11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Si conclude, con l'episodio odierno, la sessantunesima avventura di Midda, dal titolo "Il cerchio si chiude"!
E, come credo sia chiaro già da un po', si conclude con questo episodio anche il secondo arco narrativo della lunga saga della nostra eroina preferita!

In questo, ringraziando tutti gli amici della Kasta Hamina, Midda Bontor lascia le proprie avventure siderali per ritornare al proprio mondo natale, cresciuta, sicuramente, cambiata, certamente, e pur desiderosa di tornare alla dimensione originale della propria quotidianità, e di quella quotidianità che, del resto, l'ha sempre contraddistinta.

A domani, quindi, con l'inizio di qualcosa di un'altra storia!

Sean, 16 marzo 2020

venerdì 15 maggio 2020

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Vi era stato un tempo in cui Lysiath avrebbe avuto a dover essere riconosciuta parte del territorio continentale del regno di Tranith, lembo di terra utile a collegare le due penisole della nazione che, insieme a quella stessa provincia, costituivano, in effetti, l’interezza del territorio continentale del regno stesso. Sito nell’angolo sud-occidentale del continente di Qahr, infatti, il regno Tranith avrebbe avuto poter vantare un predominante dominio più sui mari che sulla terraferma, e, in particolare, sulla vastità dei mari del sud, fra dozzine, centinaia di arcipelaghi, piccoli e grandi, entro i quali il territorio tranitha avrebbe avuto a poter essere riconosciuto frammentato. E soltanto quell’angolino di continente, quelle due penisole e Lysiath, nel loro mezzo, avrebbe avuto a concedere loro l’occasione di un contatto fisico con il resto del mondo, e di un mondo che, altrimenti, mai li avrebbe ricercati, mai li avrebbe raggiunti, nel temere troppo le vie dei mari, nel rifuggire terrorizzati da esse e, in ciò, nell’assicurare, comunque, un certo livello di tranquillità alla maggior parte del regno.
Ma se la tranquillità, per i tranithi, avrebbe avuto indubbiamente a dover essere riconosciuta qual un valore fondante della propria stessa cultura, e di una cultura che, allorché piegare gli eventi della Storia, tentando vanamente di dominarli, avrebbe preferito seguire sapientemente il corso degli stessi, così come un bravo capitano avrebbe saputo seguire le correnti dei mari per giungere, comunque, alla propria destinazione; purtroppo tale tranquillità non era stata loro gratuitamente concessa dagli dei. Non, quantomeno, nell’aver collocato sul loro confine settentrionale uno dei regni più belligeranti di quell’angolo di mondo: Kofreya. E se pur, già, il regno di Kofreya avrebbe avuto a dover essere inteso prepotentemente impegnato, nel proprio limitare orientale, in una sempiterna guerra con la vicina nazione di Y’Shalf; tanto bramosi di estendere il proprio dominio avrebbero avuto a dover essere considerati i kofreyoti al punto tale da non negarsi, all’occorrenza, la possibilità di entrare in guerra anche con i propri vicini meridionali, e con quei vicini meridionali dai quali non avrebbero potuto forse ottenere molto… ma, comunque, sarebbe già stato qualcosa.
Così, se anche vi era stato un tempo in cui Lysiath avrebbe avuto a dover essere riconosciuta parte del territorio continentale del regno di Tranith, a un certo punto della Storia ciò era mutato. Ed era mutato nell’assurda e volontaria rinuncia da parte della stessa Tranith all’intera provincia di Lysiath, in una terrificante mutilazione del proprio territorio, e di quel territorio che, in ciò, vide sussistere le due penisole fra loro senza più alcuna possibilità di collegamento terrestre che non avesse a dipendere da altri, e da altri che, nella fattispecie, avrebbero avuto a dover essere riconosciuto gli stessi kofreyoti, il proprio predominio, così, ebbero a estendere anche su quella terra, sulla sua città, sui suoi borghi, sul suo porto ma, soprattutto, sulle sue ricchezze, e delle ricchezze delle quali, invero, non seppero dimostrarsi particolarmente meritevoli.

