11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 23 ottobre 2009

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Riprendendo il silenzio sì brevemente interrotto, sì fugacemente disturbato da un dialogo comunque privo di significativi risultati, Midda, Howe e Be’Wahr impegnarono le proprie energie nel confronto con quell’ascesa, con quella risalita, conducendo i propri passi con maggiore decisione e fermezza rispetto a quanto non fossero stati in grado di offrire il giorno precedente, nell’essere, ormai, confidenti con quel terreno, con quel crinale, consapevoli delle sue caratteristiche, delle sue intrinseche insidie e dei passaggi lungo i quali, altresì, trovare sicura possibilità di movimento. In tal modo, prima ancora che il sole potesse giungere al proprio zenit, essi riuscirono a riconquistare il limite estremo nel quale si erano spinti il giorno precedente, ritrovando il corpo dello scultone esattamente là dove era stato lasciato.
Quella carcassa, nella propria mole difficilmente trascurabile, nella propria imponenza inconfondibile, in effetti, non si propose al loro sguardo nelle medesime condizioni del giorno precedente, le stesse nelle quali lo avevano abbandonato a seguito del violento scontro che li aveva visti protagonisti e che aveva eletto qual vittoriosa la donna guerriero sul proprio avversario. Rimasto qual era effettivamente stato, infatti, per una lunga notte e per una mattina intera, esposto in siffatta maniera agli sguardi del mondo intero, quel corpo aveva rappresentato un lauto banchetto per molti altri piccoli predatori, soprattutto insetti, i quali non avevano tardato ad approfittare con entusiasmo palpabile e, forse, addirittura condivisibile, della carogna loro così donata. E così, nel rispetto di eterne leggi, di principi inviolabili stabiliti dagli dei nel momento stesso della creazione del mondo, anche nella Terra di Nessuno, anche in un territorio sì inospitale, sì apparentemente privo di ogni possibilità di vita, quanto offerto da quelle carni non sarebbe potuto essere, e non fu, sprecato, non sarebbe potuto essere, e non fu, disperso: nell’ineluttabile compimento del ciclo naturale di vita, invero, l’uccisione di quel mostro, di quella creatura così temibile per ogni altro essere mortale, era risultata ragione d’osanna verso i suoi assassini, la sua ucciditrice, ove una singola ed inattesa morte aveva improvvisamente offerto sostentamento, salvezza, per dozzine, centinaia, migliaia di vite le quali, altrimenti, avrebbero dovuto impiegare le proprie energie, forse e addirittura senza neppure effimere speranze di reale successo, nel riservarsi un’occasione alternativa di nutrimento, comunque priva di paragoni rispetto a quel concreto ed indiscutibile tesoro. Osservando con necessario rispetto e altrettanta giusta incuria i resti di quell’avversario, sì temibile e pur non sopravvalutato, non ritenuto invincibile, inviolabile, inarrestabile, dove altrimenti un sentimento di paura avrebbe potuto imporre su di loro la fine stessa del proprio cammino, della propria missione, con lo stesso contrastante e complementare dualismo di sentimenti che avrebbero sempre dovuto riconoscere in contrasto a qualsiasi ostacolo, a qualsiasi nemico, i tre guerrieri proseguirono oltre, non desiderando turbare il banchetto in corso, un così affollato convivio.
Trascinando i propri cavalli allo stesso modo in cui già avevano dovuto fare il giorno precedente, essi continuarono pertanto a risalire verso il valico superiore il quale, a completamento di quello stesso specifico tragitto, era stato loro indicato da Sanma.

