11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

martedì 23 ottobre 2012

1739


Nass’Hya Al-Sehliot, nata principessa di Y’Shalf e negromante, pur inconsapevole sino al giorno della propria morte di una tanto terribile e oscura eredità, era stata la sposa che Desmair aveva scelto nel giorno in cui, per sorte o per oscure manipolazioni macchinate dal medesimo semidio, ella, Midda Bontor e la serva Fath’Ma, erano giunte a quella maledetta fortezza perduta fra i ghiacci delle vette dei monti Rou’Farth.
Lassù, in un territorio tanto ostile e, all’epoca, neppur ancora immaginato quanto realmente pericoloso, le tre donne si erano sospinte in una travagliata fuga dallo stesso regno orientale terra natia di tanto nobile prole, in viaggio verso la nemica Kofreya, animate in tal senso dalla volontà tanto della mercenaria, quanto della stessa principessa, di raggiungere Kriarya, città del peccato, e, lì, di incontrare l’uomo che tale insolito rapimento aveva organizzato: lord Brote, mecenate nonché amico della Figlia di Marr’Mahew, ma anche innamorato e futuro sposo della splendida Nass’Hya, quest’ultima ricambiante tutto il suo sincero e disinteressato sentimento. Una fuga d’amore, pertanto, quella dell’ancor giovane aristocratica, sottratta dalla mercenaria all’harem in cui era stata inviata per apprendere gli usi e i costumi propri di una soffocante tradizione patriarcale e quasi misogina, e dalla medesima donna guerriero guidata verso… altro. Verso la promessa di una vita forse meno agiata, verso una quotidianità forse meno pacifica e priva di ogni preoccupazione rispetto a quella che avrebbe potuto essere per lei propria se solo fosse rimasta in Y’Shalf, proseguendo nel cammino che l’avrebbe condotta a divenire quasi certamente l’ennesima sposa del sultano e, forse e persino, sultana a sua volta; e, malgrado tutto, in ciò anche verso una vita più sincera, verso una quotidianità più onesta e trasparente, privata di ogni ipocrisia e di ogni falsità proprie dell’aristocrazia nella quale ella era nata e cresciuta, tale per cui l’amore del suo sposo sarebbe stato solo e unicamente a lei rivolto, e a lei non in conseguenza a un qualche nobile retaggio famigliare, requisito indispensabile per poter essere anche solo presa in esame, ma in grazia, semplicemente, a chi ella era… e chi, accanto a lui, desiderava essere. Sposa e madre, anche ove questo avrebbe significato rinunciare per sempre a ogni proprio diritto di famiglia e, ancor più, agli agi che sarebbero potuti esserle propri presso la dimora del sultano, per un’esistenza necessariamente più modesta qual solo sarebbe potuta essere quella di una lady di Kriarya, pressoché una signora della malavita lì imperante ancor prima che un’autorità rispettabile, o per lo meno tale secondo consueti, e sovente ipocriti, canoni di giudizio.
Un sogno romantico, e forse anche troppo nel confronto con il cinico carattere del presente nel quale esso era stato idealizzato, che la Campionessa di Kriarya aveva voluto difendere con le unghie e con i denti, tanto affezionata a quella giovane donna, e tanto professionale nel proprio operato, da dimostrarsi addirittura pronta a compromettere per sempre il proprio destino, il proprio futuro per assicurarle quella felicità da lei forse ingenuamente ricercata. Motivo per il quale, pertanto, l’una aveva preso il posto dell’altra al matrimonio con l’orrendo Desmair, legando la guerriera al mostro, e concedendo alla principessa quell’irrinunciabile libertà necessaria a permetterle il futuro d’amore da lei pur bramato. Un futuro, drammaticamente, realizzatosi solo in parte, laddove ella era sì riuscita alfine e felicemente a divenirne la sposa, e persino la madre, che aveva desiderato diventare; ma, di lì a breve, aveva anche e tragicamente perduto la vita, uccisa a tradimento in un’imboscata tesale dalla crudele Nissa Bontor, per l’occasione travestitasi per apparire in tutto e per tutto identica alla propria gemella, a colei che solo, la principessa, avrebbe potuto considerare propria amica. E se già, in quell’occasione, all’animo della donna non era stata immediatamente concessa la pace che ella avrebbe dovuto preferir conquistare, nell’essere rimasta legata alla propria dimora, e alla propria famiglia, al marito e al figlio, in una maledizione ancor prima che in una concessione; l’idea di avere nuovamente a che fare con lei non avrebbe dovuto che spingere alla disperazione il cuore della mercenaria dagli occhi color ghiaccio, necessariamente disperata alla consapevolezza di quanto crudele e impietoso fosse il fato verso quella povera vittima, privandola continuamente di qualunque occasione di requie.
Eppure, alcun dubbio sarebbe potuto essere proprio della Figlia di Marr’Mahew nel confronto con il profilo di sangue emergente dal gorgo, e troppo vicino a lei per non essere riconosciuto. Quelllo era un profilo femminile e, nella fattispecie, lo splendido profilo femminile di una delle più affascinanti fanciulle con cui ella avesse avuto a che fare: il profilo di Nass’Hya Al-Sehliot, lady della città del peccato e già principessa del regno di Y’Shalf.