Vi era stato un tempo in cui in Lysiath esisteva una Biblioteca. Una grande Biblioteca. Una splendida Biblioteca. Una delle più grandi biblioteche che l’umanità, o, quantomeno, l’umanità propria di quel mondo, avesse mai conosciuto. Una Biblioteca popolata da tutto lo scibile noto e, soprattutto, da moltissimo ormai ignoto, nozioni, notizie, informazioni, idee smarritesi nelle menti ignoranti dei mortali e pur lì mirabilmente conservate. Stupenda era la Biblioteca di Lysiath, una fra le più mirabili opere dell’architettura propria di quella civiltà. Meravigliosa era la Biblioteca di Lysiath, con tutti i propri fregi, con tutti i propri smalti, con tutte le proprie opere d’arte uniche e inimitabili. Apprezzata era la Biblioteca di Lisiath, costantemente frequentata da saggi provenienti da ogni angolo dei tre continenti per lì consultare volumi e pergamene, rotoli e codici, attingendo, in grazia a essi, a conoscenze che mai, altresì, avrebbero potuto anche solo immaginare. E rispettata era la Biblioteca di Lysiath, vero e proprio tempio votato dall’intelletto umano, delubro di scienza e sapienza, santuario dell’illuminismo in un mondo che, paradossalmente, aveva scordato il proprio stesso valore preferendo precipitarsi pigramente in un oscuro baratro di superstizione e ignoranza.
Ma se quella Biblioteca era stata l’orgoglio e la ricchezza più grande per tutta Lysiath nel corso del capitolo tranitha della propria storia, quella stessa Biblioteca era stata sigillata e abbandonata non appena passata in mano kofreyota, forse una ricchezza troppo complessa per poter essere degnamente compresa e apprezzata da chi, in fondo, interessato soltanto a valori decisamente più prosaici. Così, isolata dal mondo, la Biblioteca di Lysiath era quasi stata dimenticata dalla Storia, in una sorte ingenerosa e che pur, forse, sarebbe anche stata a modo suo auspicabile. Auspicabile nel confronto con il pensiero di quanto, comunque, al suo interno le informazioni contenute sarebbero rimaste comunque protette, custodite, in attesa del giorno in cui, magari, il mondo avesse preso a girare in maniera diversa… e in maniera più sensata. Auspicabile, anche e ancor più, nel confronto con la sorte ancor più ingenerosa alla quale, tuttavia, si vide successivamente destinata.
Perché, se anche vi era stato un tempo in cui in Lysiath esisteva una Biblioteca, a un certo punto della Storia ciò era mutato. Ed era mutato nel devastante rogo che, in una notte di alcuni anni prima, aveva distrutto l’intero edificio, traducendo in cenere e in polvere la sua straordinaria ricchezza intellettuale. Un incendio, quello che aveva distrutto la Biblioteca, che non avrebbe dovuto avere a fraintendersi qual conseguenza di un evento naturale, o di un qualche disastro cataclismico; quanto e peggio, pura e semplice opera dell’uomo. E non di un concetto generico di uomo, ma di quattro individui ben precisi, quattro cavalieri, quattro mercenari che, sospintisi all’interno di quello stesso edificio per proprie, complesse motivazioni, avevano incontrato all’interno del medesimo un insediamento di giganteschi ragni, capeggiati da una creatura ibrida, una regina, sol desiderosa di pretenderne le vite. Così, dovendo porre sul piatto della bilancia le proprie vite o quella Biblioteca, sicuramente con troppa banalità, con troppa superficialità, quei quattro cavalieri avevano scelto di offrire alle fiamme il luogo, guadagnandosi in ciò un’occasione di fuga ma, parimenti, macchiandosi di un crimine, di una colpa, priva d’ogni possibilità di perdono.

Midda Namile Bontor era stata una di quelle quattro persone. E, fra i quattro responsabili, ella avrebbe avuto forse a doversi intendere la più responsabile di tutti, in quanto colei che, per meriti pregressi, era stata di fatto la condottiera di quel ristretto gruppo di compagni d’arme, nonché colei che, con eccessiva freddezza psicologica, aveva deciso di pretendere salva la propria vita anche a discapito di qualcosa di sì straordinario qual la Biblioteca di Lysiath.
Non che ella non ne comprendesse il valore. Non che ella non ne potesse apprezzare l’effettiva importanza. In un mondo per lo più dominato da persone analfabete, ella aveva avuto la grazia d’esser stata istruita, ancor bambina, tanto all’arte della lettura quanto a quella della scrittura, così come al far di calcolo. E, in questo, quella donna dagli occhi color del ghiaccio avrebbe potuto in tutta onestà vantare di comprendere perfettamente l’importanza di un libro, così come l’importanza ancor maggiore di dieci libri. E di cento. E di mille. E di decine… centinaia di migliaia di libri, tanti quali quelli la sorte dei quali, impietosamente, ella aveva definito in quell’infausta notte.
Proprio nel comprendere perfettamente il valore della Biblioteca, Midda non era mai riuscita realmente a perdonarsi di ciò, includendo quanto occorso all’interno di quelle pagine della propria vita delle quali non avrebbe potuto essere particolarmente orgogliosa. Pagine, invero, tutt’altro che esigue nel proprio numero, avendo ella vissuto molto, certo, e in questo molto sbagliato, e, sovente, sbagliato in una misura tanto marcata da non poterle negare un senso di vergogna, e di profonda vergogna per il proprio errore.
E proprio nel tentativo, forse tardivo, di rimediare a un altro errore compiuto nel corso della propria vita, ella aveva deciso di far ritorno a Lysiath… non immaginando, però, quanto il destino stesse orchestrando qualcosa di terribile, qualcosa di imprevedibile, per offrirle il proprio bentornata in quelle terre. E in quelle terre nelle quali, proprio malgrado, ella aveva così lasciato un segno indelebile, nella distruzione della Biblioteca.

« Thyres… » bestemmiò, storcendo le labbra verso il basso.

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