11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 21 settembre 2011

1344


« N
o… non da quella parte! » cercò, tuttavia, di negare ella, a differenza del sodale riconoscendo in tale luminosità, in simile bagliore, qualcosa di ben diverso da un eventuale sbocco sul mondo esterno, in ciò, probabilmente, aiutata anche dal ricorso a mera logica, a freddo e pur semplice raziocinio nel confronto con la consapevolezza di quant'ancor breve tragitto avrebbe dovuto essere giudicato quello compiuto da entrambi all'interno della parete della montagna, in quello stesso cunicolo « Per Thyres… non da quella parte! » tentò di diffidarlo, purtroppo restando del tutto ignorata da parte sua.
« La luce! Dobbiamo andare verso la luce… » gemette ripetutamente lo shar'tiagho, ancora richiamandola a sé, sì desideroso di ritornare alla concezione della realtà per lui più consueta, da non voler ascoltare alcuna ragione in senso contrario, anche ove proveniente dalla medesima voce che, un istante prima, si era tanto impegnata a spronarlo, a domandargli, se non a comandargli, di proseguire senza tregua alcuna.
« Howe… no! » gridò Midda, in un ultimo, ormai disperato, tentativo di richiamo, rincorrendolo e, in ciò, graffiandosi braccia e cosce contro i bordi spesso affilati delle rocce attorno a sé, incurante del dolore così per sé derivante nella sola, e purtroppo vana, speranza di poter recuperare il distacco creatosi fra loro, bloccandolo prima che potesse essere troppo tardi per lui.

Purtroppo per entrambi, e soprattutto per il suo tanto stolido compare, ella restò proprio malgrado non creduta, quasi tutti gli sforzi sino ad allora compiuti da ambo le parti per colmare ogni distanza psicologica passata, ogni diversità di pensiero troppo spesso tale da poterli porre in sì netta contrapposizione dall'apparire più antagonisti che alleati, salvo, ovviamente, poi agire quali alleati e non antagonisti, fossero stati non semplicemente inutili ma, addirittura, dimenticati e quella donna dagli occhi color ghiaccio fosse tornata a essere considerata, da parte del mercenario, quale la sadica strega che egli stesso sovente, in passato, l'aveva accusata di essere. In verità, da parte di Howe, non tale inimicizia avrebbe dovuto essere riconosciuta a discapito della propria sodale, quanto, piuttosto, semplice e, purtroppo, pericolosa ingenuità.
Una dabbenaggine estremamente prossima all'idiozia, la sua, per la quale la sorte non gli volle concedere alcuna pietà, alcun perdono, nel ricordargli nei termini più drastici quant'egli, come guerriero e avventuriero, non avrebbe mai dovuto permettersi simile comportamento.

« Howe! » urlò la Figlia di Marr'Mahew, nell'assistere a una sua improvvisa scomparsa.

Una sparizione che non avrebbe dovuto essere giudicata conseguenza di un qualche potere oscuro, quanto, piuttosto, dell'inattesa apertura, sotto i suoi piedi, di un dirupo, una terribile ferita aperta nel roccia di quella montagna, o forse vulcano, impossibile esserne certi, al di sopra di un impietoso fiume di lava, probabilmente il medesimo già presente all'interno della Vallata e, in essa, imperante con la propria temibile presenza.

« Thyres! » bestemmiò la donna, senza arrestare la propria corsa verso la sua posizione e, pur, non potendo ovviare a temere il peggio, nel presumere, non a torto, quanto effettivamente appena avvenuto « Stupido figlio d'un cane… perché non mi hai dato retta?! Idiota… imbecille… stupido… stupido… stupido! »

