11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

www.seanmacmalcom.org
presenta

www.middaschronicles.com
il Diario - l'Arte
l'Enciclopedia

News & Comunicazioni

Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 9 agosto 2010

941


L'
ultimo ricordo concesso alla mente del buon Be'Sihl nel merito della propria personale situazione, era quello di se stesso bloccato sotto il peso del proprio cavallo, disarmato e privo di ogni possibilità di difesa innanzi al proprio avversario, al predone che, pur risparmiando la sua vita da una morte altrimenti già considerabile certa, gli aveva promesso un futuro estremamente sgradevole, qual solo sarebbe potuto essere quello di una vita in schiavitù. Dopo simile proclama, egli aveva memoria solo di una dolorosa fitta alla base del collo, probabilmente espressione della violenza di un qualche oggetto contundente, forse il pomello di una spada, piombato improvvisamente in sua avversione, a negargli coscienza e lucidità. Coscienza e lucidità che, suo malgrado, gli furono riconosciute nuovamente solo per proiettarlo nel forzato confronto con una pessima situazione, qual inevitabilmente sarebbe dovuta essere considerata quella di un uomo incatenato ai polsi e alle caviglie da solito metallo, e, drammaticamente, abbandonato non solo a tal destino, quanto, piuttosto, così condannato insieme a un'altra dozzina di persone, indistintamente uomini e donne, suo pari chiaramente destinate a rappresentare un'interessante offerta al più vicino mercato degli schiavi, venduti al quale avrebbero fruttato non pochi soldi ai loro carcerieri. Se pur vero, infatti, avrebbe dovuto essere considerata l'assenza di qualsiasi forma di schiavitù all'interno dei confini propri di Shar'Tiagh, medesima considerazione non avrebbe potuto essere ugualmente condivisa con i regni lì confinanti, in particolare con Far’Ghar, sito a occidente e in larga parte vittima della stessa desertificazione già lì sufficientemente imperante.
Per quanto apparentemente simili ai propri vicini orientali e, addirittura, influenzati dai medesimi sotto numerosi aspetti ed elementi culturali, primo fra tutti l'istituzione degli harem, la cultura far’gharia condivideva sostanzialmente ben poco con quella shar'tiagha, a partire, addirittura, dal medesimo ruolo femminile all'interno della società e, in conseguenza, al possibile impiego degli harem. Così, mentre in Shar'Tiagh, l'harem si prefiggeva lo scopo di favorire l'emancipazione femminile, quale espressione di una società estremamente paritaria nel rapporto fra uomini e donne, in Far’Ghar il concetto proprio dell'harem era stato reinterpretato in una chiave praticamente antitetica, opposta, relegando a tali organismi il compito di educare le proprie giovani donne alla sottomissione assoluta verso i propri futuri mariti. Un severo integralismo religioso, quello alla base della politica e della società far’gharia, utile a garantire al pochi il controllo sui molti, che mai avrebbe potuto trovare spazio in Shar'Tiagh e che, tuttavia, era stato persino esportato all'estero, attraverso le rotte commerciali, influenzando numero Paesi da nord a sud, da est a ovest, nell'intero continente di Qahr, sino a raggiungere l'estremo opposto rappresentato dal regno di Y'Shalf. E non solo quell'assurda rilettura dell'istituzione dell'harem era stata così trasmessa tanto in lontananza, ma anche un modello fortemente patriarcale nella società, tanto da garantire all'uomo qualsiasi possibilità, persino quella della poligamia, negando contemporaneamente alla donna qualsiasi diritto, incluso quello a mostrare il proprio volto liberamente in pubblico, e, in ciò, trasformando, in virtù della stessa errata interpretazione degli harem, i comodi e pratici litham, indispensabili per attraversare territori desertici, in oppressivi e illiberali burqa.
Ovviamente, là dove, in Far’Ghar, a qualsiasi donna, fosse essa una principessa o una sguattera, era usualmente negata qualsiasi libertà, qualsiasi possibilità di autodeterminazione, inevitabile e parallela sarebbe allora stata anche la prepotente presenza del concetto di schiavitù, schiavitù che sarebbe potuta essere tale, indistintamente, tanto per nascita, quanto per debiti. Tuttavia, non solo coloro nati già schiavi e cresciuti come tali, al punto da non essere neppure capaci di ipotizzare la propria vita al di fuori da una simile condizione, o coloro divenuti schiavi, in conseguenza della propria incapacità a far fronte a un impegno verso il proprio prossimo o verso lo stesso Stato, affollavano quotidianamente i palchi da fiera dei numerosi mercati degli schiavi, quanto, piuttosto, qualsiasi disgraziato che, capitato nel luogo sbagliato al momento sbagliato, si fosse improvvisamente visto negare il proprio stesso diritto a vivere, condannato in tal modo a uno stato forse anche peggiore della stessa morte ed estremamente prossimo a quello di un zombie, di una negromantica creatura privata persino della possibilità di pensare e legata, a tempo indeterminato, forse eterno, al proprio padrone.
Tutt'altro che piacevole, nella consapevolezza di simili pensieri, di tali riflessioni, fu quindi il risveglio di Be'Sihl e il confronto con la propria nuova realtà, ben lontana da quella sperata, dalla riunificazione tanto ambita con la propria amata, alla quale era giunto tanto prossimo e dalla quale, con incredibile violenza, era stato allora improvvisamente separato.

