11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 13 luglio 2011

1274


C
ome solo in seguito egli ebbe occasione di acquisire reale coscienza, non affermazione vanamente drammatica, impropriamente tragica, invero, avrebbe dovuto essere ritenuta quella da lui scandita, qual pur sarebbe potuta apparire in conseguenza della situazione, di quel confuso rapporto con l'ignoto, quanto, piuttosto, concreta e corretta analisi di quanto stesse allora li accadendo. E qual tale, impossibile discriminare se fortunatamente o sfortunatamente per lui, essa venne accolta e trattata, nel confronto con l'esperienza, con la preparazione della mercenaria dagli occhi color ghiaccio.

« Saremo cibo per vermi se non ci sbrigliamo a uscire di qui! » lo rimproverò, in una scelta di termini che avrebbe potuto essere ritenuta spiacevolmente macabra, nonché ributtante, nel confronto con i loro consueti cerimoniali funebri, volti alla cremazione dei corpi per negare loro qualunque occasione di negromantico ritorno, e che pur, a posteriori, non avrebbe potuto che essere giudicata qual non meno appropriata rispetto all'affermazione del proprio compagno d'arme « Via… presto! » comandò, nel mentre in cui, a meglio ribadire tale ordine, afferrò il medesimo braccio mancino del compagno con la propria mano destra, in freddo e insensibile metallo, lì chiudendosi in una morsa apparentemente inviolabile « Via! »
« La… torcia… » tentò di protestare Howe, in tal modo per un istante trascinato da lei quasi peso morto, disapprovando l'idea di abbandonare una risorsa pur utile qual quella, anteponendo il raziocinio della propria mente alla pena del proprio corpo « Raccoglila! »
« Andiamo! » ribadì la donna, nel mentre in cui un nuovo, sgradevole, rigurgito esplose dal soffitto in corrispondenza perfetta della posizione della torcia, spargendosi in un'area circolare e, così facendo, andando a colpire entrambi gli intrusi con quella sostanza non ancor pienamente compresa da parte dell'uomo, nel contatto con la quale, comunque, gli effetti loro imposti non risultarono più gradevoli rispetto a quelli da lui già riscontrati.

Nell'avvertire, in conseguenza diretta alla propria esitazione, anche il proprio volto e la propria schiena esser lese da quello stesso, sconosciuto orrore, se pur in misura minore rispetto a proprio braccio, imponendo in tali punti, alle sue terminazioni nervose, una seconda ragione giustificatrice per un lancinante grido di dolore, qual pur egli si costrinse a trattenere nel profondo del proprio petto, l'uomo non poté riservare ulteriore ritrosia, ulteriore ostinazione qual reazione all'incitamento della propria sodale, riconoscendole spontaneamente un indubbio ruolo di comando e limitandosi, in tutto ciò, a ubbidirle, lasciandosi guidare da lei lontano da quel punto e dalla principale fonte di illuminazione in quell'intero ambiente.
In conseguenza di ciò, Howe si vide allora condotto in direzione dell'uscio più prossimo alla loro precedente posizione, della soglia, dischiusa sull'ignoto, a loro più vicina, oltre la quale, evidentemente, la donna guerriero sperava di poter conquistare fuga da quanto, in maniera ora crescente, stava sconvolgendo l'intero soffitto di quel sacrario, tentando di rigettare in loro contrasto quell'orrida pioggia assassina, qualunque fosse la sua natura o composizione. Un traguardo, quello da lei individuato, per conquistare il quale, malgrado la presenza sotto i loro piedi e attorno ai loro corpi di troppe incognite, troppi ostacoli sparsi nelle forme di mobili distrutti, statue infrante e quant'altro, avrebbe comunque dovuto essere riconosciuto qual perfettamente visibile nella propria presenza, e, con essa, nella propria posizione, ove, fortunatamente, un pur labile bagliore faceva proprio l'impegno a definirne con precisione i contorni ovviamente rotondeggianti.

