11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 28 ottobre 2017

2352


« Ci sto arrivando… » volle rassicurarla Reel, tutt’altro che bramoso di vedersi ucciso per la complessità del proprio racconto e, ciò non di meno, avendo necessità di offrirle quella premessa, quel prologo, in assenza del quale, quanto, a quel punto, avrebbe avuto a dover rivelare sarebbe risultato estremamente confuso e di improbabile comprensione « Secondo le informazioni da me raccolte nel merito di questa organizzazione, qui a Thermora dovrebbe esistere un loro importante impianto di ricerca, volto alla creazione di armi batteriologiche di nuova generazione, da immettere sul mercato nero. »
« … armi batteriologiche?! » non poté fare a meno di interromperlo, nuovamente, la donna dagli occhi color ghiaccio, non riuscendo in alcun modo a concepire il senso ultimo di quell’affermazione, suo malgrado non avendo confidenza neppure con il concetto stesso di batterio, ragione per la quale quel medesimo termine non avrebbe potuto essere da lei in alcun modo apprezzato « Spiegati meglio. »
« Cosa c’è da spiegare…? » esitò l’uomo, non comprendendo il senso di quella richiesta « La Loor’Nos-Kahn sta sviluppando nuove malattie, e relative soluzioni, allo scopo di essere impiegate come armi di distruzione di massa, volte ad agire in maniera molto più discreta, qualcuno potrebbe persino dire elegante, rispetto a una bomba all’idrargirio e, ciò non di meno, egualmente dannose, volte a sterminare, potenzialmente, l’intera popolazione di un pianeta o, eventualmente, una parte della stessa, magari selezionando, sulla base delle proprie preferenze, una specie in particolare come bersaglio per simile, codardo attacco… »
« … usano malattie come armi?! » fu costretta a esclamare, decisamente sorpresa da quanto folli, in quel nuovo, e più amplio, concetto di realtà, potessero essere divenute le persone, per arrivare a concepire qualcosa del genere, che definire codardo, come aveva appena fatto il suo interlocutore, sarebbe stata una spiacevole banalizzazione, giacché, in tutto ciò, il concetto stesso di vigliaccheria avrebbe avuto a doversi considerare ampliamente superato « Forse, nel mio mondo, saremo anche barbari… ma almeno abbiamo il coraggio di andare a combattere le nostre guerre con le armi in pugno, senza aspettare che un’intera popolazione venga sterminata a opera di una pestilenza o altro. » argomentò, rendendosi conto, soltanto un istante dopo aver parlato, della leggerezza compiuta nel prendere posizione in tal maniera, con eccessivo impiego di dettagli personali che, sicuramente, non sarebbero serviti alla propria causa.

Sebbene, infatti, in quel momento, in quel frangente, suo interesse avrebbe avuto a dover essere considerato quello volto a carpire informazioni al proprio prigioniero, anziché offrirgliele; posta di fronte a un concetto così realmente alieno a quanto, per lei, giudicabile qual normalità, ella non era stata in grado di restare in silenzio, così come avrebbe sicuramente preferito fare.
Nel suo mondo, in quella che era stata per lei la sola realtà mai conosciuta e mai immaginata fino all’anno precedente, le malattie, soprattutto quando contagiose, quando infettive, avrebbero avuto a doversi considerare al pari di vere e proprie piaghe, eventi così tragici e distruttivi, e di fronte ai quali ci si sarebbe ritrovati necessariamente privi di ogni possibilità di difesa, di protezione, di salvezza, in misura tale per cui chiunque avrebbe trovato preferibile affrontare un qualunque mostro mitologico, una qualunque creatura semidivina o, addirittura, divina, nei confronti dei quali, pur forse vanamente, avrebbero potuto ancor reagire, fosse anche in un disperato tentativo di fuga, piuttosto che ritrovarsi spiacevolmente condannati da una minaccia invisibile, da un nemico incontrastabile, a fronte del quale alcuna supplica, alcuna ipotesi di ritirata o evasione, sarebbe mai stata applicabile, e soltanto l’orrore di una morte straziante sarebbe stato alfine imposto. In ciò, come da lei spontaneamente sottolineato, alcuno, neppure il più folle fra i folli, avrebbe mai pensato di ricorrere all’uso di una malattia al pari di un’arma. O anche, laddove qualcuno tanto folle fosse mai esistito, probabilmente i suoi stessi compagni, commilitoni, compatrioti, avrebbero di gran lunga preferito ucciderlo anche prima che garantirgli una simile possibilità d’azione.
L’assurda ragione, quindi, per la quale quell’organizzazione dal nome impronunciabile potesse aver deciso di cercare di trarre profitto dalla creazione e dalla vendita di malattie e, addirittura, di malattie tanto vili da poter eventualmente colpire soltanto una certa quota di popolazione, magari basandosi su discriminanti di specie o razza, non avrebbe potuto mancare di sfuggire alla sua capacità di comprensione della realtà, al punto tale per cui, con tutta la propria buona volontà, ella non era comunque riuscita a ovviare a quell’intervento, a quella reazione spontanea nel confronto con tutto ciò. Al di là, tuttavia, dello stupore necessariamente derivante nel confronto con tale realtà, comunque, e malgrado tutte le potenzialmente interessanti spiegazioni sino a quel momento con lei condivise; la Figlia di Marr’Mahew non avrebbe ancora potuto dirsi confidente con il proprio ruolo in tutto ciò e, ancora più, il ruolo dei pargoli nel confronto con una tanto folle organizzazione. E benché, ormai, avrebbe potuto considerarsi già quietamente proiettata al non così sorprendente annuncio che gli uomini in nero da lei affrontati facessero parte di quella pazzia istituzionalizzata, ancor alcun indizio le era stato allor concesso per intuire per quale motivazione simile organizzazione avrebbe potuto considerarsi interessata ai piccoli Tagae e Liagu…

