11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 7 ottobre 2017

2331


Il primo a essere raggiunto dall’ex-mercenaria venne da lei letteralmente sollevato di peso e proiettato a non meno di trenta piedi da dove un attimo prima si poneva, andando a colpire, con violenza, il muro di un edificio e, lì, accasciandosi al suolo privo di sensi. Merito, in questo caso, dell’azione della donna non avrebbe avuto a dover essere considerato il suo fisico allenato, la sua preparazione atletica, quanto e piuttosto la protesi in lucente metallo cromato posta in sostituzione al suo braccio destro, e animata al suo interno da potenti servomotori in grado di garantirle di sollevare senza il benché minimo affaticamento fino a mille libbre, alimentati da una straordinaria batteria all’idrargirio, le cui qualità, sicuramente, un tempo ella avrebbe considerato al pari di pura e semplice stregoneria, e i benefici dell’impiego del quale, tuttavia, non le avrebbero impedito, al tempo presente, di apprezzarlo con indubbio entusiasmo.
In effetti, benché ella avrebbe potuto riservarsi anche l’opportunità, in grazia alla tecnologia propria di quella nuova e straordinaria concezione di realtà, di poter godere di protesi tanto avanzate da poterle sostanzialmente rimpiazzare, in maniera del tutto trasparente, il braccio perduto, donandole un braccio artificiale in tutto e per tutto identico all’originale e dotato della stessa capacità percettiva, della stessa sensibilità, restituendole, sotto ogni punto di vista, l’arto perduto; la donna guerriero, complice la consapevolezza di aver vissuto praticamente più di metà della propria vita senza quel braccio, nonché l’incredibile risorsa che, altresì, in quel meno sofisticato rimpiazzo le era stata praticamente regalata, impiantatale d’ufficio durante una propria breve permanenza in un campo di lavoro sotto l’arbitrio dell’omni-governo di Loicare, aveva preferito mantenere quel grezzo arto da lavoro, quell’arto sì plasmato in perfetta proporzione con il suo corpo e, ciò non di meno, privo di ogni senso di naturalezza sia nell’aspetto, sia nell’impiego, per non rinunciare a quanto, subito, aveva potuto riconoscere al contempo sia qual una risorsa offensiva, sia qual una risorsa difensiva, a seconda dell’uso che avrebbe reso proprio, nel separarsi dalla quale avrebbe soltanto commetto un terribile errore di cui si sarebbe sicuramente pentita.
Il secondo che ella ebbe ad abbattere, in maniera ancor non letale, fu da lei fermato per mezzo di un violento pugno, che ebbe a indirizzarsi alla base della sua nuca e che, oltre a precipitarlo con violenza la suolo, ebbe a privarlo di ogni consapevolezza di sé e del mondo a sé circostante. Un pugno, in questo frangente, non definito dall’azione della propria protesi destra, in conseguenza al quale, altrimenti, il disgraziato sarebbe stato probabilmente decapitato, quanto e piuttosto della propria mancina, in mera carne e ossa, e ciò non di meno carne e ossa temprate da una lunga e avventurosa esistenza votata al pericolo, alla sfida e, sovente, alla guerra. In ciò, se una cosa Midda avrebbe mai potuto vantare, qualità invero per lei non unica, avrebbe dovuto certamente essere quella di saper combattere, e saper combattere tanto con armi, quant’anche, all’occorrenza, con le proprie nude mani, ben conoscendo, quindi, in che maniera menare un colpo e, soprattutto, a quali altezze sarebbe stato meglio indirizzarlo al fine di ottimizzarne, al massimo, la resa: il pugno della sua pur naturale e semplice mano sinistra, pertanto, ebbe a sortire effetti non meno funzionali rispetto alla precedente azione della propria destra, laddove, pur sicuramente riservandosi minore appariscenza rispetto alla protesi robotica, raggiunse comunque il medesimo obiettivo, lo stesso identico scopo senza per lei alcuna particolare ragione di fastidio.
Liberatasi, in tal maniera, degli ultimi due del gruppo, gli stessi, probabilmente, che ella già aveva atterrato estemporaneamente in una prima occasione, difficile tuttavia esserne sicura laddove né prima, né tantomeno dopo, ella si era riservata possibilità di dedicare loro particolare interesse, concreta attenzione, Midda non ebbe a perdere tempo a crogiolarsi nel piacere di quel piccolo successo, di quella piccola rimonta, laddove, comunque, abbandonando l’ampia piazza e immergendosi nelle vie della città, l’inseguimento iniziò a farsi più complesso, nei minori spazi concessile per muoversi in quella che pur avrebbe avuto a dover essere egualmente riconosciuta la folla presente nelle strade, e quella folla in devastante stato apatico tale per cui anche se sfiorati, o addirittura urtati, la maggior reazione riconoscibile sarebbe stata semplicemente quella volta a permettere loro il recupero del contatto visivo con i propri dispositivi elettronici, oscure divinità a cui le loro anime sembravano essere orrendamente votate in sacrificio in tale costante legame. Fortunatamente, però, al contempo in cui ella ebbe a ottenere difficoltà a muoversi in quella folla, anche i suoi inseguiti, gli inseguitori dei due bambini, ebbero a subire il medesimo fato, egual difficoltà, laddove, non meno ostacolati dalla presenza di quella massa di zombie ancor vivi e, comunque, non meno tali rispetto a veri non morti, anch’essi ebbero a dover rallentare il proprio incalzare, allontanandosi, pur di poco, dal loro obiettivo, quei due pargoli i quali, complici anche le loro dimensioni inferiori, non si stavano dimostrando egualmente vittime del contesto circostante, egualmente bloccati nella propria speranza di fuga.
Al due uomini in nero, in contemporanea, vennero allora fermati nella loro corsa da parte della rossa predatrice alle loro spalle, la quale, approfittando dell’uscita dalla piazza e della presenza di un cammino più limitato nel proprio progresso, ebbe a raggiungerli e a spintonarli, praticamente insieme, contro un muro, proprio in corrispondenza di una rampa di scale volta a scendere e, in ciò, di quanto apparve alla sua attenzione qual un provvidenziale fosso all’interno del quale precipitarli, lasciandoli rotolare, uno addosso all’altro, verso il basso, verso qualunque piano inferiore di quella discesa, al termine della quale, quasi sicuramente, sarebbero rimasti quantomeno tramortiti, se non, direttamente, svenuti.

