11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

sabato 27 ottobre 2012

1743


Una richiesta di pace alla quale, purtroppo, se anche Ja’Nihr sembrò acconsentire, il Pozzo non parve voler concedere soddisfazione, rifiutando l’idea di lasciar scemare i propri attacchi, le proprie offensive, e, anzi, incrementandoli nella propria intensità, e nella propria più totale mancanza di pietà, qual solo sarebbe potuta essere interpretata la scelta in favore delle due successive, e or contemporanee, immagini che emersero dal profondo del gorgo di sangue, avanzando come le due precedenti verso di lei, sino a scalare il bordo della balconata per ergersi innanzi al suo sguardo, forse prive della fierezza e della maestosità di coloro che le avevano anticipate, ma non per questo meno temibili, meno sconvolgenti. Anzi. Se sino a quel momento la donna guerriero era rimasta sorpresa e attonita innanzi al ritorno di Nass’Hya e di Ja’Nihr, non tanto per l’idea della materializzazione dei loro spettri, delle loro ombre, quanto e più per il senso di rimorso provato nel riconoscersi, proprio malgrado, compartecipe delle loro premature scomparse, se non, addirittura, unica principale ragione di ciò; non appena le fu concesso di comprendere chi fossero i due nuovi antagonisti lì presentatile, Midda dovette far ricorso a tutta la propria forza di volontà per trattenere un moto di rigurgito. Moto che, tuttavia, non fu in grado di trattenere, e che la vide vomitare ingenerosamente carne secca e succhi gastrici sul pavimento ai propri piedi, là da dove era appena riuscita a rialzarsi, ancor debole in conseguenza alle prime due sfide affrontate.

« … no… » balbettò, sull’orlo di una crisi isterica, tremando vistosamente e cercando di arretrare, ottenendo solo di inciampare, ricadendo rovinosamente al suolo sulla gradinata alle proprie spalle « … ti prego… basta. » supplicò, rivolgendosi direttamente al pozzo, quasi esso avesse da considerarsi un’entità autonoma e senziente, qual pur, in fondo, si stava dimostrando di essere in tanta crudeltà, nel sadismo così offertole.

Del dolore conseguente alla caduta, Midda Bontor non ebbe allora quasi percezione. Alla dura e fredda roccia che impattò con prepotenza contro le proprie vertebre, rischiando seriamente di infrangerle e di condannarla in ciò a un fato persino peggiore della morte, ella non rivolse alcuna attenzione. Né, tantomeno, al sangue che dalla sua coscia destra iniziò a scorrere, per colpa della disattenzione dedicata alla propria stessa spada bastarda nel mentre di quel movimento incontrollato, ella offrì la benché minima preoccupazione, quasi le fosse stata interdetta ogni sensibilità al dolore, qualunque possibilità di avvertire pena, qual pur, in verità, avrebbe sicuramente gradito in quel momento.
Perché, ogni dolore e pena fisica, il profondo taglio sulla coscia così come il violento impatto subito dalla propria spina dorsale, ben misera preoccupazione avrebbero potuto rappresentare innanzi alla sua mente in quel momento, e al più straziante dolore, alla più terribile pena che stavano consumandola dall’interno, stavano soffocandone il cuore e distruggendone l’anima immortale, alla vista di quell’immagine, di quei due nuovi spettri di sangue che mai, mai avrebbe potuto supporre sarebbero usciti dal gorgo del Pozzo del Sangue. Non, quantomeno, per reclamare vendetta contro di lei.
Se mai, nella propria intera esistenza, caratterizzata da imprese a dir poco epiche, in sfida a uomini e dei, la Figlia di Marr’Mahew aveva corso il rischio di impazzire; se mai, nella propria lunga vita, costellata da avventure e disavventure sempre oltre il limite dell’umano ardire, la Campionessa di Kriarya aveva corso il rischio di perdere il senno; fu proprio in quel momento, nel confronto con quella coppia, che ella dimostrò l’impossibilità a mantenere qualunque parvenza di controllo, vedendo crollare ogni propria convinzione, ogni propria consapevolezza, certezze sulle quali aveva fondato la propria quotidianità e che, senza necessità di una sola parola, senza richiedere un semplice verso da parte dei nuovi arrivati, vennero spazzate non diversamente da un castello di carte al soffio del vento. E quanto rimase di lei, rannicchiata convulsamente al suolo, non fu l’immagine di una straordinaria donna guerriero, non fu l’immagine di una leggenda vivente, quanto quella di una bambina, una bambina inerme e disperata, inerme nella propria disperazione, e disperata per il proprio essere inerme, poste impietosamente innanzi a un fato troppo crudele, a una realtà priva di ogni possibilità di comprensione per lei.