« Continua. » gli ordinò, ovviando a nuove minacce laddove, obiettivamente, avrebbe rischiato di apparire inutilmente ripetitiva nel proprio incedere, e in questo inefficace, se solo avesse nuovamente suggerito l’eventualità della sua morte se non fosse arrivato, quanto prima, a destinazione… soprattutto nel non poter evitare di considerare quanto, effettivamente, quell’ultima interruzione, per quanto sicuramente inevitabile, fosse occorsa praticamente a un istante dalla precedente.
« Credevo ormai ci fossi arrivata… » ebbe, tuttavia, quasi a volgerle tono di sfida in quell’affermazione, in quell’interrogativo, quasi, in ciò, a volerla canzonare nel confronto con la manifesta difficoltà di lei a comprendere il senso di tutto quello.

Una decisione, la sua, decisamente imprudente, indubbiamente pericolosa, a fronte della quale la sua ipotetica prigioniera, ormai divenuta carceriera, avrebbe potuto definire superflua la sua permanenza in vita e, in ciò, scegliere di chiudere, definitivamente, la propria destra, frantumandogli il cranio e riducendo il suo cervello a un ammasso informe di materia grigia e sangue. Una scelta che, ancora, avrebbe potuto anche considerarsi pari a un azzardato tentativo, da parte sua, volto a tentare di eludere la conclusione del proprio racconto, forse nel timore che ella, alla fine, potesse comunque ucciderlo, o forse, e altresì, nell’ancor più grave inquietudine derivante dall’idea nella quale ella avrebbe potuto scoprire quanto, tutte quelle chiacchiere, tanto parlare, fosse stato altresì concretamente privo di significato, e destinato soltanto a concedergli, a garantirgli ancora qualche istante da vivere nella speranzosa attesa di chissà quale possibile grazia, conseguente a un ripensamento da parte sua o, anche, a un qualche intervento esterno.
Conscia di tutto ciò, del fatto che di lì a breve avrebbero potuto palesarsi eventualmente gli stessi uomini in nero suoi antagonisti, svelando alfine la sgradevole connessione fra quanto occorsole e quell’uomo, nonché francamente stanca di attendere, e di attendere la conclusione che, continuamente, le stava venendo negata; l’ex-mercenaria scelse di agire in direzione di una rapida conclusione della questione, lasciando per un fugace istante quella testa, solo per afferrare a sua sedia e costringerlo a voltarsi verso di lei, per poi tornare, prima che egli potesse in qualunque modo agire o reagire, ad afferrarlo, ora direttamente per il fronte anteriore, ponendo il lucido metallo cromato della propria estremità robotica a contatto con la parte superiore del suo volto e stringendo le proprie dita attorno alla sua fronte e alle sue tempie…

« Ora mi farai capire tutto in non più di cinque parole… o, credimi, non ne pronuncerai più altre.  » sancì, seria come la morte e la morte che non avrebbe ulteriormente esitato a imporre su di lui.
« I bambini sono armi batteriologiche. » replicò egli, quasi gridando con un tono di qualche ottava più acuto rispetto a quanto dimostrato sino a quel momento, a riprova del concreto e sincero panico che, allora, non aveva mancato di coglierlo.

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