11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 5 febbraio 2014

2182


Potrebbe sembrare una frase di rito, mera retorica priva di sostanza ma, credetemi, non è così. Nel Creato esistono due categorie di persone: coloro che sanno come affrontare la violenza e coloro che non sanno come affrontare la violenza. E questa condizione trascende qualunque esperienza pregressa, qualunque possibile addestramento, qualunque formazione o convinzione personale.
Nel corso della mia esistenza ho veduto veri e propri bruti, incapaci a esprimersi se non con azioni prepotenti, arroganti e, sovente, anche inutilmente violente; crollare a terra incapaci di qualunque controllo sulla propria mente, sul proprio cuore e, ancor più, sul proprio animo, nel momento in cui posti a confronto con chi dimostratosi del tutto indifferente ai loro modi, al loro approccio, e capace di rispondere loro in maniera sufficientemente fredda, controllata e, soprattutto, violenta, e letalmente violenta, tal da dimostrare quanto, anche in quel caso, la differenza fra la parola e il fatto, fra l’idea e il gesto, avrebbe avuto a doversi misurare nell’impossibilità per gli stessi di saper sopportare il peso delle proprie responsabilità, di saper affrontare le conseguenze della propria brutalità quando, alfine, richiesto. Parimenti, nel corso di molte battaglie, di troppe guerre, ho anche veduto persone apparentemente quiete, modeste, misurate nei propri gesti e nel proprio incedere, e mai volgari, mai inopportune; essere in grado di reggere il confronto con atti di incredibile violenza in una misura tale per cui neppure loro stessi sarebbero stati in grado di prevederlo, sarebbero stati pronti a crederlo, né, sinceramente, avrebbero avuto piacere a farlo, nel preferire, sicuramente, non doversi mai spingere in condizioni utili a scoprirlo, in contesti tali da porsi alla prova sotto simile profilo. Con questo, sia chiaro, non è mio desiderio quello di definire una chiave di lettura, una regola universale tale da spingere a considerare uomini e donne apparentemente brutali qual fondamentalmente incapaci a confrontarsi con la violenza; nel mentre in cui, sul fronte opposto, uomini e donne ipoteticamente inoffensivi, scoprirsi, proprio malgrado, più intrinsecamente pericolosi di quanto non sarebbero mai stati in grado di supporre. Al contrario. Nella maggior parte dei casi, coloro che, con la violenza, scoprono di avere una serena, intima possibilità di rapporto, sono anche soliti ricercare occasioni di contatto con la medesima, non necessariamente qual evidenza di un animo sadico o, peggio, masochistico, ma, semplicemente, a riservarsi l’opportunità di vivere, in maniera piena, completa, la propria stessa vita, sotto ogni aspetto, per quanto razionalmente spiacevole. E, di questo, io stessa potrei essere considerata palese esemplificazione, evidente riprova. Ciò non di meno, non è da escludere che, in determinate circostanze, in talune occasioni, un gesto indubbiamente forte qual quello proprio del conficcare un pugnale all’interno del cranio di un uomo, e lì spingerlo con violenza tale da trapassarlo, verticalmente, da parte a parte, possa essere sufficiente a offrire motivazione anche a un gruppo di mercenari, guerriglieri o, comunque, combattenti che dir si voglia, di ritrarsi, in maniera persino e sorprendentemente spaventata per un genere di violenza del tutto inattesa, addirittura, forse, prima mai immaginata.
Nessuna ragione di stupore, alla luce di simile considerazione, avrebbe quindi potuto essere per me propria se, allora, qual conseguenza di quel mio gesto, di quel mio attacco, i membri ancora in vita di quel contingente militare, o paramilitare che dir si volesse, avessero abbandonato lo scontro e, soprattutto, il campo, risparmiandomi, in tal senso, un’inutile strage che, se pur non desideravo, certamente mai avrei negato a chi me l’avesse apertamente domandata, a chi si fosse ostinato a pretenderla. Purtroppo, e purtroppo per loro, ciò non avvenne e, alcuna reazione offrendo in risposta all’ostentazione di violenza e, obiettivamente, di brutalità che avevo pur appena reso per me propria, essi continuarono imperterriti nel proprio incedere, nel proprio tentare di prevalere su di me, stolidamente in ciò dimentichi non soltanto di ogni prudenza ma, anche e ancor più, di ogni propria eventuale priorità in ubbidienza alla quale, in ascolto alla quale, si erano riservati la follia di spingersi, in termini tanto devastanti e distruttivi, all’interno di quell’edificio, senza apparentemente alcuna affezione per la propria esistenza oppure vittime, proprio malgrado, di ragioni così forti, per tentare in tal modo il tutto e per tutto, da non essere in grado di dimostrare interesse nei confronti di un qualunque indomani. E se alcun indomani, obiettivamente, allora interessava loro, alcun indomani sarebbe stata mia premura loro destinare, nulla garantendo se non il rispetto di una tanto autolesionista, e pur palese, volontà…

