11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

sabato 23 dicembre 2017

2408


Recuperata la propria libertà, la propria autodeterminazione, per la Figlia di Marr’Mahew la strategia a seguire avrebbe avuto a doversi considerare particolarmente obbligata nelle proprie scelte, nella propria successione. Laddove, infatti, fosse dipeso da lei, la priorità sarebbe andata esclusivamente a favore della ricerca di Tagae e Liagu, i due pargoli, obiettivamente dispersi in quel nuovo e ancor sconosciuto mondo. Ciò non di meno, per potersi considerare realmente utile a tal scopo, per potersi concedere una reale possibilità nel confronto con tale esigenza, con simile intento, ella avrebbe avuto a doversi riservare qualche ulteriore passaggio preventivo, volto a concederle il controllo, l’autonomia necessaria al fine di non tradire le aspettative dei suoi due protetti, finendo possibilmente per essere nuovamente e banalmente catturata così come già accaduto in passato.
Innanzitutto, pertanto, il primo impegno proprio della donna guerriero dovette essere quello atto a ristabilire la possibilità di gestire il proprio braccio destro, di controllarlo, di muoverlo così come, da troppo tempo a quella parte, le era stato negato. Un controllo, quello a lei allor necessario, non soltanto utile a garantirle una risorsa anziché un peso, qual quella protesi senza alcuna energia avrebbe avuto a doversi purtroppo considerare, ma anche, e ancor più, una risorsa squisitamente potente, e impiegabile tanto in azioni di difesa quanto e ancor più in azioni di offesa, così come, indubbiamente, le si sarebbero presentate innanzi ovunque ella fosse finita e, ancor più, ovunque ella sarebbe dovuta andare per raggiungere i due piccoli. E se obiettivamente ingombrante avrebbe avuto a doversi riconoscere quel braccio inanimato pendente dalla sua spalla destra, in una situazione di sconforto emotivo per quella reimposta menomazione a suo discapito, nonché decisamente più pesante rispetto all’armatura vuota animata dalla magia che, fino a un paio di anni prima, era stata soluzione antecedente a quella, accompagnandola per due decenni nelle avventure vissute entro i confini del proprio mondo; quella versione tecnologica di protesi, quell’alternativa per lei, addirittura, ottenuta senza il benché minimo sforzo o costo, avrebbe avuto a poter vantare una straordinaria comodità nelle proprie dinamiche di ricarica del nucleo all’idrargirio, conseguenti alla natura stessa dell’idrargirio, incredibile fonte di alimentazione per sostanzialmente qualunque macchinario, dai più semplici apparecchi di comunicazione sino, addirittura, alle navi spaziali, giacché, infatti, l’idrargirio avrebbe avuto a doversi riconoscere qual in grado di assorbire, sostanzialmente, qualunque fonte energetica, per la donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco, addirittura elementare sarebbe stato, allora, riuscire a riattivare il proprio arto, semplicemente raggiungendo una qualunque fonte di energia, come una banale centralina elettrica, e lì andando a schiantare, con indubbia mancanza di delicatezza, il proprio smorto arto meccanico. Così fu, e ancor prima di lasciare, effettivamente, l’edificio della casa d’aste, ella non mancò di farne saltare, involontariamente, l’impianto elettrico, nell’immergere, per l’appunto, il proprio braccio in metallo cromato all’interno del primo quadro che ebbe occasione di incontrare, imperturbabile a fronte dell’idea di pericolo allor rappresentata da quel gesto: come, infatti, in modi decisamente meno volontari e controllati, ella aveva già avuto occasione di verificare, l’isolamento del suo braccio metallico, in conseguenza al medesimo nucleo all’idrargirio, avrebbe avuto a doversi considerare pressoché assoluto, in termini tali da non permetterle, in alcun modo, di avere di che temere per la propria incolumità.
Riattivato il proprio arto, e decisamente più serena, a tal riguardo, nel merito dell’incombente avvenire, il secondo impegno al quale ella dovette necessariamente volgere la propria attenzione fu quello utile a mistificare la propria figura, la propria immagine, non tanto per un qualche senso di timore nei riguardi di quanti nemici avrebbe potuto altrimenti attrarre nel risultare facilmente identificabile qual valevole dieci miliardi di crediti, quanto e piuttosto nell’inevitabile ostacolo che tutto ciò avrebbe potuto comportare nella ricerca dei due bambini, ricerca che non avrebbe dovuto riservarsi imprevisti ulteriori rispetto a quelli che già, allo stato allor attuale delle cose, avrebbero avuto a dover essere lì riconosciuti qual propri. Per questa ragione, non appena uscita dall’edificio della casa d’aste, avvolta nel nero manto eletto a propria