11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 27 agosto 2010

959


L
e prime luci del mattino colsero Be'Sihl madido di sudore, nonostante la notte appena trascorsa, nel gelo caratteristico del deserto qual immediata conseguenza al tramonto del sole, non avrebbe dovuto offrirgli alcuna ragione in tal senso. Tuttavia non per un eccessivo calore, il buon locandiere si ritrovò a recuperare coscienza in tale umida condizione, quanto, piuttosto e peggio, in virtù della dura prova a cui era stato sottoposto, il confronto con il semidivino sposo della propria amata, nel rapportarsi con il quale alcun mortale avrebbe potuto far propria ragione di indifferenza, di cieca apatia, nello sforzarsi di ignorare tutte le ripercussioni che un simile evento avrebbe potuto rappresentare per il proprio stesso futuro.
Se, infatti, alcun reale accordo, alcun concreto patto fosse stato sancito in comune accordo fra lo shar'tiagho e il Figlio di Kah, tale da poter altresì considerare vincolato, se non, addirittura, condannato, il primo nei confronti del secondo, la semplice definizione della volontà di una collaborazione fra i due per il bene comune, e per il bene della donna guerriero comune interesse di entrambi, non avrebbe potuto essere sminuito nel proprio concreto valore, nei termini delle proprie implicazioni. Mai, come in quella notte, l'uomo si era esposto su un abisso oscuro, su un mondo di negromanzia e stregoneria nel merito del quale, nonostante tutto, non avrebbe potuto considerarsi confidente, non avrebbe potuto giudicarsi familiare, qual, altresì, sicuramente avrebbe potuto dirsi la stessa mercenaria dagli occhi di ghiaccio padrona del suo cuore, e, proprio nella consapevolezza di quanto occorso, della propria esposizione a tale realtà, egli non avrebbe mai potuto evitare, umanamente, di provare un giusto timore, una necessaria ritrosia. Qual sciocco, tuttavia, non avrebbe comunque potuto evitare di reputare tale proprio sentimento, simile emozione, soprattutto nel confronto con il proprio intento d'amore nel confronto della stessa Midda, quelle intenzioni da cui ella aveva cercato di dissuaderlo, aveva voluto sconsigliarlo, ma che egli si era comunque intestardito a pretendere quali legittime e estranee, aliene, a qualsiasi possibilità di ritrattazione.
Quasi come se gli dei tutti avessero voluto porlo alla prova, egli si era, così e ora, ritrovato a violento confronto con tutte le responsabilità e i problemi che una qualsivoglia idea di una relazione stabile con la donna pur sinceramente amata e desiderata avrebbero comportato per lui, mostrandogli, dopo i primi sei mesi di meravigliosa intesa con lei, l'elevato prezzo che, inevitabilmente, sarebbe stato a lui richiesto ogni giorno, per il resto della sua vita, se solo non si fosse rassegnato ad accettare l'invito della stessa Figlia di Marr'Mahew ad abbandonarla, a non ricercarla ulteriormente, a proseguire nella propria vita non diversamente da come egli sapeva ella non aveva mancato di fare, in passato, con altri compagni, con altri amanti, quasi su di lei avesse da esser considerata un'oscura maledizione, una condanna alla solitudine e all'infelicità. E da tale confronto, per quanto non ancora sconfitto, non si sarebbe potuto neppur considerare uscito qual vittorioso. Vincitore, dopotutto, avrebbe potuto giudicarsi se solo la sua mente, il suo cuore, il suo animo non si fossero concessi di vacillare innanzi a Desmair, suo avversario, suo nemico, reale e unico responsabile per la morte dei suoi parenti: ma quell'oscenità, quel mostro lontano da ogni ombra di umanità, non solo era riuscito a ridicolizzarlo per tutta la durata del loro incontro, facendolo apparire non dissimile da un bimbo incapace di comprendere persino i propri stessi desideri, le proprie stesse volontà, quanto, peggio, era stato in grado di insinuare in lui il germe del dubbio, negando non con violenza, ma, piuttosto, con incredibile carisma, qualsiasi speranza avrebbe potuto permanere in lui per il proprio futuro, per la propria salvezza dalla spiacevole situazione in cui si era tragicamente ritrovato a essere, in conseguenza di una sventura tanto marcata da apparir addirittura qual grottesca.
Per tal ragione, dove anche alcuna stretta di mano si era proposta fra loro a dimostrare il raggiungimento di un comune accordo, al tempo stesso il silenzio nel quale si era ritrovato a essere ridotto lo stesso Be'Sihl non avrebbe potuto dimostrarsi latore di alcun sentimento di rivolta del medesimo nei confronti del proprio antagonista, volontà di conflitto che, per amor proprio e, ancor più, per amor della propria Midda, tanto insidiata da quella figura mostruosa, mai avrebbe dovuto rinnegare, mai avrebbe dovuto porre a tacere.
Perché si era arreso? Possibile che tanto debole si fosse alfine rivelato, in offesa non solo al sentimento declamato in direzione della propria amata ma, peggio ancora, in offesa anche a se stesso? Possibile che fosse davvero un tal vile?!
Tale, in cuor suo, sperava di essere risultato, sincero nel profondo del proprio animo.
Solo in tal modo, del resto, egli avrebbe potuto riuscire a prendersi giuoco del proprio interlocutore, dal momento in cui, come l'altro non aveva mancato di ribadire in numerose occasioni nel corso del loro confronto, la sua mente si era ritrovata a essere, purtroppo, violata nel proprio intimo, negandogli qualsiasi libertà di pensiero esterna alla possibilità di controllo della stessa controparte.
In quale altro modo, del resto, avrebbe potuto ingannare chi in grado di raggiungere i suoi più personali ricordi, se non quello di convincersi, in tutto e per tutto, di essere realmente un codardo traditore? Di essere sì smidollato, sì pavido, da poter vendere tanto facilmente non solo se stesso, peggio ancora, anche la propria amata?