« Maledetta… » insultò colui che, senza ancora saperlo, senza ancora esserne, proprio malgrado, consapevole, si stava allor destinando a un tragico fato, a una triste sorte, nel ricercare, come già il suo compagno pochi istanti prima, le mie carni con la sua lama, il mio sangue con il suo metallo.

E se non le mie carni, né il mio sangue, egli ebbe a conquistare, ben diverso fu il risultato che io mi potei, e mi volli concedere nei suoi riguardi. Perché, nel contempo in cui, proiettandomi prossima al suolo, vanificai il dritto con cui stava sperando di potermi squarciare la gola, lì mirando non senza dimostrare una certa attenzione nella scelta del proprio obiettivo, del proprio traguardo; diversamente da lui non mi concessi opportunità di fallire, non mancai di raggiungere il mio obiettivo e, in ciò, di reciderne, con un gesto secco e non meno mirato, non meno soppesato rispetto al suo, entrambe le arterie femorali, tanto sulla coscia destra, quanto su quella sinistra.
Un’azione, la mia, che, se pur non prepotentemente dolorosa, non necessariamente devastante in termini di sofferenza per il mio antagonista, avrebbe avuto a doversi riconoscere altresì irrimediabilmente letale, nel non concedergli altra occasione al di fuori della morte e di una morte per dissanguamento che, senza discriminazione alcuna volergli allora imporre, ebbi a suggerirgli implicitamente di andare ad attenderla a debita distanza da me, così come, lì, fu premura del mio destro suggerirgli, in un impulso, in un colpo che, cogliendolo in pieno ventre, lo ebbe a proiettare ad almeno una trentina di piedi lontano da me.

« Sono sincera… se un giorno imparerò una delle vostre lingue, sarà solo per riuscire ad apprezzare pienamente tutti gli insulti che di certo ora mi state rivolgendo e che, purtroppo, non sono in grado di comprendere e, neppure, di percepire, qual conseguenza del filtro che, addirittura, il traduttore sta imponendo in tal senso. » commentai, quasi qual nota a margine, nel contempo in cui, non permettendo a tutto ciò di distrarmi, ravvisai l’approssimarsi di un terzo, sciagurato sacrificio umano a me lì offerto, e offerto nell’enfasi di un altro, comunque vano, tentativo volto ad assicurarmi eterna requie così come, pur, non ero ancora disposta ad accettare.

In ciò, se pur, approfittando della mia posizione allora prossima al suolo, il mio nuovo antagonista, la mia nuova controparte, su di me si avventò addirittura di peso, stringendo a due mani la propria lama, il proprio pugnale, per imporre su di esso maggiore sforzo, maggiore pressione, forse nell’intento, addirittura, di inchiodarmi a terra, di schiacciarmi come un insetto immeritevole di vivere; quanto mi fu necessario compiere in reazione a un gesto tanto enfatico quanto, tuttavia, eccessivamente plateale nei miei confronti, fu banalmente di rotolarmi lateralmente, accettando di provare sì, per un fugace istante, una spiacevole sensazione di forte dolore in centro alla schiena, conseguenza di tale evoluzione e, ciò non di meno, riservandomi in tal modo non solo occasione di sopravvivere a quella promessa di morte ma, anche e soprattutto, possibilità di replicare, ancora una volta, alla medesima in maniera opportuna. E laddove, in tal modo, la mia fine avrebbe avuto a doversi intendere qual bloccata a terra, su quelle macerie immobilizzata per effetto di un pugnale al centro della schiena; qual replica a dir poco poetica, fu mia premura quella propria di garantire al mio potenziale assassino occasione di sperimentare quanto egli aveva desiderato impormi, lasciando a mia volta calare la mia arma, in maniera sin troppo misericordiosa, dritto nel suo cuore, sul fronte mancino della sua schiena, e lì abbandonandola, dopo essermi assicurata che, nel rispetto di ogni aspettativa, la punta della stessa avesse effettivamente raggiunto il traguardo ambito, conficcandosi sul pavimento sotto di noi.

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