11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 12 settembre 2011

1335


« Q
uesto fa decisamente male… » osservò la mercenaria, sussultando e stringendo i denti quasi fosse stata ella stessa vittima di tanta violenza, di quella terribile offensiva, tale da privare chiunque, nel migliore dei casi, d'ogni speranza di respiro, se non, addirittura, della medesima consapevolezza di sé e della semplice, e pur mai scontata, possibilità di contatto con il mondo a sé circostante.

In effetti, malgrado tutte le proprie imprecazioni e tutti i propri continui richiami, Howe non avrebbe potuto negarsi evidenza d'essere oggetto di una qualche chiara e trasparente benevolenza divina, probabilmente del proprio tanto amato Lohr, dal momento in cui, nonostante l'impeto incontenibile dell'attacco ricevuto, egli riuscì a mantenere coscienza tanto del proprio corpo, quanto dell'universo attorno a lui, sebbene, in verità, avrebbe fatto a meno della prima opportunità, nel confronto con il lancinante dolore imposto a tutto il proprio fianco, muscolatura, organi interni e, parzialmente, persino le ossa lì adiacenti, nel punto ove era stato tanto severamente ingiuriato. Ritrovatosi, tuttavia, estemporaneamente e consapevolmente privato della possibilità di respirare in maniera regolare, e, persino, di muoversi, lo shar'tiagho prestò attenzione a non rivelare quanto, da parte propria, la battaglia non avesse da dover essere considerata ancora conclusa, al fine di non invitare in maniera troppo palese, troppo esplicita, il proprio antagonista a finirlo, a terminare quanto meravigliosamente iniziato con quel micidiale affondo: così facendo, egli sperò infatti di potersi concedere qualche ulteriore istante utile a richiamare a sé le proprie forze, a recuperare piena confidenza con ogni proprio singolo membro, e, ancora, magari, a elaborare una qualunque strategia utile a non porsi nuovamente qual destinatario di un simile attacco, innanzi al quale, una seconda volta, difficilmente sarebbe sopravvissuto.
Seppur non inesistente, estremamente breve si impose l'intervallo di requie di cui l'uomo ebbe possibilità di essere protagonista in grazia alla propria scelta, alla propria decisione, dal momento in cui, nel ritenere di aver già avuto successo completo nei suoi riguardi, il guerriero thusser si concesse a propria volta un altrettanto breve parentesi di gloria, raccogliendo gli encomi allora espressi dal pubblico lì raggruppatosi in una serie di colpi imposti da pugni chiusi, o talloni, sulle pietre della piazza, in quella che avrebbe dovuto essere riconosciuta quale l'usanza tipica di tale popolazione per manifestare la propria acclamazione. Volendo essere obiettivi, come Midda si impose di essere, la reazione degli spettatori risultò allora discretamente moderata, se non, addirittura, persino fredda e quasi obbligata nel proprio imporsi, segno evidente di come alcuno, fra i presenti, avrebbe potuto dichiararsi qual soddisfatto di quel particolare risultato, della conclusione sin troppo rapida dello scontro, anche per chi, come i thusser, avrebbe dovuto apprezzare una perdita di tempo tanto ridotta qual quella sembrava essere stata. Comprensibile, in ciò, sarebbe dovuto essere intuito un interesse da parte degli autoctoni di godere al pieno di quel non consueto spettacolo, manifestazione che, forse, non si sarebbe nuovamente ripetuta nelle loro esistenze, e che, nell'interrompere il consueto ritmo quotidiano della Vallata, avrebbe potuto rappresentare un'occasione di chiacchiera per diverso tempo a venire, ragione per la quale necessaria delusione avrebbe solamente potuto coinvolgerli innanzi a una tale disattesa aspettativa.
Al termine di quel, pertanto, non eccessivo inno a riconoscimento del trionfo del proprio rappresentante, molti fra gli spettatori iniziarono a disperdersi, nella consapevolezza dell'urgenza di tornare alle proprie consuete attività senza sprecare ulteriormente il proprio tempo, nel mentre in cui il loro gladiatore, forse soddisfatto, forse indifferente alla presenza o all'assenza di entusiasmo nei propri concittadini, mosse i propri passi in direzione dell'avversario caduto, per raccoglierne le spoglie e condurle a chi di competenza. E fu proprio allora, nel mentre in cui la grossa mano del colosso si abbassava senza particolare entusiasmo per raccoglierlo da terra, che lo shar'tiagho valutò essere giunto il tempo corretto per la propria riscossa, dimostrando quanto troppo superficiale, e prematura, era stata la valutazione espressa nel merito della sua sconfitta.
Con un gesto incredibilmente agile, atletico e perfettamente commisurato in ogni proprio aspetto, in ogni propria singola movenza, il corpo di Howe si tese in quello che, in un primo, fuggevole istante, avrebbe potuto apparire prossimo a uno spasmo, salvo, subito dopo, vederlo sollevare i propri piedi, le proprie gambe e il proprio intero busto da terra facendo leva sull'unico braccio ancora in suo possesso, in un sforzo tanto intenso, quanto breve, utile a sospingerlo a compiere una mezza capriola in avanti, in direzione del medesimo guerriero thusser e, così facendo, approfittando della posizione lievemente china dallo stesso lì assunta, a condurre le proprie gambe a stringersi attorno al suo collo, incrociandosi dietro la sua nuca con le proprie caviglie, per lì ottenere possibilità di presa. Presa, quella da lui in tal modo ricercata, che non tentò di imporsi, vanamente, qual statica, ove eccessivo sarebbe stato lo sforzo a lui richiesto in quella scomoda posizione e, ancor più, sicuramente non sufficientemente solida da impedire all'altro di violarla o, peggio, di contrattaccare; ma che, altresì, si volle dimostrare immediatamente qual dinamica nello sviluppo successivo quale in quello precedente, nel movimento guidato di quello stesso corpo a ricadere all'indietro, nel verso opposto a quello della propria risalita, e, così facendo, nel trascinare seco la mole del proprio antagonista, ancor troppo sorpreso e, soprattutto, sbilanciato, per potersi opporre alla rapidità propria di quell'atto. E così, in maniera tanto repentina da risultare addirittura impercettibile a tutti coloro che lì si erano distratti, ma perfettamente apprezzabile all'attenzione della Figlia di Marr'Mahew, piacevolmente colpita da simile riscossa, l'uomo ebbe modo non solo di palesare la propria ancor non definitiva sconfitta, ma anche di infliggere al colosso thusser un colpo tremendo, nel proiettarlo, sotto l'azione del suo stesso peso, per almeno sei piedi in avanti, lasciandolo ricadere scompostamente, sulla dura pietra preposta al compito di rivestimento stradale, la cui sgradevole solidità era da lui stesso stata già ampliamente disprezzata.