« Dannazione… » imprecò, subito gemendo in conseguenza di un forte dolore ancora presente all'altezza della congiunzione fra capo e collo, probabilmente scatenato dal suo movimento o, forse, dal tentativo di parola così fatto proprio.
« Ehy… amico… fai piano. » gli sussurrò una voce non lontano da lui, accompagnata, allora, da un paio di mani rapidamente accorse a sostenerlo, più psicologicamente che fisicamente, dal momento in cui, già trovandosi a terra, non avrebbe potuto rischiare di cadere e ricevere danno di sorta « Ti hanno dato una bella batosta e puoi considerarti già fortunato nel poterti lamentare di ciò. »

Magra consolazione, quella così riservatagli, che pur avrebbe dovuto essere considerata effettivamente legittima, concreta, veritiera, dal momento in cui, al di là di ogni timore conseguente all'incontro con i predoni e alla violenta interruzione della propria fuga nella caduta del proprio equino sodale, Be'Sihl non avrebbe potuto ignorare la reale e innegabile benevolenza a sé rivolta dai propri dei nel non averlo privato della vita e, pertanto, nell'avergli concesso ancora la possibilità di raggiungere il proprio iniziale obiettivo, nonostante ogni fattore avverso schieratosi in suo contrasto in tal senso.

« Dove… siamo? » domando sottovoce, non tanto per timore a esprimersi con tono più sostenuto, quanto, piuttosto, per l'impossibilità a farlo, sia per il dolore lancinante imposto dalla botta subita, sia per l'arsura che stava dominando la sua bocca e la sua gola in quel momento, invocanti una qualsivoglia possibilità di idratazione per contrastare tanta aridità.
« In un accampamento, da qualche parte nel deserto. » rispose l'ancor ignoto interlocutore, con tono necessariamente retorico dal momento in cui alcuna differente affermazione sarebbe potuta essere riservata in reazione a tale questione « Riesci a ricordarti cosa è successo? »
« … ci stanno conducendo a Far’Ghar. » definì, fornendo implicitamente, in tali parole, la conferma ricercata dall'altro, nel sottolineare non solo di avere chiara memoria di cosa gli fosse successo, ma anche di avere, suo malgrado, coscienza di qual fato avrebbe caratterizzato tutti loro, lì incatenati.
« Esattamente, amico mio. Esattamente… »

Sforzandosi nel tentare di riuscire a riconoscere maggiori dettagli dell'ambiente attorno a sé, il locandiere di Kriarya, alfine, ebbe successo nell'individuare la presenza di una tenda color della sabbia attorno a loro, all'interno della quale tutti i prigionieri suoi pari erano stati raggruppati, nella condivisibile volontà di offrire loro, non tanto una qualche inconsapevolezza nel merito degli eventi propri di quel campo, delle azioni dei loro rapitori, quanto, piuttosto, riparo dall'altrimenti letale effetto del sole del deserto, che, se non controllato, se non prevenuto, avrebbe potuto condurli tutti troppo rapidamente alla morte e, in ciò, negare qualsiasi occasione di guadagno per i predoni. Ove, infatti, lungo le vie del mare, non rare si sarebbero potute offrire navi stracolme di schiavi, lì gettati simili a bestie, nel merito del destino dei quali, dato l'alto numero, non sarebbe potuto essere particolare interesse da parte dei loro carcerieri, commercianti all'ingrosso di vite umane che alcun concreto danno avrebbero potuto subire in conseguenza della perdita di qualcuno dei disgraziati divenuti oggetto del loro ignobile mestiere, coloro altresì impegnati in tali traffici in misura più modesta, più contenuta, quali, chiaramente, erano anche quei predoni, non avrebbero potuto premettersi eccessivi sprechi di merce, ove, in caso contrario, tanto impegno ad acquisire ognuno di quei prigionieri sarebbe stato allora vanificato.

Nessun commento: