11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 21 ottobre 2017

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E sebbene, allora, quel secondo paramedico stesse dimostrando maggiore controllo rispetto all’altro, maggiore confidenza con la situazione e con quanto avrebbe dovuto essere compiuto nei riguardi della loro interlocutrice; egli non ebbe occasione di riportare un migliore successo nel confronto con l’attenzione, o con il rispetto nei confronti proprie parole concessa da parte della loro supposta paziente. Giacché ella, altresì decisamente impaziente di riprendersi e di riscattare il proprio orgoglio ferito nello sbaglio commesso, non si concesse né occasione di silenzio, né di freno innanzi a loro e ai loro pur non superflui consigli.
Dopotutto, e a minimizzare quella che, ancora una volta, avrebbe potuto essere condannata qual stolida arroganza da parte sua, nel mondo dal quale ella proveniva, nella sua realtà quotidiana, ad alcuno, né in una situazione pari alla sua, né in una situazione persino peggiore, sarebbe mai stato concesso, sarebbe mai stato riconosciuto il benché minimo aiuto, e non per disinteresse da parte del prossimo, quanto e piuttosto nella mera consapevolezza di quanto il malcapitato avrebbe avuto a dover trovare autonomamente la forza per reagire, alternativa a fronte della quale, altrimenti, presto o tardi il mondo, comunque, avrebbe a lui richiesto egual o peggiore tributo per l’aiuto in quel mentre ricevuto. A fronte di ogni ferita, a fronte di ogni estemporanea sconfitta, pertanto, Midda Bontor non avrebbe mai potuto concedersi occasione di indolente attesa per l’intervento di un cerusico, volto a restituirle la salute perduta, le energie sottrattele, giacché mai, tale aiuto, sarebbe per lei arrivato: a fronte di ogni ferita, a fronte di ogni estemporanea sconfitta, quindi, Midda Bontor avrebbe avuto a dover reagire, e reagire autonomamente, con la propria forza di volontà, innanzitutto, con il proprio spirito, la propria mente e il proprio cuore, e, successivamente, da essi trascinati, con il proprio corpo, allo scopo di trovare le energie per rialzarsi, per riprendersi e proseguire oltre. Anche quando sfregiata, mutilata e sventrata, così come era stata per mano della propria gemella Nissa, più di vent’anni prima, evento che avrebbe avuto a doverla fisicamente e psicologicamente distruggere e che, paradossalmente, aveva ottenuto l’effetto complementare di dar origine al suo stesso mito. Anche quando naufragata nel cuore di una tempesta e ritrovatasi, colpita da amnesia, sola e praticamente nuda su una piccola isola posta sotto l’assedio di feroci pirati, da lei ciò non di meno sistematicamente eliminati, con tale straordinario impeto da valerle il titolo di Figlia di Marr’Mahew. Anche quando piagata sotto il peso devastante di massicce catene, disidratata e affamata da un lungo cammino, circondata da guardie fra le fila delle quali non avevano avuto a mancare alcuni sadici elementi che, a suo discapito, alle sevizie così già impostele, avrebbero volentieri aggiunto anche uno stupro, da lei, malgrado tutto, impietosamente uccisi, a mani nude, con le unghie e con i denti, a fiera dimostrazione di quanto, ancora, non avrebbe avuto a dover essere considerata sconfitta.
E se tale, da sempre, era stata la sua vita, e il suo costretto modo di affrontarla, per guadagnarsi l’occasione di sopravvivere alla propria stessa quotidianità, nulla, allora, l’avrebbe fermata, nulla allora l’avrebbe rallentata a confronto con quanto, allora, l’avrebbe necessariamente attesa: non quella pur sconquassante scarica elettrica, non molto peggio. Perché, se alla fine di tutto quello, indubbiamente ella sarebbe crollata, riservandosi l’occasione e il tempo per permettere al proprio corpo e alla propria mente di riprendersi da quel sì definito “forte trauma elettrico”, nel tempo presente, allo stato attuale delle cose, ella avrebbe avuto altresì un’altra priorità a fronte della quale volgere tutta la propria attenzione, nella quale coinvolgere tutto il proprio interesse…

