11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 25 ottobre 2017

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Avanzando con passo leggero, certamente non quanto quello della sua amica Lys’sh, la quale, nella propria natura ofidiana, si sarebbe dimostrata in grado di giungere a fianco di chiunque senza minimamente suggerire la propria presenza, e pur, egualmente, capace di rifuggire all’attenzione della maggior parte delle persone e non soltanto, in un’abilità, una capacità affinata in grazia di una vita intera in costante sfida a uomini, mostri e, talvolta, persino dei; la donna guerriero iniziò ad attraversare il corridoio, decisa a conquistare con la maggior discrezione possibile un’idea più chiara, più completa nel merito della propria attuale collocazione e, ancor più, del proprio supposto anfitrione… o carceriere che dir si sarebbe dovuto.
Al di fuori della stanza ove ella si era risvegliata, anche il resto dell’appartamento, perché tale avrebbe avuto indubbiamente a dover essere giudicato essere, appariva contraddistinto da un ambiente non meno immacolato rispetto alla camera dalla quale era appena uscita, caratterizzato sempre e comunque da quelle tonalità di bianco tanto costante, tanto ossessivo da risultar persino fastidioso allo sguardo, e da non permettere di immaginare quel luogo qual realmente abitato, qual effettivamente vissuto. Per quanto tutt’altro che indiscutibile, soprattutto nella propria particolare scelta cromatica, il buon gusto proprio di quell’arredamento non avrebbe potuto essere comunque ignorato da un eventuale estimatore di tal genere di dettagli, in misura tale da far apparire quel luogo più simile a una sorta di allestimento scenico ancor prima che a una casa in cui vivere, o laddove qualcuno potesse aver mai vissuto prima di allora, in un’immagine quasi perfetta per la copertina di un catalogo di moda alla quale aggiungere soltanto qualche vecchio libro, una pianta, un piatto di biscotti e un paio di cornici argentate con famigliole artefatte, per offrire quel falso senso di domestico pur tanto apprezzato dal pubblico, e al quale, paradossalmente, in molti avrebbero sicuramente finito per ispirarsi nelle proprie stesse abitazioni, rinunciando all’originalità intrinseca nella propria individualità, in quei particolari sicuramente non perfetta, probabilmente meno elegante, e pur atta a definire l’incolmabile distanza fra una vita reale e quella realtà virtuale in favore della quale, pur, quegli stessi molti, non avrebbero voluto ovviare a tendere in tutto ciò. E tutt’altro che persa in un simile flusso di pensiero, in grazia dello stesso la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco non avrebbe potuto mancare di constatare quanto, quel luogo, quell’appartamento, probabilmente avrebbe avuto a dover, quindi e comunque, ricadere all’interno di quel ventaglio di possibilità comprendenti la trappola e la prigione, nel risultar troppo fasullo, troppo arrangiato a regola d’arte, per poter suggerire altre, e sicuramente più apprezzabili, eventualità.
Seguendo il leggero fischiettare, quindi, ella ebbe ad avviarsi attraverso il soggiorno in direzione di quella che aveva presunto essere la cucina e che si dimostrò essere tale, benché, in coerenza con il resto dell’abitazione, anch’essa si poneva sostanzialmente nuova, addirittura immacolata, al punto tale che qualunque speranza di poter assaporare, nell’aria, il profumo di qualche possibile pietanza, nel contempo di ciò cucinata, ebbe a essere repentinamente esclusa, nel confronto con una verità dei fatti decisamente meno romantica di quella a cui, probabilmente, in un simile contesto il suo amato Be’Sihl si sarebbe riservato occasione di premurarsi a offrirle al suo risveglio. Perché lì, effettivamente, avrebbe avuto a dover essere identificato un uomo presente, e presente, persino, a ridosso del tavolo da pranzo, ma, così seduto, volgendole le spalle, dedito, ancor prima che a qualche attività culinaria, al quieto temporeggiamento, e temporeggiamento per mezzo di uno degli stessi, consueti, dispositivi elettronici ai quali tutti gli abitanti di quel pianeta, o quantomeno di quella città, sembravano essersi votati, nel muovere distrattamente un dito sopra lo schermo di quel terminale portatile a distrarre la propria attenzione con uno stupido gioco. E se già, simile contesto, non avrebbe potuto apparire particolarmente edificante ai suoi occhi, la situazione non ebbe a migliorare nel momento in cui, il suo sguardo, ebbe a spaziare sul ripiano del tavolo innanzi a lui, dove poté riconoscere, squisitamente ordinati su un criterio dimensionale, tutte le lame con le quali ella si era equipaggiata prima di lasciare la Kasta Hamina per quella visita al pianeta, nonché il suo comunicatore, il suo traduttore, e ogni altro suo effetto personale, in quel mentre, chiaramente, non soltanto esposti ma, anche e ancor più, attentamente catalogati. Laddove, fortunatamente o sfortunatamente a seconda dei punti di vista, i suoi effetti personali avrebbero avuto a poter essere lì ritrovati; alcuna evidente traccia, altresì, avrebbe avuto a dover essere considerata presente a riguardo dei suoi abiti, nel merito dei quali, forse, il suo misterioso carceriere, qual sempre di più avrebbe potuto essere riconosciuto, non aveva dimostrato egual premura volta all’ordinata conservazione.
