11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

giovedì 21 dicembre 2017

2406


« Considerando che ti ho già ucciso una volta… prova a offrirmi una sola ragione per la quale, ora, non dovrei ucciderti nuovamente. In seduta stante. » dichiarò l’Ucciditrice di Dei, in un flebile sussurro, un ringhio quasi, a denti stretti, nei confronti del solo responsabile in grazia al quale, allora, ella e i bambini avrebbero avuto a doversi riconoscere in quella spiacevole situazione.
« Forse perché… ti ho appena liberata. » replicò egli, soffocato dalla morsa di lei, in sincera difficoltà a poter proferire verbo e, ciò non di meno, apparentemente sereno nel confronto con la prospettiva della nuova morte che ella avrebbe lì potuto imporgli, sereno, obiettivamente, come solo avrebbe potuto essere qualcuno che, con la morte, aveva già avuto occasione di scendere a patti, e di scendere a patti in maniera vantaggiosa per se stesso.
« Considerando che in quella gabbia ci sono finita per merito tuo… non riesco a giudicarla, propriamente, qual un’argomentazione a tuo vantaggio. » ebbe a evidenziare la donna guerriero, scuotendo appena il capo, in segno di diniego.
« … difficile negarlo… » ammise l’uomo, sempre più prossimo alla perdita dei sensi, in conseguenza della pressione da lei imposta sulla propria gola « … però… posso esserti utile… posso aiutarti. » tentò egualmente di obiettare, cercando di mantenere il controllo sulla situazione, per quanto, chiaramente, in quel momento, ad avere in mano le argomentazioni migliori, oltre al suo stesso collo e alla sua vita, fosse la sua ben poco amichevole interlocutrice.
« Ritenta… e sarai più fortunato. » gli suggerì ella, ancora esprimendo negazione con il movimento del proprio capo, forse e invero tutt’altro che desiderosa di trovare ragione utile a scagionarlo, a volerlo allora considerare dalla propria parte, non immotivata, dopotutto, in tal senso.
« … i bambini… posso… aiutarti a trovarli… »

Proposito lodevole, quello in tal maniera quasi rantolato da parte di Reel Bannihil, che, tuttavia, ebbe a riservarsi un madornale errore: quello atto a rievocare, nella mente della donna già tutt’altro che benevolmente predisposta nei suoi riguardi, quanto accaduto su Thermora, nelle eguali dinamiche che, in quella promessa, stavano venendo nuovamente a presentarsi da parte sua: il soccorso nel momento del bisogno, le minacce a suo discapito, la proposta di aiuto nel merito del recupero dei due pargoli e, alfine, il tradimento… e il tradimento facente proprio il peso, la responsabilità, la colpa della fine di molte, di troppe vite innocenti.
Un ciclo di eventi all’interno dei quali, forse ingenuamente, Midda si era riservata occasione di cooperare, svolgendo il proprio ruolo, e lasciandosi, in ciò, influenzare negativamente da quell’interlocutore, da quell’ipotetico alleato, forse persino potenziale amico, nei riguardi del quale non aveva potuto negarsi un certo debito di gratitudine, salvo, tuttavia, avere alfine a scoprire quanto, il suo supposto debito, altro non avesse a celare che un credito, e un credito incolmabile nei suoi confronti, qual quello derivante dal doppiogioco nel quale, egli, tanto abilmente, si era dilettato. Un ciclo di eventi all’interno dei quali, forse, la prima volta ella avrebbe potuto anche trovare ragione di giustificazione e di assoluzione morale per essersi lasciata coinvolgere, benché non avrebbe mai apprezzato l’idea di considerarsi vittima degli inganni di quell’individuo; ma che, una seconda ipotetica occasione, una nuova ripetizione, avrebbe allora avuto necessariamente a doversi intendere qual sgradevole espressione di una sua intima complicità, complicità della quale, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di macchiarsi.
Per questa ragione, ricacciando ogni sentimento, ogni passione nel confronto con lui, e riabbracciando, altresì, il più fermo controllo emotivo, razionale, logico sul proprio operato; a mente lucida, con intento chiaro e risoluto, ella ebbe allora a premere maggiormente contro quel collo, non mollando la presa fino alla sua perdita di sensi. E, quando ogni muscolo di quell’uomo ebbe a cedere, a rilassarsi nell’incoscienza in cui, ella, in tal maniera, lo aveva precipitato, levandosi in piedi e osservandosi attorno, ancor prima di maturare qualunque genere di confidenza con il mondo a sé circostante, ella ebbe a ricercare il primo oggetto lì a disposizione riconducibile, anche fantasiosamente, al concetto di arma, vedendosi accontentata, nel proprio impegno, da un elegante pugnale, forse una qualche preziosa reliquia custodita non lontano dalla sua gabbia, del quale, senza esitazione, ella ebbe a impossessarsi soltanto per, poi, calarlo con precisione chirurgica in corrispondenza del cuore del suo presunto salvatore, estirpando, per la seconda volta, la vita dal suo corpo. Un omicidio a sangue freddo, il suo, una condanna a morte quietamente elaborata e ancor più serenamente condotta a compimento, che non ebbe a provocare in lei alcuna soddisfazione, alcun appagamento, alcun senso di gioia, nell’aversi allora a considerare, semplicemente, qual un atto dovuto, un gesto che non avrebbe potuto esimersi dal compiere e che, lì, venne condotto a compimento con la stessa indifferenza con la quale, ella, avrebbe potuto decidere di respirare.

