11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

martedì 13 settembre 2011

1336


« S
tupido… stupido, stupido, stupido! » ripeté la Figlia di Marr'Mahew, senza temere di poter apparire inutilmente ripetitiva ove la stolidità del proprio compagno di viaggio, e lì supposto interlocutore, necessario destinatario di quelle stesse parole, non solo avrebbe giustificato quell'insistenza, ma, ancor più, avrebbe garantito un chiaro principio di merito a tal riguardo.

In alcun altro modo, se non ricorrendo a termini decisamente più coloriti e meno gradevoli rispetto a quello così adottato, lo stesso shar'tiagho avrebbe dopotutto giudicare il proprio operato, il proprio comportamento volto non tanto ad assicurargli una rapida e sicura vittoria, quanto, piuttosto, a trovare sfogo per le proprie frustrazioni, in una scelta estremamente poco professionale, per non dire addirittura infantile, per la quale, nell'ipotesi di sopravvivere a tutto quello, non avrebbe potuto facilmente trovare giustificazione, né con la propria alleata, né, tantomeno e ancor prima, con se stesso. Per sua fortuna, o, in effetti, suo malgrado, in quello stesso, preciso momento, Howe non poté far propria alcuna seppur vaga ipotesi di critica a quanto appena accaduto, nel ritrovarsi, addirittura ed estemporaneamente, persino negato a formulare un qualunque pensiero, a rendere propria una qualunque consapevolezza su sé e sull'universo a sé circostante. Perché ove pur, al primo violento manrovescio del proprio avversario, egli era riuscito a mantenere un minimo di coscienza, addirittura utile a pianificare la breve riscossa attraverso la quale avrebbe potuto raggiungere l'agognata conclusione di tutto ciò, in conseguenza di quel nuovo attacco, di quella terribile, e meritata, controffensiva così subita, la sua mente parve rifiutare qualunque ulteriore collaborazione con lui, quasi anch'essa fosse allora offesa, irritata verso di lui, turbata dalla sua palese mancanza d'ascolto nel merito dei consigli più razionali, al punto da ritenere vano insistere ulteriormente in tal direzione, nel porsi al suo servizio ove tanto trasparentemente giudicata superflua nelle proprie responsabilità ai fini conclusivi della questione.
Solo fitte e impenetrabili tenebre, in conseguenza di tutto ciò, si candidarono per offrigli ospitalità, per garantirgli occasione di rifugio e di sostegno in un momento tanto grave, tenebre psicologiche, ancor prima che fisiche, entro le quali estremamente semplice, da parte sua, sarebbe alfine stato abbandonarsi, accettando l'oblio da esse promessogli e, in tale dimenticanza, negandosi qualunque nuova occasione di sofferenza, di patimento, di dolore, solo destino al quale, dopotutto, la parte più cupa e pessimistica del suo ego, lo aveva già irrimediabilmente considerato segnato sin dal momento in cui, risvegliandosi dopo un lungo periodo di sonno malato, aveva scoperto l'amputazione obbligatoriamente addottagli al solo scopo di salvargli la vita. Ma ove anche, allora, semplice, facile, comodo sarebbe stato incamminarsi in simile via, in tale percorso in accogliente discesa, sul quale lasciarsi addirittura scivolare ancor prima che essere costretto effettivamente a compiere un singolo passo, una ben diversa parte del suo stesso io, del suo spirito e del suo cuore, si ribellarono a qualunque ipotesi a tal riguardo, ricordandogli il proprio ruolo di guerriero e, soprattutto, per quanto probabilmente imbarazzante da esser ammesso anche con se stesso, il ricco e sincero sentimento d'affetto da lui vissuto nei riguardi del proprio fratello di vita Be'Wahr, che mai avrebbe potuto sopportare la sua perdita soprattutto ove troppo lontano per potersi concedere qualunque possibilità d'intervento in suo soccorso. Proprio il suo biondo compagno di sempre, se lui fosse lì stato sconfitto, se lui si fosse lasciato lì sopraffare non tanto dal thusser, quanto, e ancor più, dalla propria indolenza a reagire a quello sgradevole fato, non sarebbe probabilmente mai riuscito a perdonarsi per avergli permesso quel viaggio, quell'impresa, soprattutto ove allora necessariamente compiuta in solitario, giungendo alfine a compiere qualche gesto insano a invocare una qualche possibilità di espiazione, quasi fosse stato egli stesso a vibrare il colpo di grazia. Non solo in nome del proprio onore di guerriero, del proprio valore di combattente, lo shar'tiagho avrebbe allora dovuto rifiutare l'occasione tanto generosamente presentatagli per evadere in maniera definitiva a ogni impegno, a qualunque sforzo o fatica, angoscia o pena, ma, anche, e ancor più, in nome del proprio legame emotivo con colui che, sin da bambino, era cresciuto considerando e amando come e più di un fratello di sangue, per la salvezza del quale, sì, avrebbe dato volentieri la vita, e per il bene del quale, lì, non avrebbe dovuto rinunciare a vivere e a lottare.
Sospinto, nella propria nuova e impegnativa ripresa, non più banalmente dalla propria mente e dal proprio corpo, ma, soprattutto, dal proprio cuore e dal proprio spirito immortale, Howe si impose di ritrovare contatto con l'intero Creato attorno a sé, oltre che con il proprio stesso io, con la speranza di non essersi concesso un periodo di alienazione eccessivamente lungo, e tale da aver ormai reso impossibile, per lui, qualunque seppur vaga possibilità di salvezza.