Sempre più giudicabile al pari di una prigione, dorata… anzi, di bianco avorio, e pur sempre una prigione, quell’appartamento, al pari del suo ipotetico secondino, appariva tuttavia decisamente inadeguato a tale compito, a meno di non voler dimostrare un’incommensurabile mancanza di stima in favore alle sue capacità offensive, alle sue possibilità di ribellione. L’essere stata lasciata semplicemente a riposo su un letto, in una camera qualsiasi, dietro a una porta non chiusa a chiave, e all’interno del medesimo spazio vitale con il suo custode, quest’ultimo, tuttavia, neppure particolarmente attento alle condizioni nelle quali ella avrebbe avuto a doversi considerare, al punto tale da averle permesso di riprendersi e di arrivare a meno di tre piedi alle sue spalle senza veder scatenato, in questo, alcun allarme; avrebbe avuto a poter essere giudicato qual una spiacevole, una sgradevolissima sottovalutazione a suo discapito, per la quale, allora, rompere l’osso dell’uomo innanzi a lei, lasciandogli appena il tempo di comprendere cosa stesse accadendo, sarebbe stato quasi un atto dovuto, un modo per punirlo di quanto malamente compiuto. Ciò non di meno, ove ella lo avesse così semplicemente ucciso, non avrebbe mai avuto possibilità di comprendere i retroscena di tutto ciò, retroscena che, forse, si sarebbero rivelati estremamente banali, proponendole semplicemente un maniaco desideroso di abusare di lei e che, in tal senso, ne avrebbero visto l’esistenza in vita rapidamente terminata; ma che forse, altresì, avrebbero saputo dimostrarsi più interessanti, e tali da rendere un errore strategico, da parte sua, rinunciare a simile informazione in maniera tanto avventata.
Ritrovatasi a essere, a fronte di quella situazione, sì nuda, e pur non disarmata, ella scelse di procedere allora nella maniera più prudente possibile nel confronto con il proprio supposto carceriere, avanzando verso di lui ancora per un paio di passi e, giunta alle sue spalle, sollevando il proprio braccio destro all’altezza del suo capo, per andare ad appoggiare sulla parte superiore del suo cranio la sua intera mano in freddo metallo, imponendo, attraverso le proprie dita, una leggerissima pressione che pur, nel tempo proprio di un battito di ciglia, avrebbe potuto trasformarsi in una morsa letale, infrangendo, senza fatica alcuna, quella scatola cranica e il cervello al suo interno: una soluzione tutt’altro che priva di violenza o di brutalità, quella in simil maniera promessa, e che pur, ella non si sarebbe riservata la benché minima esitazione a adottare nel momento in cui fosse stato necessario, avendo avuto occasione, nel corso della propria vita, di ricorrere a soluzioni estremamente più sanguinarie di quella che, in tal modo, avrebbe potuto lì presto occorrere.
E se pur, sino all’ultimo, nel proprio quieto fischiettare, e nell’attenzione rivolta al proprio gioco, il suo anfitrione non si era accorto di nulla di quanto stava accadendo alle sue spalle; nel ritrovarsi la mano di lei appoggiata sopra la propria testa, con un paio delle sue dita, indice e medio, intente a dimostrare la propria non trascurabile presenza sulla sua fronte, egli non poté ovviare a maturare consapevolezza della situazione lì presente, cessando immediatamente ogni melodia e mantenendosi, allor, immobile persino nei movimenti sullo schermo del proprio dispositivo, nel mentre in cui, quasi qual una tardiva profezia, il medesimo gli annunciava di essere morto e, in ciò, di essere giunto alla fine del proprio gioco…

« Ah… sei tu, rossa…?! » esitò l’uomo, nel mentre in cui, fortunatamente per lui, sebbene riposto sul tavolo davanti a loro, il traduttore iniziò a fare il proprio dovere, adattando quelle parole in significati comprensibili alle orecchie dell’ex-mercenaria « Immagino che tu ti sia appena svegliata… e abbia qualche domanda da farmi. » ipotizzò, dimostrando, malgrado gli evidenti errori commessi nel concederle di arrivare tanto facilmente sino a lui, di non essere così idiota come ella avrebbe altrimenti potuto ritenerlo « O, quantomeno, lo spero… perché in caso contrario temo che potresti spappolarmi la testa come un melone troppo maturo. »

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