11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

mercoledì 12 febbraio 2014

2189


« Dannazione… » sospirò Lys’sh, non appena ci fummo allontanate dal grattacielo della nostra ospite, concedendosi soltanto a tale distanza di sicurezza occasione utile a riprendere voce, evidentemente desiderosa di ovviare al rischio di poter essere ascoltata, di poter essere sgradevolmente monitorata dalla stessa Milah Rica Calahab nel mentre del percorso che ci vide ridiscendere sino al piano terra e da lì, alfine, uscire, in tal senso non più ricorrendo a passaggi secondari e a scale di servizio, ma accettando, quietamente e apertamente, la comodità allor derivante dal corretto impiego della tecnologia e delle sue risorse all’interno di tanto smisurati contesti architettonici « … si può sapere, per carità, che macello è successo lassù?! » domandò, non tanto con intento di rimprovero o di critica a mio discapito, così come, sicuramente, un’eguale frase sarebbe risuonata fra le labbra di Duva Nebiria o del capitano, quanto e piuttosto di semplice curiosità, qual, dopotutto, più che razionale non avrebbe potuto evitare di essere considerata da parte sua alla luce degli eventi occorsi « Ero appena riuscita a trovare un varco sufficientemente tranquillo, quando, per un istante, ho temuto che l’intero edificio potesse essere sul punto di crollare… »
« Non dirlo a me… » commentai, aggrottando appena la fronte a quell’osservazione, che, dal mio punto di vista, avrebbe avuto a doversi considerare addirittura retorica, avendo vissuto tutto ciò in prima linea, a diretto contatto con il finimondo allora avvenuto « Pochi piedi più in alto e quella navetta si sarebbe schiantata direttamente contro di me… e, credo, che a quel punto non sarei riuscita a uscirne del tutto illesa. Barbara guerriera o meno che mi si insista a considerare. »
« … in effetti. » piegò appena il capo di lato, prima di voltarsi e spingere il proprio sguardo verso l’alto, avendo posto ormai fra noi e l’edificio sufficiente intervallo da permetterci di confidare in un’immagine d’insieme e, con essa, in una visione complessiva di quanto avvenuto, con l’obiettività del testimone, ancor prima che del protagonista « Eh sì… ha decisamente rovinato il profilo di casa Calahab. » osservò, invitandomi, con un cenno della mano, a imitarla e a gettare, anch’io, uno sguardo, utile a constatare in prima persona le effettive proporzioni della questione.