« Lohr… dammi… la forza… » invocò in un rantolo, pregando con tutta la propria più concerta devozione quel dio lontano, forse distratto, forse inesistente, e pur dimostratosi, più di una volta, indubbiamente benevolo verso di lui, al punto tale da permettergli di giungere al pur non banale traguardo di tre decenni di vita, e di vita qual mercenario e avventuriero.

Fu allora che, non senza un fremito di concreto terrore, egli prese coscienza di non essere più a terra, sulla fredda e dura pavimentazione stradale in pietra sul quale era ricaduto, quanto, e meno piacevolmente, sollevato in aria, sorretto orizzontale, in tale postura, da una coppia di mani posate sotto la sua schiena. Fu allora che, non senza uno spasmo di sostanziale ribrezzo, egli maturò consapevolezza di star venendo in tal modo esposto al pubblico lì circostante, simile a un trofeo, alla carcassa di un fiero animale abbattuto dopo una faticosa battuta di caccia, per il quale potersi sentire fiero del risultato ottenuto. E, ancora e infine, fu allora che, non senza un nuovo, rabbioso grido volto a dimostrare quant'egli fosse lontano dal dover essere giudicato già sconfitto, già morto e pronto per essere appeso, imbalsamato, a una parete, magari sopra un caminetto sfrigolante nelle notti più fredde, egli formulò, valutò e immediatamente pose in essere un nuova, e conclusiva strategia d'attacco a discapito del proprio avversario, tattica che lo vide rapidamente rivoltarsi sopra quelle braccia, al fine di trasformare la propria postura da vittima a dominatore, agendo, in tal senso, con tutto il proprio intero corpo e con tutte le proprie ultime energie ancora rimaste in suo possesso.
In ciò, gli spettatori lì circostanti, il pubblico rimasto necessariamente sorpreso dall'ennesimo, e ormai del tutto inatteso, ritorno in scena dello sfidante umano, non ebbe effettivamente occasione di cogliere il movimento dello stesso, ma ebbe altresì chiara visione degli effetti finali derivanti da simile azione, nel ritrovare colui che, un istante prima, stava venendo mantenuto completamente privo di sensi a oltre otto piedi da terra, ora impegnato a serrare con le proprie gambe, le proprie cosce e i propri polpacci, il largo e muscoloso collo del proprio nemico e ipotetico vincitore, nel mentre in cui, lasciatosi ricadere all'indietro, schiena contro schiena con il medesimo, aveva raggiunto con il proprio unico braccio, il destro, occasione di presa attorno alla sua gamba destra, lì ricercando un punto solido al quale offrire riferimento per portare a compimento quel bizzarro tentativo di soffocamento, di strangolamento.

« Muori… maledetto! » ruggì, in un invito prossimo a un ordine, o forse solo a una supplica, rivolta al colosso thusser che, forse, in quel modo sarebbe riuscito a sconfiggere o che, forse e altresì, se lo sarebbe scrollato di dosso al pari del fastidioso insetto che lo aveva considerato sino a quel momento, decretandone, indubbiamente e definitivamente, la definitiva condanna a morte « Muori… muori per tutti gli dei che ti sono cari! » gli comandò, in una sentenza priva di qualunque effettivo senso logico, e pur, in quel frangente, più che giustificabile della propria incoerenza.

E ancor prima uno fra i due contendenti lì tanto strettamente avvinghiati potesse avere modo di comprendere quanto quell'ultimo, disperato tentativo di sopravvivenza, sarebbe stato inaspettatamente e straordinariamente risolutivo per la loro sfida, nell'impossibilità per il pur grosso e vigoroso gladiatore dalla pelle azzurra di liberarsi dalla morsa del proprio indubbiamente più fragile antagonista, allo sguardo color ghiaccio di una singola figura lì presente tale risultato apparve, altresì, piacevolmente scontato nella propria occorrenza, tanto, addirittura, da concederle ragione di sorridere con viva soddisfazione per quanto considerato qual, ormai, già avvenuto, e da ripromettersi di scusarsi con lo shar'tiagho per avergli ripetutamente dato dello stupido solo pochi istanti prima.

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