« Corri! » gridò ancor la mercenaria, sempre stretta attorno al suo braccio mancino con la propria fredda mano destra, in una presa che, ove non fosse lì già torturato, straziato da qualunque cosa gli stesse facendo credere di star venendo divorato, gli avrebbe probabilmente imposto non poco dolore e che pur, in tutto ciò, avrebbe dovuto essere accolta quale il minore dei mali « Thyres… corri! »

Impossibile comprendere se in conseguenza dell'ansia, della tensione di cui quell'intero tragitto si ritrovò obbligatoriamente a essere carico, intriso; oppure se per colpa di un qualche bizzarro giuoco di forme e riflessi, in quella sempre caotica architettura tranitha; quella che avrebbe dovuto essere una sì breve corsa, una rapida fuga, all'attenzione del povero shar'tiagho, sempre più sofferente per tanta pena qual quella derivante da quell'acido, o qualunque cosa fosse, apparve tremendamente più lunga, in termini di spazio e di tempo, di quanto non avrebbe potuto apprezzare, e di quanto avrebbe potuto ritenere necessario, lasciandogli, in maniera effimera, fugace e pur umana, temere per il proprio fato, per la propria sorte.
Possibile che egli si fosse tanto impegnato in un'impresa così stupida, solo per finire ucciso da una sorta di vomito? Possibile che a tal destino gli dei lo stessero condannando qual punizione per l'eccessiva arroganza allora dimostrata a discapito del proprio biondo fratello Be'Wahr? E, ancora, questi sarebbe mai stato informato nel merito di quanto lì occorso? Avrebbe avuto mai modo di conoscere in che modo egli era caduto? O, peggio, raggiungendo il tempio dopo di lui, qual pur considerava inevitabile sarebbe stato, avrebbe seguito i suoi stessi passi, compiuto le sue stesse scelte, e si sarebbe egualmente condannato a una morte tanto orribile quanto sciocca?!
Prima, però, che tanti negativi, e pur giustificabili, pensieri potessero dominarlo completamente, negandogli ogni metaforico barlume di speranza, una più concreta luce ragione fu quella che quasi ne abbagliò lo sguardo nel momento in cui, ancora e costantemente trascinato dall'impeto della Figlia di Marr'Mahew, egli venne scaraventato all'esterno di quell'ambiente maledetto, di quell'oscura stanza di morte dalla quale aveva iniziato a temere che non sarebbe mai potuto uscire, raggiungendo, in ciò, uno spazio estremamente più amplio, apparentemente più sereno e, soprattutto, più illuminato, condizione in grazia alla quale, immediato, ancor prima di qualunque presa di coscienza su dove potessero essere giunti, fu per lui comprendere cosa lo stesse tanto torturando, cosa stesse straziando le sue carni e, soprattutto, in che modo liberarsi da ciò…

« … Lohr… »

… e quanto egli vide, superò ogni sua perversione, ogni sua fantasia più depravata, mostrandogli una realtà sulla quale non aveva mai avuto occasione di contatto e con la quale, sinceramente, avrebbe preferito continuare a non averne. Perché quanto allora impegnatosi in contrasto alla sua pelle e alle sue carni, così su quasi l'intero avambraccio sinistro, come in altri punti sparsi del proprio corpo, non avrebbe dovuto essere identificato quale un acido, un rigurgito corrosivo o qualche altra similare immagine, qual pur egli aveva inizialmente idealizzato, quanto, e peggio, quella di una miriade di piccoli vermi.
Vermi… carnivori. Spietatamente affamati di carne. Della sua carne.
Un grido, un gemito, ora d'orrore e non di dolore, fu quello che si levò immediatamente dal profondo della sua gola, apparentemente preannunciando alfine un'isterica perdita di controllo su di sé, sulla propria mente, sui propri pensieri e sulle proprie azioni. Condizione di sfogo alla quale, tuttavia, l'impietosa donna guerriero sua alleata non gli volle permettere alcuna occasione, guidando in maniera subitanea a tale reazione il palmo della propria mancina a schiaffeggiare con vigore il suo volto.

« Fra poco, se vorrai, potrai gridare, correre, vomitare o svenire. Libero di scegliere quanto più ti aggrada. » affermò Midda, mantenendo il proprio gelido sguardo fisso negli occhi di lui, senza incedere, in tali parole, alla benché minima ironia, al più semplice giuoco, ove in tutto ciò appariva straordinariamente chiaro com'ella non potesse riservargli occasione di nulla di tutto ciò « Prima, però, dobbiamo liberarci di questo schifo… e dobbiamo farlo in fretta, a evitare che possano deporre le loro dannate uova dentro la nostra carne. »

Uso del plurale, quello da lei reso proprio, non immotivato, dal momento in cui, come solo allora egli ebbe tardiva occasione di prendere coscienza anch'ella non era rimasta completamente immune a quei vermi, se pur in misura a lui minore, principalmente leso sul proprio braccio sinistro, e se pur, diversamente da lui, colei già divenuta leggenda vivente non stesse palesando alcun, apparente, perdita di controllo su di sé, sul proprio cuore e sulla propria mente, tale da consentirle la fermezza utile a suggerire ad entrambi una pur non ancor ovvia occasione di sopravvivenza.

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