11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

domenica 21 ottobre 2012

1737


Rinfrescatasi la gola, verificata la solidità del legame del fodero della propria spada alla cintola, circondatasi le spalle con una lunga e pesante corda, e accesa una torcia, la donna guerriero si poté considerare pronta ad avanzare all’interno del varco con tanta fatica, con tanto impegno, appena riaperto. L’eventualità dell’ineluttabile occorrenza di una nuova notte, sicuramente in tempi inferiori a quelli che le sarebbero stati necessari per riemergere da quel budello sotterraneo, non la preoccupò, non le fu ora di freno, dal momento in cui, salvo straordinarie rivelazioni in senso contrario, lì sotto non avrebbe avuto alcuna possibilità di contatto con il cielo, con il sole o con tutte le altre stelle del firmamento, in una misura tale da rendere assolutamente relativo, addirittura soggettivo, il concetto stesso di alternanza fra giorno e notte. E in simile soggettività, ella non avrebbe potuto che lasciarsi guidare dalla propria curiosità, dalla propria brama di scoprire, quanto prima, cosa si celasse in verità all’interno di quel Pozzo, rifiutando l’idea di rimandare ancora di un giorno l’incedere all’interno di quell’area.
Se la descrizione offerta da Desmair si fosse dimostrata vera, eventualità da lei neppure presa in esame tanta la fiducia riservata a quanto da lui considerato Storia, e da lei, altresì, ridotto a Mito, a una profondità di circa trecento piedi sotto la superficie del suolo, quella scalinata le avrebbe offerto allo sguardo un’immagine tanto grandiosa quanto terrificante, qual quella propria di un incredibile gorgo nel quale, da ogni angolo di Gorthia, di Kofreya o di Y’Shalf, così come del mondo intero, si sarebbe riversato a ciclo continuo il sangue di ogni vittima di violenza, e di morte, grondando dalla roccia viva come fosse il pianto stesso della terra. E la vista di tutte quelle amare, tragiche lacrime, di tutto quell’orrore così non solo rappresentato, quanto più incarnato, avrebbero imposto certa follia sulla mente di qualunque spettatore, se solo l’esistenza di questi non fosse già stata votata alla guerra e alla morte, al dolore e al sangue così come, proprio malgrado, Midda Bontor sapeva essere la propria. Perché il nome conquistato nella foga della battaglia, quello di prole della dea della guerra, non avrebbe dovuto essere riconosciuto qual attribuzione gratuita e immeritata a sostegno, o a maledizione, della donna guerriero dagli occhi color ghiaccio, dal momento in cui, nella sua vita, guerra e morte, dolore e sangue, erano realtà che ella aveva abbracciato con ardore, con convinzione, già da lunghi anni, da quattro e più lustri, in esse, e solo in esse, ritrovando una speranza di definizione per la propria stessa esistenza in vita, per la propria quotidianità, al di fuori di tanto truci prospettive ritenuta, a torto o a ragione, qual priva di significato. Non che ella temesse di essere sottoposta all’immagine derivante dal Pozzo del Sangue, né, tantomeno, temesse che l’idea stessa di tale immagine potesse trovare una qualunque occasione di fondamento.
Proprio in conseguenza all’assenza di qualunque timore per l’esistenza di un simile quadro al termine della lunga discesa nella quale si era impegnata, la Campionessa di Kriarya fu costretta a concedersi un fugace istante di smarrimento, e di sorpresa, nel momento in cui si ritrovò posta a confronto con la traduzione, in realtà, delle descrizioni anticipatele dallo sposo. Perché il Pozzo del Sangue, al di là di ogni propria convinzione in senso contrario, era esattamente ciò che ella non si attendeva essere. E, in questo, avrebbe sicuramente potuto imporre un momento di disagio, se non, addirittura, di follia sulla mente di qualunque visitatore non contaminato, nel profondo del proprio spirito, da quel medesimo orrore di sangue e di morte.

« Thyres… » gemette ella, invocando non a sproposito il nome della propria dea prediletta, purtroppo da quel luogo, nel cuore di una terra votatasi integramente, e forse impropriamente, a Gorl, quanto mai distante.

