11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 29 ottobre 2009

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D
ifficilmente la soddisfazione si sarebbe potuta considerare solita porsi qual caratteristica fondamentale dell’umana natura: uno stato di appagamento, di piena felicità per quanto compiuto, avrebbe probabilmente sempre finito per scontrarsi con il pensiero di ciò che si sarebbe potuto ottenere, di quanto si sarebbe potuto raggiungere in alternativa, spingendo in ciò, tanto il singolo, quanto la massa, a un immancabile, ineluttabile forse, stato di malcontento, se non addirittura frustrazione. Delusione, a tal riguardo, sarebbe forse potuto essere considerato da parte dei tre mercenari, quale il termine più appropriato, più corretto, con il quale poter descrivere il proprio stato d’animo una volta raggiunta la fessura tanto desiderata, tanto bramata, qual possibile via di fuga dall’attacco delle blatte giganti. Sebbene, infatti e fortunatamente, nessuno dei loro avversari fosse riuscito a seguirli, a discendere a propria volta all’interno di quel pertugio, troppo sottile, troppo ristretto anche per le loro capacità di insetti nel confronto con quell’intrinseco gigantismo, Midda, Howe e Be’Wahr si ritrovarono, effettivamente, qual comunque costretti con le spalle al muro, in una trappola priva di possibilità di uscita. Quella fenditura, infatti, iniziava e finiva in pochi piedi di spazio, concedendo loro sì un rifugio dai propri avversari ma non, certamente, un’occasione per aggirarli, per proseguire oltre o per, eventualmente, tornare sui propri passi. In simile situazione, così, lo scontro da loro non desiderato, la battaglia da loro rifiutata in quell’evasione, sarebbe solo stata rimandata, a meno di non arrendersi e lasciarsi morire entro quel limitare, di fame e di sete, attendendo una lenta e, pur, immancabile fine.
E così, dove anche qualche istante fu da loro stessi richiesto, implicitamente, per riprendersi da quanto appena compiuto, da quell’inatteso ed improvviso combattimento che li aveva ritrovati tutti in pessime condizioni nei confronti con gli avversari, ben presto tale particolare situazione non avrebbe potuto mancare di pesare sui loro animi, sui loro cuori, portandoli ad affrontare esplicitamente l’argomento.

« Probabilmente la domanda che ora porrò è quanto di più banale potrei mai dire… così come, probabilmente, nessuno fra noi vorrebbe essere costretto ad ascoltarla in questo momento… » esordì Be’Wahr, facendosi carico della responsabilità di rompere il breve frangente di silenzio, di quiete, nel quale si erano segregati « Ma… che facciamo ora?! »
« Midda? » intervenne allora Howe, a completamento della questione, nel rivoltarla in maniera diretta verso la compagna, alla quale non mancò, in ciò, di restituire l’arma di cui era proprietaria per pieno ed incontestabile diritto.
« Ehm… credo che mi sia sfuggito qualche dettaglio. » rispose ella, aggrottando la fronte alla richiesta così formulata verso di sé, nell’accettare, comunque, la propria arma, non negandosi una decisa soddisfazione nel ritrovare il contatto con essa, nel tornare a stringerla a sé « Tipo quello che mi dovrebbe aver vista eletta a coscienza collettiva del nostro piccolo, e pur variegato, gruppo… »
« Non farti pregare. » insistette lo shar’tiagho, inarcando un sopracciglio nello squadrarla « Fino ad oggi, Be’Wahr ed io siamo stati, oggettivamente, le braccia… mentre tu o, tutt’al più, Carsa, siete stati le vere menti dietro ad ogni nostra operazione… »
« Concordo totalmente. » approvò il biondo, senza il minimo imbarazzo nell’offrire una tale dichiarazione, per quanto eccessivamente ricca di impliciti « E, poi, tua è la maggiore esperienza in queste situazioni… quindi… »
« Sì, d’accordo. » storse le labbra la donna guerriero, osservandoli entrambi « Ciò non toglie, comunque, come non sia salutare per alcuno fra i presenti una fiducia sì totale ed indiscriminata nei miei confronti. Vi ricordo che anche io ho preso notevoli cantonate, soprattutto negli ultimi tempi: o, forse, vi siete già scordati del piccolo incidente con il sangue della chimera? »
« Non credo che questo possa considerarsi il momento migliore per tergiversare… al di là di ogni possibile considerazione sull’assoluta correttezza delle tue decisioni. » insistette Howe, scuotendo il capo « Come hai giustamente ricordato: abbiamo una missione da compiere… e, per questo, dobbiamo proseguire, dobbiamo avanzare, senza ulteriori esitazioni, senza incertezze di sorta. »
« E se anche lui è arrivato a capirlo… » osservò Be’Wahr, sorridendo sornione.
« Ehy… non rubarmi le battute! » protestò il fratello, non gradendo quell’inversione di ruoli, rimproverandosi di averla permessa là dove avrebbe dovuto essere lui a riservarsi l’opportunità di procedere in tal senso.
« Se tu me le servi tanto generosamente, non puoi poi lamentarti! » ridacchiò l’altro, sinceramente sorpreso e, pur, contento di aver condotto tale azione verbale a termine, con successo, nei confronti del primo, quasi a compenso di una delle pur molteplici occasioni in cui simile pur scherzoso attacco era stato rivolto in suo stesso contrasto.
« Se insisti, posso anche arrivare ad offrirti una coppia di sganassoni che ti facciano passare ogni desiderio in tal senso. »
« Non ne avresti il coraggio… » negò il biondo, scuotendo il capo.
« Ringrazia che ci sia Midda fra noi, così che non ti possa dimostrare quanto in realtà tu non ti stia sbagliando. » replicò lo shar’tiagho, cercando di celare il proprio sincero divertimento in quel battibecco, pur utile a distrarre l’attenzione, ad allentare la tensione e, forse, a concedere alla compagna una possibilità di riflettere nel merito di un qualche piano atto a garantire la loro evasione da una situazione tanto spiacevole.

