11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 23 agosto 2010

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O
ve, infatti, il sentimento di civiltà ipoteticamente imperante all'interno dei confini shar'tiaghi al pari della maggior parte dei regni di quell'intero continente, o, forse, di tutti i continenti, avrebbe impedito alla massa di accettare l'esistenza in vita di una simile creatura e, ancor più, di sfruttarla in maniera tanto barbara e sanguinaria, allo scopo di liberarsi di chi considerato scomodo, di chi giudicato d'ostacolo per il potente di turno, anche lì, in quelle terre abitate da un popolo autoproclamatosi eletto dagli dei, l'ipocrisia si proponeva elemento indispensabile, maschera sensazionale, al fine di dissimulare la vera natura degli uomini, una natura, dopotutto, mai realmente diversa, mai aliena a prescindere dai diversi contesti culturali, dalle diverse lingue, usi e costumi imperanti in un luogo o in un altro. E così, anche in Shar'Tiagh, vi era chi non si sarebbe fatto troppi scrupoli a gettare il prossimo in pasto a una fiera, o a un mostro qual quello lì proposto, rendendo, in ciò, le grotte nelle quali quella e altre sfingi avevano trovato il proprio ambiente naturale, la propria dimora, ormai da parecchie generazioni, decisamente più affollate di quanto sarebbe stato piacevole supporre, al punto tale da costringere a considerare le due donne lì ora destinate quali, semplicemente, le ultime di una lunga lista di sventurati, tutti vittima di situazioni non dissimili dalla loro.

« Non so perché, ma non riesco a gioire in conseguenza di un simile annuncio. » commentò la mercenaria.

Afferrando saldamente la compagna all'altezza della vita, la Figlia di Marr'Mahew si impegnò allora a sollevarla in tal modo da terra, insieme al proprio stesso corpo, nella comune volontà di contrastare l'ostacolo rappresentato dalle catene con le quali erano state reciprocamente legate e, in ciò, tentare una nuova occasione di evasione, una nuova possibilità di corsa, verso l'uscita della grotta, per non restare inermi di fronte alla violenza della sfinge. Gli effetti del narcotico, prima ancora imperanti sui suoi sensi, apparivano ora per lei quali completamente svaniti, forse in conseguenza del dolore impostole dagli artigli della propria avversaria ancor neppure osservata o, forse, in virtù dell'adrenalina improvvisamente generata dal suo organismo e riversata all'interno del suo sangue per offrirle l'energia utile a superare quella nuova sfida, dimentica di qualsiasi pena, di qualsiasi sofferenza, così come, dopotutto, era solito per lei accadere in qualsiasi battaglia, di fronte a qualsiasi ostacolo mortale.
Per tal ragione, il già lieve peso della propria compagna, risultò per la donna guerriero quasi del tutto impercettibile, concedendole, per un effimero istante, di poter prendere in considerazione persino l'ipotesi di raggiungere, realmente, la salvezza in tal modo: teoria che, purtroppo, fu allora violentemente posta in discussione da un nuovo intervento della sfinge, la quale si dimostrò estremamente contraria e particolarmente contrariata al pensiero che la propria cena potesse ribellarsi in tal modo a un fato già definito.

« Attenta! » tentò di avvertire la giovane, favorita, dalla propria stessa posizione, a poter prestare attenzione alle mosse della loro nemica.

