11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

lunedì 12 febbraio 2018

2455


« Oh… » sorrise sornione il suo avversario, nel mentre in cui i suoi degni compagni non mancarono di riservarsi un breve momento di comune ilarità, sogghignando « La cagnetta sa anche abbaiare. » insistette sul tema, per poi accennare un flebile latrato, a supposta imitazione della sua presa di posizione in tutto ciò, offrendo ai propri compari maggiore occasione per insistere nelle proprie risate.

Midda, che nella propria vita si era abituata a epiteti ben peggiori rispetto a quello, declinato anzi e in quel mentre in termini che avrebbero avuto a doversi considerare persino carini, non poté aver ragione di che prendersela a male per simile tentativo di provocazione, aggrottando appena la fronte prima di lasciar scivolare la punta della propria spada nella sabbia innanzi a sé, lì conficcandola, adagiandola per un istante innanzi a sé, e pur tutt’altro che dimenticandola o abbandonandola, per avere entrambe le mani libere, a sfilarsi quanto rimasto di quello che un tempo era stato il lungo cappotto donatole da Lles, al fine di assicurarsi maggiore libertà di movimento nel lasciarlo ricadere alle proprie spalle.
E se, in simili movenze, ineluttabilmente sensuale ella non avrebbe potuto che apparire, suscitando indubbia attenzione da parte dei propri antagonisti per la procacità delle proprie forme, pur ancor ben celate dal resto del suo elegante abbigliamento; parimenti di difficile intendimento avrebbe avuto a doversi ritenere il senso di tutto ciò, di tal gesto, se non qual preludio a qualcos’altro, desiderio di confronto fisico diretto con i propri antagonisti, in una volontà di sfida che, tuttavia, non avrebbe potuto ovviare a suscitare una certa ilare incredulità, laddove, in fondo, la disparità numerica fra loro, moltiplicata per l’ancor maggiore disparità fisica esistente fra ognuno di tali antagonisti e la stessa Figlia di Marr’Mahew, avrebbe ineluttabilmente reso simile idea, tale proposito, simile a una battuta umoristica ancor prima che a una vera e propria minaccia, o, quantomeno, tale dal loro stesso punto di vista. Un punto di vista, altresì, completamente ribaltato da parte della donna dagli occhi color ghiaccio, la quale, dal canto proprio, non avrebbe potuto ovviare a ritenere quegli avversari qual un banale intrattenimento, una nuova e semplice occasione di esercizio a fronte della quale, ciò non di meno, non avere di che preoccuparsi, di che agitarsi, non laddove ella avrebbe potuto quietamente considerare di essersi ritrovata in situazioni decisamente più impari rispetto a quella… e di essere riuscita ogni volta a uscirne, così come quietamente comprovato dalla sua pura e semplice esistenza in vita.
Così, rimasta soltanto in camicia e panciotto, e con una camicia bianca dalle maniche a sbuffo la destra delle quali avrebbe avuto a doversi riconoscere qual già ampiamente bruciata in quasi tutta la propria estensione in conseguenza all’impiego della protesi metallica lì sotto celata qual proprio estemporaneo scudo, ella ebbe a tornare a impugnare la propria arma simile a cristallo, lasciandola roteare accanto al proprio fianco destro e accanto a quello mancino, prima di assumere una postura di guardia e prepararsi al confronto lì ricercato, addirittura invocato…

« Questa cagnetta sa anche mordere. » ebbe pertanto a puntualizzare, non rifiutando l’appellativo a lei rivolto e, anzi, utilizzandolo per tradurre la questione a proprio vantaggio, a proprio merito.