E, in effetti, dove a sua volta decisa, ovviamente, a non permanere a tempo indeterminato in quella spiacevole e scomoda prigione, nonostante ogni protesta precedente, la Figlia di Marr’Mahew non aveva mancato di approfittare di quel momento di intervallo, di quell’occasione di pausa, per lasciar la sua mente libera di vagare, libera di dedicarsi all’analisi della particolare questione della quale tutti loro si erano ritrovati a essere in trappola. Indubbiamente confidente con tali contesti più di quanto non avrebbero oggettivamente potuto essere i due fratelli, entrambi del resto più giovani ed inesperti rispetto a lei, si poneva in una posizione di innegabile vantaggio nel riuscire a cogliere possibili particolari, ipotetiche sfumature che, ad altri, sarebbero potute sfuggire, non sarebbero state evidenti, e pur tali da poter garantire loro la sopravvivenza, se non addirittura la vittoria nel contesto della riuscita della loro missione.

« Prima che qualcuno possa proporlo… » prese parola, qual completamente indifferente ai discorsi condotti dai due compagni, al battibecco da loro orchestrato nel contempo delle sue prime riflessioni « … questa volta eviterei di ricorrere ad una soluzione incendiaria. Sebbene non vi siano più biblioteche di importanza incommensurabile da poter distruggere, per delle creature capaci di sopravvivere in una terra qual questa, probabilmente, il fuoco non rappresenterebbe una ragione di preoccupazione, un motivo di panico. »
« Fuoco… cattivo. » riassunse Howe, annuendo a quelle parole, seri in tal considerazione al di là del ricorso ad un tono praticamente infantile.
« Ove possibile, eviterei anche il ricorso ad un contrasto diretto, ad uno scontro su campo aperto: la loro superiorità numerica, unita alla difficoltà nell’imporre loro la giusta morte, potrebbe rappresentare per noi un fattore di sicura sconfitta… con quanto ne seguirebbe. » proseguì allora, probabilmente desiderosa, in simili parole, di coinvolgere anche i due compagni in simili discorsi, in tali particolari decisionali, dove, in fondo, anche le loro vite sarebbero state a rischio non diversamente dalla sua.
« Quindi non possiamo scacciarli con il fuoco… e pur non possiamo neanche uscire esternamente per affrontarli a tenzone diretto, su campo aperto. » commentò il Be’Wahr, poco convinto da tali considerazioni « Precludendo la possibilità di allontanarli… e quella di affrontarli… quali alternative ci potrebbero essere? »
« Non dimenticarti l’eventualità di permanere entro questa fessura ancora a lungo. » insistette lo shar’tiagho, desideroso di non lasciare trascurato tale particolare assolutamente rilevante nella loro particolare posizione.
« Beh… direi che la soluzione è quasi più ovvia di quanto non possa altrimenti apparire. » sorrise la mercenaria, con compiacimento in conseguenza del raggiungimento di tale consapevolezza « Non ci resta altro da fare che abbatterli, almeno fino a quando resteranno troppo pochi per poter decidere di insistere in nostra opposizione… »

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