E per quanto, nella mia precedente posizione privilegiata, nel mio essermi ritrovata direttamente a confronto con quel disastro in tempo reale, avrei dovuto poter vantare un’indubbia ed effettiva consapevolezza nel merito di quanto occorso, nonché della più concreta e solida devastazione lì impostasi; non posso ovviare a confessare come, nel contemplarlo dall’esterno, malgrado la distanza allor presente fra noi e l’oggetto del nostro interesse, il varco aperto su una delle facciate di quella colossale torre non avrebbe potuto evitare di essere riconosciuto qual del tutto proporzionato alla smisurata mole dell’obiettivo sul quale si era venuto a creare e, per questo, a sua volta smisurato. In effetti, nell’essere stata sorpresa, al momento dell’impatto, all’interno del grattacielo e, come già descritto, di poco al di sopra rispetto al punto in cui la navetta aveva approcciato in maniera decisamente poco ortodossa al concetto proprio di atterraggio; dovetti constatare essermi stata negata la possibilità di apprezzare quanto ampio avesse a doversi riconoscere il danno imposto, tale, potei allora e invece contare, da coinvolgere addirittura sei diversi livello dell’edificio stesso.
Un censimento decisamente sconvolgente, soprattutto per chi, come la sottoscritta, tutt’altro che abituata a concepire, più un generale, un edificio superiore a due o tre piani di altezza, che se pur, anche, avrebbe avuto a doversi probabilmente considerare in parte incrementato nel proprio valore anche qual conseguenza delle mie stesse azioni, del colpo sonico che io stessa avevo lì contro riversato, non avrebbe comunque potuto essere in alcun modo minimizzato nella propria importanza, nella propria straordinarietà, così come, in tutto ciò, non tanto semplicemente testimoniato dalla sorpresa soltanto di Lys’sh o, ancor meno, dalla mia, ma anche, e ancor più, da quella propria di sostanzialmente qualunque passante lì attorno presente che, non soltanto in quello stesso momento ma, probabilmente, sin dal momento dell’impatto, si erano improvvisamente arrestati a contemplare la distruzione che là sopra, e, in effetti, anche là sotto, si era dispersa in maniera incontrollata. La sopra e, in effetti, anche là sotto, così come ho appena scritto, dal momento in cui, necessariamente, i detriti conseguenti all’impatto della navetta contro il grattacielo, così come, probabilmente, anche e ancor più quelli derivanti dalla mia non propriamente azzeccata iniziativa, non avevano mancato di disperdersi anche al di fuori dei confini stessi dell’edificio e, in particolare, di ricadere, e di ricadere in termini incredibilmente violenti, sulla strada lì sotto presente e su tutto ciò che, a tale livello di base, proprio malgrado era in tal momento, nel contempo dell’occorrere di tali accadimenti. Danni collaterali, quelli che qualcuno avrebbe potuto descrivere quasi con intento denigratorio, nel merito dell’effettiva gravità dei quali, mi spiace ammetterlo, non mi potei, né mi volli effettivamente interessare, laddove, innanzitutto, non ero stata io a desiderare quella battaglia e, in secondo luogo, nella volontà di poter arrivare a escludere qualunque evento imprevisto, a margine di un guerra qual quella lassù estemporaneamente scatenatasi, non avrebbe più potuto esservi da parte mia la partecipazione attiva ad alcun genere di conflitto, mio malgrado sopravvissuta a troppi scontri per potermi illudere ingenuamente che tutte le tragedie, tutte le perdite, potessero essere effettivamente controllate, potessero essere realmente arginate e delimitate semplicemente a coloro volontariamente e coscientemente coinvolti in tanto violente situazioni, in tanto devastanti contesti qual, a prescindere, avrebbero avuto a doversi descrivere tutti gli scenari di guerra.
Considerazione forse crudele, forse insensibile, la mia, innanzi alla quale, tuttavia, prima di spendere facili critiche, vi inviterei a concedervi un momento di riflessione, di analisi, tale da cercare di comprendere, effettivamente, laddove a voi eventualmente sconosciuta, la posizione di chi della guerra, per volontà o per destino, ha fatto la propria vita, o, addirittura, la propria professione; in una misura tale per cui troppo è già stato speso, troppo è già stato investito per poter essere ancora in grado di concedersi occasione di provare empatia nei confronti di chi, altresì, guerra mai ha conosciuto… mai ha imparato a conoscere. E di tal ipotetica crudeltà, di tal supposta insensibilità, non a caso, ci rendemmo partecipi tanto Lys’sh, quant’anche, e come già ammesso, io: l’una, ella, che guerra era stata costretta a conoscere nel giorno in cui un folle genocida aveva scelto di condannare a morte l’intera colonia in cui ella era nata e cresciuta, sterminando in ciò anche tutta la sua famiglia; l’altra, io, che guerra aveva voluto conoscere nello stesso giorno in cui, così come ho già accennato, lasciò la propria famiglia, e la tranquillità della propria casa, alla ricerca della ventura, nella propria accezione più vasta, affascinante e al contempo pericolosa. In ciò, quindi, né lei, né io, ci riservammo occasione utile a rivolgere pensiero verso coloro che, ineluttabilmente, erano rimasti feriti o contusi qual conseguenza della pioggia di detriti, né, ancor meno, vero coloro che, con maggior prepotenza, stavano lì gridando la propria ira, la propria rabbia, nell’essersi ritrovati lesi non tanto nel proprio corpo, quanto nei propri possedimenti, nei mezzi di trasporto, lì sotto ordinatamente allineati a bordo strada, che erano rimasti inevitabilmente coinvolti nel computo di tali danni collaterali.

« Confermo… » ripresi voce, a seguito del confronto visivo con l’immagine in tal modo indicatami, storcendo appena le labbra verso il basso alla prospettiva che stavo per evocare nuovamente « Pochi piedi più in alto… e addio Midda Bontor. »
« Pochi piedi più in alto e addio a entrambe, amica mia… » puntualizzò la mia compagna ofidiana, in tono che avrebbe potuto apparire persino sarcastico in quella macabra solidarietà, e che pur, mi resi immediatamente conto, non desiderava essere « … e, in quel caso, il nostro buon capitano avrebbe dovuto prendere una difficile decisione fra piangere la nostra scomparsa o rallegrarsene. » soggiunse, allora sì ricorrendo effettivamente a umorismo nero con un accenno di sarcasmo, proprio malgrado tutt’altro che inconsapevole di fronte all’evidenza di come, a bordo della Kasta Hamina, entrambe, ma soprattutto lei in quanto non umana, fossimo state accolte soltanto in conseguenza a una vera e propria imposizione da parte di Duva Nebiria sull’ex-marito, forte in tal senso della propria comproprietà della nave stessa che, di fatto, la rendeva non meno capitano di quanto egli fosse, pur, per un necessario compromesso gerarchico, fosse solita ricoprire soltanto il ruolo di secondo in comando.

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