato presumere nulla di positivo per quanto, là in fondo, avrebbe potuto attenderla.

Lasciandosi scomodamente sdraiare su quella scalinata, improvvisamente risultante, al suo sguardo, alla sua attenzione, al suo alterato giudizio, qual il più confortevole fra tutti i giacigli possibili, soprattutto al termine della devastante attraversata che le era stata in tal maniera imposta; la Figlia di Marr’Mahew si concesse, in quel luogo, in quel momento, qualche istante utile a riprendere fiato e a verificare le proprie condizioni in conclusione alla prova impostale.
Benché, infatti, ella fosse perfettamente consapevole di non aver riportato danni fisici in conseguenza a quanto lì affrontato, non potendo, allor, rischiare di essere ferita da quei laser senza, in ciò, maturare sostanziale consapevolezza di quanto accaduto; la donna dagli occhi color ghiaccio preferì comunque riservarsi occasione di confermare tale verità, simile postulato in grazia a un breve controllo fisico, verificando lo stato del proprio corpo attraverso quanto, in quel momento, ancor presente degli eleganti vestiti a lei imposti da parte del sicuramente raffinato gusto del capitano Lles Vaherz. Benché indubbio avrebbe avuto a dover essere giudicato lo stile proprio di quella donna pirata, non soltanto nel taglio di quegli abiti, ma, ancor più, nelle stoffe e negli orpelli lì applicati, tanta eleganza, tanta sofisticatezza, difficilmente avrebbe potuto trovar occasione d’intesa con la pericolosa quotidianità propria di quella donna guerriero, abituatasi sin dagli esordi della propria carriera, del resto, non per propria volontà, quanto per necessità, a vestire sostanzialmente di stracci così imbarazzanti nelle proprie forme, nella propria sostanza, da poter offrire ragione di rifiuto anche da parte di vagabondi senza tetto.
Invero, così come altresì ignorato dai più, tali stracci da lei eletti qual proprio abbigliamento, non avevano mai iniziato il proprio percorso in tali forme, in simile stato, avendosi, almeno all’origine, a doversi comunque considerare abiti degni di tale nome, pur, ovviamente, mai contraddistinti da particolare eleganza o ricercatezza: solo nello scorrere irrefrenabile del tempo, e nel confronto con troppe avventure, troppi incidenti, troppe battaglie, quelle vesti finivano poi per ridursi agli stati pietosi per lei più consueti, resti irriconoscibili di quanto un tempo erano stati, tanto per il logorio subito, quanto per la sporcizia e il sangue necessariamente accumulato sugli stessi. Così anche allora l’elegante completo a confronto con il quale lo stesso Mapan Seg aveva avuto occasione di porsi, quel meraviglioso abbigliamento con il quale Lles aveva desiderato riconoscere quella donna qual una propria risorsa, qual una propria alleata, seppur in tal senso obbligata dalla situazione e dall’amore per i propri bambini da lei tenuti in sostanziale ostaggio, avrebbe avuto ormai a doversi considerare fondamentalmente irriconoscibile, tanto in conseguenza ai primi scontri, quanto e ancor più a seguito di quelle prime sfide in contrasto alle trappole disposte in quel sotterraneo.
E laddove, un tempo, a coprire le sue braccia avrebbero avuto a doversi riconoscere maniche di soffice stoffa lì tagliata a sbuffo, ormai soltanto poche fibre scomposte e bruciate avrebbero avuto a potersi ancor riconoscere a celare tanto il suo arto artificiale, quanto gli elaborati tatuaggi tribali presenti sulla pelle di quello in carne e ossa. Così come, fra l’azione dei laser e quella delle sue obbligate acrobazie, anche del panciotto, prima volto ad avvilupparne elegantemente le forme in quella raffinata stoffa, ormai avrebbe avuto a dover essere riconosciuto soltanto qualche residuo sparso, e lì ancora presente in sola grazia a pochi pollici integri ai lati del suo costato e non più di un paio residui in corrispondenza della sua spalla mancina, laddove, altresì, sulla destra, in corrispondenza del braccio metallico, nulla ormai avrebbe avuto a dover essere riconosciuto. Soltanto dei pantaloni, qualcosa di più avrebbe avuto lì a poter essere ancor considerato presente, benché, tanto ai lati delle sue cosce, quanto e persino in corrispondenza dei suoi tondi e sodi glutei, numerosi avrebbero potuto essere identificati gli strappi, i tagli già accumulati, a svelare, non senza un poco di involontaria malizia, la pallida carnagione lì sotto celata. Tutto ciò, ovviamente, in sol riferimento all’integrità fisica di quegli abiti, senza, parimenti, averne a considerare le condizioni di natura puramente estetica, senza voler prestare attenzione alla terra, alla polvere, al sudore e al sangue, quest’ultimo fortunatamente non suo, che lì sopra già si erano accumulati e che, di conseguenza, ne avevano completamente alterato i colori originali.
Insomma: trascorse soltanto poche ore dall’inizio di quella missione, già il suo abbigliamento avrebbe avuto a poter rievocare quietamente l’immagine che, per oltre vent’anni, l’aveva accompagnata nel proprio mondo, divenendo, entro certi limiti, per lei quasi un segno distintivo…