« I bambini… » ripeté, cercando di condurre la propria mente a ricordare i loro nomi, benché, in quanto accaduto, riuscire a formulare pensieri di senso compiuto, per lei, si stesse ancora dimostrando estremamente complesso « … dove sono i… bambini?! » domandò, nel mentre in cui, rammentando l’esistenza del proprio braccio destro, di quella protesi in lucente metallo cromato, ella dirottò in tal direzione, in tal senso, tutta la propria attenzione, tutto il proprio impegno volto a rialzarsi da terra, affidando alla straordinaria energia di quell’estremità, la sola che, obiettivamente, non avrebbe avuto a potersi considerare qual disturbata dagli eventi occorsi, il non facile compito di concederle di rialzarsi da terra, di recuperare una posizione eretta e lì di permetterle di riguadagnare l’autonomia violentemente sottrattale.
« Non sappiamo di alcun bambino, signora. » insistette il secondo paramedico, cercando di frenarla nel proprio intento, appoggiando delicatamente le mani sulle sue spalle per costringerla a restare a terra, per ostacolarla in quello che non avrebbe potuto ovviare a giudicare uno sciocco tentativo volto a rialzarsi, azione che, in quel momento, non le avrebbe sicuramente giovato « Lei è stata vittima di un’aggressione con un’arma al plasma: al centro della sua schiena è presente una grave bruciatura e, francamente, si può considerare estremamente fortunata a essere ancora in vita. Tuttavia, ora, lei ha bisogno di cure… ha bisogno di assistenza medica. »

Contrariata dall’insistenza di quel giovane, pur riconosciuto, allora, qual desideroso di concederle aiuto, di offrirle supporto e assistenza, la donna dagli occhi color ghiaccio, riuscita in quel momento a porsi genuflessa e ostacolata, in qualunque altro movimento, dall’insistenza, divenuta addirittura fisica, del suo interlocutore, appoggiò il più delicatamente possibile la propria mano destra, aperta, sul suo petto, per lì esercitare una certa pressione, nel non volergli imporre dolore o danno, ma nel desiderare, ciò non di meno, allontanarlo da sé. Allontanamento, quello da lei voluto, che la sua protesi non ebbe a negarle, nel respingere l’uomo, ineluttabilmente sorpreso, indietro di non meno di sei piedi.

« Siete due cari ragazzi… » commentò ella, recuperando, a ogni istante, un po’ più di controllo di sé, della propria voce e, più in generale, del proprio intero corpo, nel mentre in cui, l’avvertiva chiaramente, l’adrenalina stava iniziando nuovamente ad animarne le membra, nella furia che, in lei, stava rapidamente crescendo nei confronti di quanto avvenuto « E non desidero che vi possiate fare male… » puntualizzò, scuotendo appena il capo, nella volontà di escludere simile desiderio da parte sua « Ciò non di meno… devo ritrovare quei due bambini. Si stavano iniziando a fidare di me… e me li hanno portati via. »

Ovviamente, nulla di tutto quel discorso avrebbe potuto essere compreso da parte dei due paramedici, o delle altre persone, in quel momento, incuriosite dagli avvenimenti, non tanto per interesse personale, quanto nella volontà di riprendere quella scena attraverso i propri dispositivi elettronici e condividerla con amici e conoscenti, a dimostrazione degli eventi di cui, in quel momento, si trovavano a essere testimoni: ai loro sguardi, alla loro attenzione, una donna ferita aveva chiaramente bisogno di un aiuto e, forse e persino, avrebbe avuto a doversi allora considerare qual delirante, nell’evidente confusione della quale ella si stava dimostrando essere vittima. E, per quello che avrebbero avuto a dover giudicare essere il suo bene personale, i due paramedici, lì animati dalla volontà di far al meglio il proprio dovere, non avrebbero potuto concederle la libertà d’azione da lei così richiesta, così pretesa, non laddove essa avrebbe chiaramente potuto provocare, per lei, un danno, uno spiacevole peggioramento delle proprie condizioni, della propria salute, in termini che mai avrebbero potuto, in coscienza, accettare passivamente.
Così, prima che ella potesse rialzarsi, anche il paramedico più giovane accorse nuovamente a lei, imitando il tentativo supposto dal proprio collega veterano e, in ciò, tentando di trattenerla lì a terra, tuttavia peccando al contempo di passione e di ingenuità: passione nell’agire con eccessiva enfasi nei suoi confronti, scaricando forse troppa energia sulle sue spalle nel proprio approccio, e, in tal senso, costringendola a una smorfia di dolore per quanto ebbe così a subire; ingenuità nel ritenere di poter effettivamente riservarsi un successo migliore rispetto al suo compagno, ovviando a qualunque reazione da parte di lei, reazione che, altresì, non ebbe a tardare e a manifestarsi, nella fattispecie, in un gesto stizzito da parte della donna che, con meno delicatezza rispetto a quanto pocanzi riservatasi, ebbe a respingere il proprio primo, iniziale interlocutore con un deciso manrovescio, che se pur non avrebbe voluto imporgli danno, di certo non avrebbe neppure potuto fargli del bene, nel proiettarlo, repentinamente, a non meno di nove piedi da lei, a travolgere persino altre persone lì attorno.

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