Forse in grazia di tale avviso, forse in conseguenza, ancora una volta, dell'azione preventiva dei propri affinati sensi, la mercenaria riuscì, nuovamente, a trarsi in salvo da quella che sarebbe potuta essere, in caso contrario, una sentenza di morte praticamente certa, scartando lateralmente la mole del mostro improvvisamente balzato verso la sua direzione, evidentemente bramoso di atterrarla e di imporle arresto per mezzo del proprio stesso peso, oltre che, inevitabilmente, della prepotenza dei propri artigli. Tuttavia, per quanto evitato il pericolo maggiormente incombente, entrambe non poterono evitare di pagare a caro prezzo la fortuita benevolenza così ottenuta, nel momento in cui, inciampando nelle proprie stesse catene, eccessivamente bloccanti anche all'altezza delle sue stesse caviglie per consentirle la propria consueta agilità, la donna guerriero si ritrovò a precipitare al suolo, trascinando, ovviamente, anche la propria compagna in tale rovinosa caduta. E fu allora che, per la prima volta, Midda si ritrovò a confronto diretto con una sfinge, riservandosi il necessario stupore nel rilevare quanto, incredibilmente, quella creatura si proponesse effettivamente prossima alle proprie descrizioni, alle statue che già la rappresentavano in tutto il regno, e non quale una vaga, improbabile e grottesca fonte di ispirazione per l'opera di fantasiosi artisti e cantastorie.
In un mondo nel quale un cerbero, ipoteticamente descritto quale un cane a tre teste, si proponeva essere altresì più prossimo a una grossa lucertola, effettivamente presentante tre diverse teste a loro volta ornate da una terrificante chioma di piccoli serpenti bramosi di carne; in una realtà nella quale un ippocampo, cantato quale un elegante intreccio fra un cavallo e un pesce, si dimostrava invero essere un mostro ricoperto di scaglie e dai lunghi denti affilati come lame; difficile per la Figlia di Marr'Mahew, più che confidente con quel genere di creature mitologiche, di mostri generalmente affamati di carne e di carne umana, sarebbe potuto essere immaginare di essere posta realmente a confronto con un leone dalla testa di uomo o di donna, qual, incredibilmente apparve quello a lei ora frontale. Perché, effettivamente, l'essere con il quale ella ebbe a che confrontarsi, mostrò un corpo indubbiamente leonino, ammantato, addirittura, nelle proprie forme da una folta pelliccia dorata, con chiare proporzioni feline, grandi zampe artigliate e una lunga coda impegnata a frustrare l'aria a destra e a sinistra, ma un busto, un collo e un capo quanto più prossimo sarebbe potuto apparire a quello di una giovane donna: piccoli ma sodi seni indubbiamente femminili si imponevano, quasi con maliziosa irriverenza, sull'ampio petto del mostro, emergendo dalla peluria lì assente e proponendo una pelle pallida, più prossima a quella di Midda che a quella di Ras'Jehr, anticipando nelle proprie forme, nella propria delicatezza, un lungo e tornito collo, ancora umano, al termine del quale una testa circondata da una cascata di lunghi e disordinati capelli fulvi completava quel bizzarro quadro, inquietante e, al contempo, quasi affascinante. Il volto della creatura, per un istante, apparve del tutto simile a quello di una donna, ovale nelle proprie proporzioni, lievemente appuntito sul petto, e caratterizzato da grandi labbra carnose, da un naso appena schiacciato e da occhi castani, al cui interno la pupilla si sarebbe presentata del tutto similare a quella di un gatto ancor prima che a quella di un uomo o di una donna, se solo, ovviamente, fosse stata allora pienamente distinta da parte della loro osservatrice, limitata nelle proprie analisi visive dalla predominante oscurità in lei appena contrastata dagli effetti residui della droga. Tale illusione di normalità, così simile a un abbaglio, a un'allucinazione per poter effettivamente essere considerato qual reale, durò comunque ben poco, terminando nel momento stesso in cui essa dischiuse le proprie labbra, spalancando delle fauci abnormi e rivelando, al loro interno, zanne appuntite e affilate, perfette per addentare la carne e strapparla prepotentemente dalle ossa… zanne che, senza alcuna incertezza, senza la benché minima esitazione, ricercarono allora contatto con le gambe delle due donne lì sdraiate innanzi a sé, quasi offerte in volontario sacrificio per appagare la sua fame, la sua bramosia.

« E… no. Mia cara. » esclamò la figlia di Marr'Mahew, afferrando nuovamente la propria compagna e, rapida, gettandosi di lato, per rotolare lontano da quei denti che, senza dubbio, si sarebbero rivelati non più gradevoli degli artigli posti a completamento delle sue zampe « Posso ben comprendere gli spiacevoli effetti derivanti da uno stomaco vuoto che pretende di essere riempito, ma non contare sulla nostra collaborazione in tal senso. » argomentò, con tono volutamente sarcastico, nella necessità di impegnarsi a considerare quella creatura qual una comune avversaria.

Tutt'altro che comune, tuttavia, avrebbe dovuto essere allora giudicato quel mostro, come esso sembrò quasi desideroso di ribadire, di sottolineare, nel momento in cui, similmente sfidato, indispettito da quel continuo impegno evasivo nei suoi confronti, decise di offrire dimostrazione di quanto, oltre al suo aspetto, le cronache diffuse in tutta Shar'Tiagh a suo riguardo avessero da doversi considerare corrette, accurate, precise anche nel merito delle sue capacità, dei suoi particolari poteri, contraendo i muscoli del collo per un istante, quasi un rigurgito la stesse allora inaspettatamente coinvolgendo, e, subito dopo, eruttando dalla propria bocca nuovamente spalancata un improvvisa vampata di ardenti fiamme.

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