« Ottimo, Howe! » esclamò Midda, lasciandosi dominare da un istante di sincero entusiasmo per quel forse inatteso ritorno in scena, quella ripresa da lei sì sperata e pur, probabilmente, giudicata improbabile nella propria stessa occorrenza.
« Non è gradevole essere gettati per terra, non è vero?! » sentenziò l'uomo, nell'impegnarsi, allora, a recuperare la posizione eretta sufficientemente educato, ormai, alle regole del giuoco da evitare di lì permettersi di permanere troppo a lungo « Non è vero, grandissimo figlio d'una lurida cagna in calore?! » insistette, ancora sordo a qualunque commento della propria compagna e, in quelle parole, indirizzandosi evidentemente alla propria controparte in quella disfida, al guerriero che non avrebbe potuto comprendere nulla di quanto da lui asserito, come la stessa mercenaria gli aveva già spiegato, e verso il quale, ciò nonostante, non avrebbe potuto trattenersi dal prendere voce.

Confuso per quanto occorso, sebbene indubbiamente meno leso e frastornato di quanto era stato lo shar'tiagho in conseguenza della violenza da lui pocanzi impostagli, il colosso dalla pelle bluastra tardò un istante di troppo a risollevarsi da terra, a recuperare a propria volta una posizione verticale, ragione in conseguenza della quale al proprio antagonista venne allora concessa possibilità di restituirgli una buona parte di tutto il dolore riservatogli, nell'accorrere, rapidamente, al punto in cui egli era riverso e, senza esitazione o pietà alcuna, nel ricoprirlo di violenti calci, senza, in effetti, una qualche particolare ricercatezza nei propri movimenti, una qualunque eleganza nei propri gesti, quanto, piuttosto, in un brutale e selvaggio pestaggio frutto di un'istintiva brama di vendetta ancor prima che di una razionale volontà di concludere quello scontro e, con esso, guadagnarsi il premio lì promessogli.
Un errore estremamente grave, quello di cui, nella propria effimera posizione di superiorità, Howe si rese protagonista, che, purtroppo, la sua alleata non fece neppure in tempo a commentare verbalmente, a criticare come già era pronta a compiere e come aveva precedentemente compiuto, anticipata in tal senso dallo stesso thusser guerriero sua designata vittima: proprio quest'ultimo, infatti, si fece carico di indicargli lo sbaglio compiuto, sottolineando in maniera assolutamente chiara, trasparente, quanto sciocco fosse stato per lui sprecare un'occasione tanto proficua, e destinandogli, a ovviare a qualunque possibilità di dubbio, un'immediata dimostrazione pratica di quanto tragica avrebbe potuto essere la punizione per una tal leggerezza, soprattutto in un contesto di guerra quale il loro, nel catapultarlo, nuovamente, in aria, lontano da sé, con un secondo e potente manrovescio, tanto energico da far apparire il precedente qual prossimo a una lieve carezza, a una pacca affettuosa.

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