« E, questa volta, fammi il favore di restare morto… » lo invitò, con tono tranquillo, risollevandosi dal cadavere della propria vittima per potersi, allora e finalmente, concentrare su quanto a sé circostante.

Osservando, ora con maggiore attenzione di dettaglio, la sala dove la sua gabbia era stata condotta, Midda Bontor poté rendersi conto di non aver errato nella propria valutazione, nella propria ipotesi volta a considerarsi in una sorta di deposito temporaneo dedicato all’attesa del ritiro per la merce acquistata. Attorno a sé, infatti, ella poté scorgere dozzine e dozzine di oggetti della più disparata forma e natura, nonché, in maniera non propriamente piacevole, altre gabbie suo pari, egualmente coperte da teli scuri, a celare quelle che, allora, avrebbero avuto a doversi considerare altre creature, umane o non, lì poste all’asta e, ipoteticamente, già vendute, in attesa dei propri compratori.
Non potendo, in tal situazione, escludere che fra quelle gabbie potesse esservi anche quella contenente i propri protetti, la donna guerriero, ancor prima di riservarsi ulteriori premure, volle votare in favore di una rapida verifica di tal sospetto, muovendosi, con discrezione, all’interno di quello spazio e andando a scostare, di volta in volta, i teli neri in misura sufficiente a verificarne il contenuto, prima di passare al successivo. Con delusione, e al contempo anche soddisfazione, ella, al termine di quel giro, ebbe a verificare quanto in alcuna di quelle gabbie fossero presenti Tagae e Liagu, segno che, ovunque fossero finiti, non sarebbero stati, per lei, preoccupazione immediata nel trovare occasione di ambientarsi in quel luogo, di recuperare il controllo sul proprio braccio destro, di riarmarsi e di mettere a ferro e fuoco quell’intero pianeta, fosse stato necessario, per ricongiungersi a loro: all’interno delle gabbie, infatti, ella ebbe a trovare, di volta in volta, solo creature di varie forme, di varie dimensioni, e di varia aggressività, alcune sostanzialmente libere di muoversi, altre incatenate in misura non inferiore alla sua, e pur alcuna apparentemente in grado di esprimere frasi di senso compiuto intelligibili al proprio traduttore, motivo per il quale, senza riservarsi particolare ragione di preoccupazione, ebbe a poter classificare tutti loro quali semplici bestie, bestie che, evidentemente braccate in maniera illegale e, in questo, caratterizzate da un certo valore, sarebbero andate ad ampliare le collezioni personali di qualche ricco  signore annoiato, non diversamente dal destino forse anche a lei promesso.
Una comunione di possibili sorti, la loro, che avrebbe avuto a dover impietosire l’animo dell’ex-mercenaria e che, pur, non ebbe successo a tal riguardo nell’assenza di ipocrisia da parte sua, laddove anch’ella, in passato, aveva dato la caccia, e ucciso, praticamente ogni varietà di creatura mitologica del proprio mondo, per la soddisfazione dei propri mecenati; ragione per la quale, allora, decisamente inopportuno sarebbe stato, da parte sua, elevare un qualunque genere di scandalo alla prospettiva lì loro destinata. Una comunione di possibili sorti, tuttavia, l’ovviare alla quale, forse, avrebbe potuto allor rappresentare anche per lei un vantaggio, e un vantaggio strategico nel riuscire a evadere da quel luogo, qualunque esso fosse, ovunque esso fosse, nel rendere dell’unione di così tanti, potenzialmente pericolosi, mostri suo pari, la propria forza.

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