« … tanto bella questa stoffa, eh…?! » osservò, rendendosi conto dello stato dei propri abiti e, in ciò, non potendo ovviare ad aggrottare la fronte, con aria perplessa « … diciamo che, però, a livello pratico ha dimostrato di non saper rendere un granché. » puntualizzò, a meglio evidenziare il tema alla base della propria ironica critica « Fossero i miei vestiti sempre stati così, avrei fatto prima a girare nuda. » storse appena le labbra verso il basso, a dimostrare tutta la propria più sincera posizione a tal riguardo « Non che, credo, qualcuno avrebbe avuto ragione di che lamentarsi di ciò… » soggiunse alfine, non negandosi un sorrisetto malizioso al ricordo di tutte le volte che, effettivamente, in passato si era ritrovata più o meno costretta ad agire senza la protezione di alcun abito mai cogliendo, in ciò, ragione di rimprovero neppure da parte dei propri stessi avversari.

Risollevatasi stancamente da terra, e verificato che, quantomeno, l’integrità della propria arma avesse a doversi considerare inalterata malgrado quanto accaduto, la donna guerriero decise di riprendere, alfine, la propria discesa, proponendosi, invero, già sufficientemente consapevole di quanto, al termine di quelle scale, l’avrebbe potuta attendere. Perché se, la prima volta, quella sala avrebbe potuto sorprenderla e compiacerla, e, la seconda volta, non avrebbe mancato di insospettirla e inquietarla, alla terza, presumibile, occasione, tutto ciò non avrebbe mancato di iniziare ad apparire qual squisitamente ripetitivo e persino noioso nella propria occorrenza.
In ciò, nella più totale assenza di ragioni di entusiasmo per quanto, allora, avrebbe potuto attenderla, Midda Bontor non avrebbe potuto giustificare in alcuna maniera il brivido che le ebbe ad attraversare la schiena proseguendo nella discesa di quella ben nota scala, pur, ovviamente e paradossalmente, per lei inedita. Un  brivido che, forse, avrebbe potuto accompagnarla innanzi alla prospettiva di un’immagine inedita, di qualcosa di nuovo ad aspettarla laggiù, fra le tenebre, e che pur tale non avrebbe potuto essere nel mero confronto con una nuova, terza sala esattamente identica alle precedenti. Terza sala che, puntualmente, ebbe quindi a comparire innanzi al proprio sguardo compiuti gli ultimi gradini…

« … assolutamente monotona scelta di interni, da queste parti… » ebbe a ripetersi volontariamente, calcando maggiormente l’accento su quella critica, su quell’espressione di noia nel confronto con quanto, ancora una volta, le si stava dispiegando innanzi allo sguardo, nelle forme di una vasta stanza su base circolare, circondata da inermi corazze lì forse presenti a scopo decorativo, regolarmente alternate da alte colonne tonde, atte a sostenere la volta a crociera del soffitto, offerente riferimento, sul fronte opposto, a un grande pilastro centrale, apparentemente costituito dall’elegante fusione di molteplici colonne « … d’accordo che apprezzo questo stile. Ma, alla lunga, può diventare noioso anche per me. » ammise, in un lieve sospiro, in verità non tanto contrariata dall’architettura di quell’ambiente quanto, e piuttosto, dal senso di ineluttabile ripetizione che esso sembrava voler offrire, in quanto allora, più di qualunque laser o altro mortale trabocchetto, non avrebbe potuto mancare a offrire un senso di trappola.

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