Possibile che, alla fine, Nissa Bontor fosse riuscita a mietere un'altra vittima fra gli affetti, gli amici e gli alleati della propria gemella, l'ennesimo sventurato innocente da lei riconosciuto meritevole di morte in semplice e diretta conseguenza a una qualche più o meno estesa esperienza di vita al fianco di chi tanto odiata, a lasciar solo terra bruciata attorno alla medesima? Possibile che, ogni sforzo compiuto da entrambi in quel viaggio, ogni discussione, ogni chiacchiera, ogni risata fossero lì tanto rapidamente annichiliti, in conseguenza dell'incapacità dell'uno a gestire le proprie emozioni, e dell'altra a comprendere quanto pericoloso, alfine, si sarebbe dimostrato mantenere innanzi a sé l'uomo, a decidere il percorso da intraprendere, piuttosto che trascinarlo alle proprie spalle, sancendo in prima persona quanto sicuro da quanto no, sulla base di un'esperienza e una capacità di autocontrollo indubbiamente superiore a quella del proprio alleato?
E, ancora… con quale cuore, con quale coraggio, ritornando a casa, ella avrebbe dovuto affrontare Be'Wahr, a lei da sempre ancor più fedele e affezionato di quanto non si fosse mai concesso di essere shar'tiagho, e pur, indubbiamente, legato in misura ancor maggiore dalla costanza di un rapporto quotidiano per una vita intera allo stesso Howe, che a lei aveva implicitamente affidato nell'accettare di rinunciare a prendere parte a quel viaggio? Il biondo sarebbe riuscito ad accettare la sua versione dei fatti oppure l'avrebbe, alfine, e comprensibilmente seppur erroneamente, giudicata colpevole, responsabile per quanto accaduto, per quella morte che, sulla sua coscienza, avrebbe comunque gravato fino alla fine dei suoi giorni?

« … Howe… » sussurrò, alfine, ormai in un semplice e impercettibile alito, nell'approssimarsi a quello che riconobbe essere il bordo del precipizio e lì sopraggiunta nell'esitare a sporgersi, non tanto per timore del magma incandescente, da lei affrontato in molteplici occasioni, quanto, piuttosto, del nulla che le si sarebbe offerto allo sguardo, il vuoto che, in quel punto, doveva essere stato lasciato dallo sventurato shar'tiagho.
Ma, sorprendentemente, e per tutta risposta, la voce dell'uomo intervenne in quello stesso momento nello scandire il nome di lei, a sua volta in un leggero gemito quasi a voler replicare il tono di quel flebile richiamo: « … Midda… »
« Howe?! » ripeté ella, sgranando gli occhi e, immediatamente, proiettando il proprio capo a picco sopra il dirupo, a ricercar conferma di quanto udito o, forse, solamente creduto qual tale in conseguenza delle proprie emozioni, del proprio smarrimento psicologico all'idea della sua prematura morte.

Ed egli, effettivamente, si mostrò qual ancora vivo, ancor presente vicino a lei, a soli quattro, forse cinque piedi dalla sua posizione, seppur, drammaticamente, praticamente sulla sua stessa verticale, più in basso rispetto a lei.

« Howe! » esclamò, concedendosi un fuggevole attimo di gioia sì appassionata e sincera per tale scoperta, per simile inatteso, e pur non inattendibile, sviluppo, da avvertire qualche lacrima colmarle gli occhi « Grazie a Thyres sei ancora vivo… » soggiunse, lodando la propria dea prediletta con gratitudine tale da cancellare sicuramente in essa la memoria della precedente, e non propriamente rispettosa, invocazione del suo nome, peccato veniale chiaramente conseguente alla paura occorsa.
« … sì… » confermò l'uomo, a denti stretti, parlando ancora in un filo di voce, quasi avesse timore di poter sprecare preziose energie in caso contrario « … ma non so ancora per quanto, se non ti sbrighi a fare qualcosa per tirarmi fuori di qui… »

Con indubbia prontezza di riflessi utile a rivalutare il suo valore in quanto avventuriero, se pur non a obliare all'imperdonabile errore appena commesso, nel precipitare verso il fiume di lava, fortunatamente ad ancor una sessantina di piedi sotto la sua posizione, ella poté constatare come Howe non avesse rinunciato all'innata volontà caratteristica di tutte le creature mortali volta a preservare la propria esistenza in vita, la propria incolumità. E così, agendo con la forza della disperazione, e venendo sicuramente aiutato da una qualche pregressa e favorevole conformazione della parete, nel ritrovare, sotto il cunicolo naturale appena percorso, una qualche crepa o, comunque, una qualche venatura più debole entro la quale agire, l'uomo era riuscito, in un solo, rapido e deciso gesto, a conficcare la lunga lama della propria spada, quasi fino all'elsa, nella roccia, creandosi sì un sostegno al quale aggrapparsi, nel quale riporre tutte le sempre più evanescenti speranze per un qualche, personale futuro, ma, al contempo, in quello stesso punto e modo, anche e spiacevolmente, condannandosi a un'obbligata indolenza, nell'impossibilità a ogni ulteriore azione, a ogni possibile movimento, ove il suo unico braccio utile, il destro, si stava già dimostrando sufficientemente impegnato a sorreggere l'intero peso del suo corpo.

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