E dove anche, obiettivamente, i suoi avversari avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual contraddistinti, singolarmente, da una mole nettamente superiore alla sua, e superiore alla sua in un rapporto maggiore rispetto al doppio, con muscoli tanto ipertrofici da risultare persino spiacevoli allo sguardo, contrari a qualunque ipotesi di armonia estetica, soprattutto nelle chimere presenti; nulla di tutto ciò avrebbe potuto allor frenarla dall’agire, e dall’agire con straordinaria e letale rapidità nei loro riguardi, una rapidità che non parve voler concedere loro neppure l’occasione di estrarre le proprie armi bianche, le proprie lame dai rispettivi foderi, prima di essere travolti da quella furia, e da quella furia omicida che, fra gli stessi, ebbe a mietere impietosamente vittime con la stessa banalità, con la stessa semplicità con la quale la falce del contadino avrebbe colto biondi i frutti del grano.
Il primo a cadere, allora, fu proprio il feriniano leonino, colui il quale si era candidato a interlocutore di tanto pericolosa avversaria, e che, della propria arroganza, ebbe lì a pagare pegno, e a pagare pegno nei termini più severi e impietosi, ritrovandosi ad assaporare il filo di quella lama straordinaria senza neppure avere la possibilità di rendersi conto di essere, in tal maniera, già morto. E se, pur, ella avrebbe potuto essere molto più crudele nei suoi confronti, la morte che ebbe a imporgli riuscì a dimostrarsi decisamente moderata nei propri termini, nella propria occorrenza, limitandosi, semplicemente, a decollarlo, e a decollarlo con un gesto così fluido, così elementare, da non riuscire ad apparire neppure reale, non, quantomeno, quanto avrebbe allor dovuto essere. La forgiatura imposta a quella lama, secondo un’antica tecnica di tradizione elberichiana da un unico blocco di lonsdaleite, aveva posto fra le mani di quella donna votata alla guerra, di quella figlia di mille e più battaglie, di quella vera e propria macchina di morte, un’arma praticamente perfetta, forse e persino migliore rispetto a quella con la quale abitualmente avrebbe avuto a doversi riconoscere solita accompagnarsi, nella presenza di un filo sostanzialmente assoluto, un filo così perfetto da rendere ogni sforzo, ogni impegno nel suo impiego, quasi superfluo, laddove sarebbe allor stato sufficiente appoggiare lievemente quella lama per incidere profondamente le carni dei propri antagonisti. Ma anche laddove, appunto, alcuno sforzo avrebbe avuto a doversi considerare necessario a tal fine, il braccio di quella donna, il mancino di carne e ossa, forgiato a sua volta in una vita intera di scontri e duelli, di sfide e combattimenti, non ebbe a essere in grado a dosare la propria forza, la propria energia, abituato a incontrare maggiore resistenza nei propri movimenti, nei propri affondi, in misura tale per cui, quanto, probabilmente, anche con una normale spada sarebbe stato sufficiente per decapitare quel leone umanoide, si dimostrò parimenti efficace e decisamente più efficiente, nell’attraversare quelle carni, e quelle ossa, quasi neppure esistessero e, in ciò, nel separare la sua testa dal resto del suo collo lasciandola, ancora per un istante dopo il proprio attacco, ancor apparentemente lì congiunta, salvo, poi, in semplice conseguenza alla forza di gravità imposta sul suo corpo, sui suoi muscoli improvvisamente privi di energie, vedere quest’ultimo ricadere pesantemente a terra e, in ciò, il suo capo rotolare lontano, sulla fine sabbia rossa.
Un fato, quello così imposto all’uno, che avrebbe potuto obiettivamente, e tardivamente, sorprendere e spaventare anche tutti gli altri suoi compari se, allora, essi non si fossero ritrovati condannati a seguirne l’esempio e a seguirlo in tempi tanto brevi tali per cui, allora, alcun interesse avrebbe avuto possibilità di essere rivolto al primo morto… non, quantomeno, da tutti gli altri che, rapidamente, si estinsero, andando a rinvigorire, con il rosso del proprio sangue, il colore già sufficientemente macabro di quel suolo, di quell’intero pianeta.
In sei erano scesi a terra, per affrontarla. E in sei ebbero allora a morire, e a morire in rapida successione uno all’altro, in termini tali per cui, a posteriori, difficile sarebbe stato riuscire a discriminare non soltanto l’ordine esatto delle uccisioni ma, persino, se fra il primo e l’ultimo assassinio ebbe a esserci tempo sufficiente per permettere a quella testa mozzata di separarsi dal resto del corpo, qual conseguenza alla passiva caduta dello stesso, o se l’ultimo cadavere ebbe a doversi riconoscere qual tale ancor prima del primo mietuto. E non una sola ipotesi d’attacco venne dagli stessi prodotta nel contempo di quella mattanza, di quel vero e proprio macello, né poté essere minimamente supposta in un intervallo tanto ristretto, in misura tale per cui, allora, soltanto ai loro compagni, soltanto ai sopravvissuti, venne concessa occasione di comprendere l’effettiva portata dell’abilità guerriera di quella donna. Sopravvissuti, quelli che in tal maniera poterono testimoniare simili eventi, che avrebbero avuto a doversi considerare effettivamente tali in sola e semplice conseguenza alla prudenza da lor stessi dimostrata nel mantenersi, almeno in quel primo momento, ancora a distanza da quella donna, una donna in contrasto alla quale, pur, non avrebbero mai potuto immaginare di ritrovarsi similmente dimezzati rispetto al proprio numero iniziale, al quantitativo ipoteticamente spaventoso da loro, inizialmente, promosso.

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