« Una volta giunti in cima, dovremmo poter avere una visuale completa sull’intera valle… o, almeno, questo è ciò che il nostro accompagnatore sperava di trovare. » ricordò Midda, quando ormai si trovarono ad essere prossimi al completamento di quella tappa.
« Quindi, se davvero la piramide dovesse essere sita nella stessa, non dovremmo avere problemi a individuarla, da un punto tanto alto… » completo Be’Wahr, annuendo alle parole della compagna, desiderando condividerne il pensiero ottimista.
« E se… non dovessimo trovarla? » ipotizzò Howe, storcendo le labbra verso il basso in disapprovazione retorica, scontata, per il cattivo auguro da lui stesso così avanzato.
« A quel punto ci resterebbero altre due possibilità… entrambe poco piacevoli. » replicò la donna, offrendo in tali parole evidenza di quanto neppure un simile insuccesso l’avrebbe fatta demordere dal raggiungimento del proprio obiettivo.
« Non che questo percorso sia estremamente gradevole. » osservò lo shar’tiagho, sorridendo con cupa ironia « Al contrario… »
« Avresti preferito incominciare con la lava incandescente o i gas tossici? » insistette la mercenaria al ricordo di quanto avrebbe loro atteso « Fino a oggi, mi sembra che tutto il nostro impegno si sia limitato ad una semplice passeggiata… »
« Così parlò colei gettatasi fra le fauci aperte di un mostro proprio ieri sera… » ridacchiò l’altro.
« In verità non dovremmo poi schernirla per simile ragione, fratello. » intervenne il biondo, scuotendo il capo « Per noi sarebbe meglio darsi una mossa o, nelle ballate che verranno composte in onore di questa avventura, risulteremo solo quali semplici comparse. »
« Fossi in te non sarei tanto desideroso di una canzone in tal senso… » obiettò Howe, anche lui muovendo il proprio capo con fare negativo « O ti sei già dimenticato con quale indomito coraggio, qualche ora fa, hai affrontato la minaccia rappresentata da una moltitudine di serpenti fantasma?! Già mi immagino l’epica di simile narrazione… »
« Ehy… non è che tu abbia dimostrato di eccellere in audacia, fino ad ora. » negò il primo, così attaccato.
« Per lo meno, io, non sono svenuto come una femminuccia… » sorrise sornione il secondo, senza però rendersi conto pienamente dell’esatta implicazione delle sue stesse parole, richiedendo in ciò l’intervento della propria femminile compagna, che non tardò a presentarsi.
« Ehy. Piano con i termini… » consigliò la Figlia di Marr’Mahew, aggrottando la fronte « Non so se te ne sei reso conto… ma io sono una femminuccia. »
« Parafrasando quanto, dall’alto della propria saggezza, tempo fa la nostra amica Carsa non mancò di esprimere: ma tu sei diversa… praticamente sei come un meraviglioso amico. » la canzonò, nel riutilizzare i termini un tempo adoperati a discapito proprio e del fratello dal quarto elemento del loro gruppo d’élite.
« Mi sa che qualcuno fra i presenti desidera guadagnarsi, molto presto, una possibilità di colloquio con il proprio buon dio… » osservò la donna, inarcando un sopracciglio e gettando un grottesco sguardo di risentimento verso l’interlocutore, qual intellegibile dimostrazione di scherzosa contrarietà e minaccia.
« Cedo di fronte alla violenza dimostrata da una delicata fanciulla qual ti proclami essere… » si arrese, allora, lo shar’tiagho, levando le mani a dimostrare la propria volontà in tal senso.

Forse per riuscire a contrastare meglio l’ansia derivante da quella particolare situazione, dall’assoluta ignoranza presente e dominante, loro malanimo, nel merito di quanto li avrebbe attesi; forse perché stanchi di lasciarsi dominare da troppe riflessioni inutili, da troppi pensieri che pur negando razionalmente, non riconoscendo quali propri, quali conformi alla propria indole, non mancavano di abbandonarli; forse perché comunque desiderosi di quei scherzosi e piacevoli confronti, caratteristici riempitivi dei loro lunghi viaggi insieme; quelle parole ora indubbiamente giocose, prive di particolari e profonde implicazioni nel merito del loro passato o del loro ipotetico futuro al contrario del precedente tentativo di dialogo, li vide coinvolti con maggior trasporto. Così, impegnandosi ancora in reciproci contrasti, in continue stoccate verbali volte a cercare di imporsi psicologicamente sui propri interlocutori, per il semplice piacere del dialogo, il pur breve proseguo di quell’ascesa venne accompagnato dalle loro voci, se non anche dalle loro risa, capaci di offrire, all’interno di quella terra desolata ed avvelenata, rifiutata da ogni nazione e regno, un barlume di speranza, un’illusione di umanità, almeno fino a quando, finalmente il valico non venne raggiunto e il paesaggio oltre il vulcano si offrì finalmente libero innanzi ai loro sguardi curiosi, speranzosi, desiderosi di poter ritrovare in esso una riprova di quanto tutto quel tempo, tutto quell’impegno non fosse stato vano.
E così fu, come una semplice, stereofonica e, forse, prevedibile ultima invocazione da parte dei due fratelli ebbe modo di introdurre, di presentare, con maggiore incisività emotiva di quanto, probabilmente, non sarebbero stati in grado di compiere i più ricercati versi di un bardo posto ugualmente innanzi a tale spettacolo…

« Per Lohr! »

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