estemporanea cappa, l’urgenza più impellente sarebbe stata quella volta a cambiare i propri abiti e, soprattutto, a trovare il modo di celare, in qualche maniera, il proprio aspetto, altresì troppo facilmente distinguibile anche nella folla più caotica. Per sua fortuna, nello scoprirsi allora al centro di quanto avrebbe avuto a dover essere considerato un enorme mercato, e un mercato volto a un certo genere di clientela, risorse a tal riguardo non avrebbero avuto a dover essere lì elencate qual carenti. E dopo una rapida visita al primo negozio nel quale ella ebbe a inciampare, l’Ucciditrice di Dei ebbe a fuoriuscirne decisamente mutata nel proprio aspetto, in grazia non soltanto a nuovi abiti ma anche, e ancor più, all’ausilio di una lunga parrucca nera corvina, utile a donarle una chioma tanto elegante e femminile come mai, nel corso della propria vita, aveva avuto occasione di poter vantare, arrangiata in una lineare frangia alla medesima altezza delle sue sopracciglia, e in una lunga cascata atta a sfiorarne, persino, i glutei, dietro la sua schiena: al di sotto di quei capelli, i suoi occhi color ghiaccio si presentarono, in ciò, celati al di sotto di occhiali scuri, volti a minimizzare, contemporaneamente, l’attenzione tanto nel confronto con le sue iridi azzurre, quanto con la lunga cicatrice presente sul fronte mancino del suo viso, nel mentre in cui il resto del suo corpo ebbe a essere avvolto in abiti neri, di foggia egualmente tattica, non particolarmente dissimile da quelli da lei precedentemente indossati, e, tuttavia, allor accompagnati, oltre che da un giaccone utile a celarne le forme e, soprattutto, le braccia, la destra metallica, la sinistra interamente tatuata da motivi tribali in tonalità di blu, anche da una coppia di guanti di pelle egualmente scura, utile a ovviare qualunque occasione di sguardo indiscreto nei confronti della sua estremità cromata. Il tutto, allora, regolarmente pagato in grazia di un involontario finanziamento offertole da parte del defunto, o nuovamente presunto tale, Reel Bannihil, il cui cadavere ella non aveva mancato di frugare alla ricerca tanto di crediti, quanto, ovviamente, di qualunque ulteriore genere di risorse avrebbe potuto necessitare nella propria missione di salvataggio.
Nuovamente padrona del proprio arto, nonché in tal maniera completamente rivestita, al punto tale da poter essere considerata irriconoscibile persino innanzi all’eventuale sguardo dei propri compagni della Kasta Hamina, alla donna guerriero avrebbe avuto a mancare un ultimo, fondamentale dettaglio per potersi considerare pronta alla ricerca e al recupero dei due bambini: un dettaglio che, sin dall’inizio di quella vicenda, ella non aveva potuto vantare al proprio fianco, e che, in quel momento, in quel frangente, e, soprattutto, all’interno dell’ancor non conosciuto, ma già compreso nella propria natura e nelle proprie dinamiche, Mercato Sotterraneo, non sarebbe certamente mancato di poterle essere riconosciuto, se non nei termini per lei perfetti, certamente nelle forme e nelle dimensioni per lei più adatte, più prossime a potersi considerare effettivamente soddisfatta… una spada.
Dal momento in cui, infatti, la sua lama bastarda, storica compagna di due lunghi lustri di avventure, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual purtroppo lontana da sé almeno quanto Be’Sihl, lasciata improvvisamente e inaspettatamente, insieme a lui, sulla Kasta Hamina; ella non avrebbe potuto ovviare ad abbisognare di un’arma sostitutiva per la medesima, e, possibilmente, una spada, laddove, se pur con le armi da fuoco aveva iniziato necessariamente a maturare una certa confidenza, la propria massima espressione guerriera avrebbe avuto a dover essere comunque riconosciuta qual legata alle armi bianche e, in particolare, alle spade, alleate costanti di tutta la propria lunga e avventurosa esistenza. Non un pugnale, non uno stiletto, non uno spadino, risorse sicuramente utili, e con le quali ella non avrebbe mancato, all’occorrenza, di destreggiarsi, quanto e propriamente una spada, una lunga lama a doppio filo, possibilmente a una mano e mezza, con la quale dare libero sfogo alla propria indole, alla propria natura più violenta e incontenibile, la stessa che, in quella casa d’aste, aveva finito per farla classificare al pari di un’arma di distruzione di massa.
Inoltratasi, pertanto, sempre più per le vie del Mercato Sotterraneo, alla vista del primo negozio d’armi ella non esitò a superarne l’ingresso, nella speranza di poter essere lì accontentata.

« Salve! » l’accolse una commessa, muovendosi sorridente verso di lei, per offrirle il proprio benvenuto « In cosa posso esserle utile…? »

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