« … no… » ripeté, coprendosi gli occhi e il viso con le braccia, nel tentativo di sottrarsi a tutto quello, nel tentativo di negarsi, in maniera tanto infantile, all’orrore proprio di quel contesto, con il quale impossibile, per lei, sarebbe stato riuscire a scendere a patti « … no… basta. Basta. Basta! »

Nivre e Mera. Questi i nomi dei due spettri emersi dal Pozzo. Questi i nomi dei genitori di Midda e Nissa Bontor. I genitori che Midda aveva abbandonato ancor bambina, troppo giovane per poter essere già riconosciuta qual fanciulla, nella volontà di soddisfare una propria innata propensione all’esplorazione e all’avventura, alla navigazione e al combattimento. Ella era scappata di casa, tradendo l’amore di Nissa, tradendo la fiducia dei propri genitori, per imbarcarsi clandestina a bordo di quella nave che, negli anni seguenti, era divenuta per lei una nuova casa, popolata da un equipaggio che era divenuto una nuova famiglia, surrogato di quanto, volontariamente, aveva abbandonato. E il giorno in cui, dopo anni, il tempo necessario a completare il lungo giro previsto dalla propria rotta, quella nave aveva fatto ritorno all’isola per lei natia, ogni entusiasmo per il ritorno alla sua prima casa e alla sua prima famiglia, ogni eccitazione all’idea di poter far conoscere ai propri genitori, e alla propria gemella, il giovane con cui era cresciuta in quei mesi, scoprendo nuove emozioni, nuovi sentimenti; ella era stata posta a confronto con la notizia della tragica morte della madre, con l’odio disarmante della sorella e con il rimprovero impietoso di suo padre: sviluppi imprevedibili e imprevisti innanzi ai quali non aveva avuto altra possibilità che quella di scappare, di fuggire, cercando di porre più strada possibile fra sé e tutto quello, quella versione distorta del mondo felice che pur amava ricordare, non con nostalgia, non con malinconia, ma con affetto, l’emozione di chi non sottratta a forza da tutto quello, quanto e piuttosto per propria volontà, per propria mera volontà.
Una volontà, tuttavia, ritortasi contro di lei… nel peggiore dei modi possibili.

« … lasciatemi in pace… » supplicò, mentre calde lacrime dall’amaro sapor di sale scivolarono lungo quel volto intriso di sangue, tracciando righe di bianca pelle costellata da efelidi al di sotto di quello strato scarlatto, qual una maschera di dolore e di morte « … lasciatemi in pace! Io… io non vi ho ucciso. Io… io vi ho sempre amato… vi ho sempre amato. »

Sua sorella Nissa era assurta a regina dei pirati dei mari del sud, creando un regno, un impero forse, laddove prima nulla esisteva. Sua sorella Nissa aveva accolto in sé il retaggio della terribile regina Anmel, minaccia non solo per tutti i figli del mare, ma anche e ancor più per tutta Qahr e, forse, per il mondo intero. Sua sorella Nissa le aveva rovinato la vita, negandole la possibilità di procreare, negandole la possibilità di vivere per le vie del mare, negandole persino l’amore del suo primo compagno, del suo primo amante, e da costui sottraendo il figlio che ella non avrebbe mai potuto avere.
Tante le colpe di Nissa, tanto il male che ella aveva compiuto per il piacere di compierlo, e per un eterno piano di vendetta nei suoi confronti, una strategia priva di conclusione, sino a quando, per lo meno, una fra loro fosse sopravvissuta. Ma sua sorella Nissa non aveva mai abbandonato i loro genitori. Sua sorella Nissa non aveva mai tradito la loro fiducia e le loro speranze. Sua sorella Nissa non era colpevole della loro morte, qual pur, lei, ingiustamente, sentiva di essere. E questo… e tutto questo, la straziava, la dilaniava, così come non avrebbero potuto fare neppure quattro cavalli, legati ai suoi quattro arti e spronati verso direzioni opposte, per smembrarla, per ridurla a un ammasso di carne informe e priva di vita.

« … vi prego… » gemette, contorcendosi qual un serpente fra i denti di una mangusta « … vi prego! Se mai mi avete amata… se mai mi avete considerata vostra figlia… lasciatemi in pace. Lasciatemi in pace! » pianse, rinunciando a ogni dignità, rinunciando a ogni amor proprio, completamente vittima del Pozzo e del suo maleficio « Lasciatemi in pace… »

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