« Non puoi essere tu! » insistette, nel rifiutare l’evidenza di quanto pur presentatole innanzi allo sguardo « Ti prego… non adesso. Non così! »

Un rifiuto, una supplica, la sua, non rivolta tanto in direzione di Nass’Hya, quanto e piuttosto della forza che lì l’aveva rievocata, che lì l’aveva trascinata, palesando in maniera esplicita quanto grave fosse stato il suo errore, nel considerare qual presente a macchiare in maniera indelebile le proprie mani solo il sangue che ella aveva direttamente spillato dalle vene dei propri avversari, e non quello che, indirettamente, ma non meno violentemente, era stato versato per causa sua. Il sangue di persone che avevano commesso, qual proprio unico errore, quello di esserle state vicine, di essersi a lei affezionate, di averle rivolto fiducia, e che ora, ribollendo ai suoi piedi, stava vomitandole contro la propria prima avversaria.
Un’avversaria che, in cuor suo, sapeva non sarebbe stata in grado di affrontare, schiacciata dal senso di colpa per quanto occorso, per l’orrenda morte che le era stata destinata… una morte che, non aveva dubbi, per la quale sarebbe stata ora giustamente colpevolizzata.

« M'Aydah… » richiamò la voce di Nass’Hya, insolitamente lontana, quasi un eco proveniente da un altro luogo, forse da un’altra dimensione « M'Aydah… perché mi hai tradita?! » domandò, continuando ad avanzare verso di lei.
« N’Hya… » rispose la mercenaria, scuotendo il capo e cercando di non cedere allo sconforto di fronte a quelle parole « N’Hya… abbiamo già affrontato questo discorso. Abbiamo già chiarito. C’era anche tuo marito, ricordi amica mia?! » tentò di farla ragionare, benché non fosse in grado di ipotizzare quanta possibilità di dialogo avrebbe potuto esserci con lei in quel momento.
« M'Aydah… io mi fidavo di te. Io ti ho amata come una sorella. E tu mi hai abbandonata… mi hai tradita e mi hai uccisa. » ripeté lo spettro di sangue appoggiando una mano sul bordo della stessa balconata su cui era la donna guerriero, lì immobilizzata dalle proprie emozioni, in lei turbinanti non di meno rispetto a quel vortice di dolore e di morte « Mi hai uccisa, M’Aydah… »
« E’ stata mia sorella Nissa a ucciderti, N’Hya… si è finta me per entrare nella torre del tuo sposo e ucciderlo, consapevole che, così facendo, avrebbe scatenato una guerra in mio contrasto. » asserì, tentando di rievocare nella mente dell’interlocutrice quei ricordi forse perduti « E tu… tu ti sei sacrificata per salvare l’uomo che amavi, offrendoti qual olocausto agli dei tutti per la sua salvezza. »
« Tu mi hai uccisa, M’Aydah… » insistette l’ombra della principessa y’shalfica « Se non fosse stato per causa tua, la tua gemella non mi avrebbe mai cercata. Non avrebbe mai cercato il mio sposo. Non si sarebbe avventata contro di lui, per ucciderlo. E io non sarei morta. Non sarei morta, M’Aydah, se non fosse stato per causa tua! » argomentò, dimostrando maggiore raziocinio di quanto la stessa Midda Bontor non avrebbe preferito riconoscere in lei « Se sono morta è per colpa tua. Per colpa tua. »
« Non è vero… » cercò di negare la Campionessa di Kriarya, in verità con meno impeto di quanto non avrebbe preferito, riconoscendo a quelle parole, dopotutto, un fondo di verità, laddove quelle accuse era solita rivolgerle contro se stessa in maniera autonoma.
« Menti. E sai di farlo! » obiettò lo spettro, sorgendo ora con l’intero busto oltre il bordo della balconata, quasi innanzi alla donna « Tu mi hai uccisa… e oggi mi vendicherò. Mi vendicherò pretendendo il tuo sangue a giusto compenso per il mio. Il tuo dolore per il mio. » annunciò, rabbiosa e terribile, ancor più nelle proprie ragioni che nella propria effettiva natura « Morirai, M’Aydah… oggi tu morirai! »

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