« Ehy… Be'Sihl… come stai? » lo richiamò la voce di Be’Lehe, colui presentatogli dallo stesso Desmair qual infido infiltrato nel gruppo di prigionieri al solo scopo di cogliere pensieri di ribellione in qualcuno fra loro « Ti sei agitato parecchio questa notte: sembrava quasi che qualcuno ti stesse infilzando con un'enorme spiedo incandescente… »
« Sto bene. » rispose il locandiere, scuotendosi e sollevandosi da terra, nel cercare, in tal mentre, di ritrovare un qualche barlume di dignità, di compostezza, non desiderando certamente rendere alcuno fra i presenti partecipe degli avvenimenti a lui occorsi in quelle ultime ore, eventi di fronte alla cronaca dei quali, quanto meno, sarebbe stato additato qual pazzo « Non ti preoccupare per me. »

All'interno della propria tenda-prigione nulla sembrava essere mutato rispetto alla sera precedente, mostrando ancora tutti i prigionieri ordinatamente e saldamente legati l'uno all'altro in una lunga sequenza di coppie, a creare in maniera naturale un drappello già pronto per marciare attraverso le impalpabili sabbie del deserto, verso occidente, per raggiungere la loro sgradita destinazione e, con essa, il proprio fato di schiavitù perenne.

Quasi come se il traditore avesse intuito l'implicito pensiero proprio nello sguardo del compagno in quella rapida rassegna dell'ambiente a loro circostante, egli non perse occasione per tentare di recuperare il discorso rimasto bruscamente interrotto la sera precedente: « Sono giunte voci di una prossima partenza. Entro sera il campo dovrebbe essere smontato e la prossima notte dovremmo essere trasferiti ad un nuovo accampamento… »
« Evidentemente il numero di prigionieri raggruppati si offre sufficiente per i desideri dei nostri anfitrioni. » commentò Be'Sihl, cercando di non dimostrare alcun particolare astio nel confronto dell'altro, non desiderando svelare né le proprie reali intenzioni di fuga da quella situazione, né, tuttavia, la propria maturata coscienza nel merito del ruolo dell'altro al suo fianco, necessitando di liberarsi in maniera discreta e possibilmente astuta del proprio stesso, ipotetico complice, prima di potersi permettere l'attuazione di qualsiasi strategia volta a garantirgli una ritrovata libertà.
« Ieri sera fra noi è rimasto in sospeso un certo discorso… » suggerì, allora, la controparte, avvicinandosi con fare guardingo a lui e nell'abbassare, ulteriormente, il già lieve tono di voce « Credo sia il caso di concluderlo al più presto, prima che ci possa essere negata ulteriore possibilità di quiete qual quella che ora ci è comunque garantita. »

Incerto, allora, sulle parole migliori con le quali gestire quella situazione, il locandiere restò per un istante quieto, nell'osservare il proprio interlocutore con simulato disorientamento, quasi l'evidente ansia che lo aveva trovato protagonista nella notte appena trascorsa non gli stesse concedendo ancora possibilità di lucido pensiero, tale da ben comprendere il pur velato concetto così richiamato nelle parole del proprio compagno di prigionia.

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