Discesa non di trecento ma, almeno, di quattro o forse cinquecento piedi verso il basso, secondo una valutazione necessariamente approssimativa, la donna guerriero volse il proprio sguardo su un ambiente che, nei limiti di quanto concesso al suo sguardo, tanto dalla luce della torcia, quanto da un insano riverbero sul sangue lì imperante, almeno superiore al sessanta piedi in altezza, e ad altri venti in ulteriore profondità sotto ai propri piedi, sotto a una sorta di stretta balconata sulla quale aveva a concludersi la scalinata da lei riscoperta e percorsa nella propria interezza.
Un ambiente non semplice conseguenza di una qualche strana conformazione morfologica del terreno, quello lì allora presentatosi alla sua attenzione, quanto e piuttosto, dell’operato dell’uomo, nella realizzazione di alte colonne poste lungo un amplio perimetro circolare, e collegate, nella propria estremità superiore, ella correttamente suppose seppur non poté verificare, da una complessa volta, che permetteva a tutto quello di esistere, e di sorreggere il peso della realtà esistente al di sopra di quel mondo sotterraneo, una realtà del tutto inconsapevole di quanto lì presente e, soprattutto, di quanto lì attivo. Perché in tale ambiente, in tale incredibile cavità, non era l’altezza, non erano le colonne o la volta superiore a rendere il tutto straordinario e inquietante, quanto, e peggio, il sangue lì effettivamente sgorgante, e sgorgante senza sosta, da numerosi doccioni della presenza dei quali le alte pareti apparivano completamente sature: sangue viscoso, sangue arterioso e sangue venoso, indistintamente, rosso acceso o rosso scuro tal da apparire quasi nero, che da quelle oscene bocche ricadeva verso il centro del Pozzo e, ancora, verso il gorgo presente sotto ai piedi della donna guerriero, nel quale sembrava addirittura ribollire, prima di essere riassorbito dalla terra stessa che pur lì lo aveva vomitato.
Quello era il Pozzo del Sangue, forse e persino peggiore di quanto mai avrebbero potuto avere modo di descrivere le parole di Desmair. E, nel rispetto di quanto da lui anticipato, ella ora non avrebbe più avuto esitazione nell’accettare l’idea che, al centro di quel gorgo, nella profondità da lei non visibile del medesimo, esistesse un piedistallo, sopra al quale fosse stato posto il Primo Sangue spillato dall’azione violenta e traditrice di D’Ana P-Or, e successivamente conservato all’interno di uno speciale contenitore, che ne potesse mantenere la divina essenza. Un vaso. Il Vaso di D’Ana P-Or, origine di ogni male.

« Dannazione! » esclamò, ora più furiosa che spaventata o sorpresa, nel riflettere attorno a tutto quello, e alle implicazioni che da tutto quello sarebbero potute derivare « Sono costretta ad ammettere che Desmair aveva ragione… che rabbia! »

In conseguenza al particolare rapporto di amore e di rispetto reciproco vissuto fra lei e il suo sposo, ella avrebbe probabilmente preferito essere costretta a rinunciare nuovamente alla propria già due volte perduta mano destra, piuttosto che accettare di riconoscere ragione al medesimo.
Purtroppo per lei, però, egli aveva ragione. Inoppugnabilmente ragione. Ed ella non avrebbe potuto neppure concedersi una qualche battuta nel merito del proprio arto, egualmente priva di quella propria cara estremità, perduta la prima volta da oltre quindici anni, per causa di Nissa, e, successivamente, nella propria seconda incarnazione che, pur, ormai, aveva imparato ad apprezzare quanto la prima, da solo poche settimane, per colpa di Anmel. Un amore di suocera.

« Spero almeno che le sia venuta un’ulcera quando ha realizzato con chi si fosse sposato il suo figliuolo… » sospirò, a commento verbale di tale pensiero, utile quanto meno a sdrammatizzare il momento e la situazione, nel confronto con le quali ben poca ragione avrebbe potuto serbare all’ironia o al sarcasmo.

Un gorgo da attraversare. Un gorgo di sangue nel quale dover nuotare. Un gorgo di sangue nel quale doversi inoltrare con l’ausilio di una sola, semplice mano in carne e ossa, pregando per non affogare in quell’orrore privo di ogni giustificazione, e nella speranza, una volta raggiunto il Vaso, di essere in grado di raccoglierlo in qualche modo e di ritornare, successivamente, indietro. Insomma: una passeggiata.
Ma, prima ancora di tutto ciò, prima ancora del diletto che da quella banale nuotata sarebbe potuto per lei derivare, una sfida. Una sfida egualmente anticipata dalla narrazione del suo sposo e che, ormai, ella non avrebbe potuto avere ragioni per non considerare qual inevitabile. Una sfida nel confronto con la quale, tuttavia, ella non avrebbe potuto considerarsi fiduciosa di successo, ove, in questa occasione, in suo contrasto, sarebbero stati tutti coloro il cui sangue aveva macchiato le sue mani. Molto sangue… per molte, troppe vittime.

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