« La cosa si sta facendo lunga… » non poté ovviare a constatare, di fronte all’alto numero dei propri avversari, un quantitativo allora già diminuito di un terzo rispetto al conteggio pieno e, ciò non di meno, ancora a lei spiacevolmente superiore.

Una superiorità, quella di quel gruppo, che ella non avrebbe mai avuto a temere nel confronto con la sfida da essi per lei rappresentata, giacché, senza voler menar vanto di inutili crediti, l’appellativo di Figlia di Marr’Mahew le era stato attribuito proprio in occasione di un scontro, di una battaglia, in cui ella si era ritrovata a essere sostanzialmente sola contro un’ottantina di pirati assetati di sangue, la sete dei quali, alla fine, ella aveva affogato nel loro medesimo sangue, in una mattanza priva d’eguali. Un’occasione, quella, alla quale avrebbe avuto a potersi considerare particolarmente affezionata non soltanto in grazia al nome con il quale aveva, da quel giorno, iniziato a essere definita in misura sempre maggiore, ma anche, e ancor più, per l’inizio di un importante sodalizio per lei, fra se stessa e la propria amata spada bastarda, un’arma al suo fianco ormai da più di due lustri e alla quale, inutile negarlo, non avrebbe potuto ovviare a sentirsi particolarmente affezionata, al punto tale da non aver rinunciato alla stessa neppur in quel viaggio oltre i confini del proprio mondo e di tutto ciò che per lei, fino a poco più di un anno prima, era stato il suo intero Creato, obiettivamente già sufficientemente ricco, variegato e affollato da non suggerire l’esigenza di nuovi mondi, di nuove stelle verso le quali potersi pur sospingere, così come, allora, ella aveva compiuto. Non che, a confronto con la situazione per lei lì attuale, quel viaggio verso l’ignoto le stesse riservando alternative particolarmente originali, inedite, rispetto al proprio passato, laddove, a prescindere dal sistema solare, a prescindere dal pianeta, a prescindere dalla città e a prescindere dalla specie stessa con la quale ella si sarebbe potuta ritrovare a confronto, l’evidenza rappresentata dalla sua innata capacità a trovare occasione per cacciarsi nei guai e aver modo di menare le mani avrebbe avuto a dover essere considerata fondamentalmente una costante.
No. La superiorità di quel gruppo, allora, avrebbe potuto per lei rappresentare un problema soltanto nell’ipotesi in cui, qualcuno fra loro, magari più veloce, magari più agile rispetto ai propri compagni, fosse riuscito a raggiungere i bambini e a catturarli, o a perseguire qualunque altro genere di obiettivo potesse essere per loro proprio, prima che ella potesse essere in grado di fermarli tutti, di abbatterli tutti così come, abilmente, già aveva compiuto per ben quattro fra i dodici inizialmente schierati.

« … è meglio che riesca a trovare una soluzione. » sospirò, tuttavia, nell’immediato, nulla individuando al di fuori della semplice necessità di incrementare, ulteriormente, il regime della propria corsa, del proprio incalzante avanzare.

Nessun commento: