11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 14 ottobre 2011

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Z
anne lunghe quanto pugnali, e affilate non da meno, fendettero in tutto ciò l'aria in corrispondenza della posizione allora occupata dalla donna, all'altezza del suo collo, attorno al quale avrebbe potuto chiudersi con impeto non dissimile da quello di una tagliola, per amputarne di netto il capo, in una morte violenta e pur, probabilmente, persino giudicabile qual pietosa, dal momento in cui non le avrebbe imposto alcuna sofferenza, alcun genere di patimento, e, forse, neppure reale consapevolezza su quanto così sarebbe potuto avvenire. Malgrado ciò, e fortunatamente per la stessa donna in tal modo estemporaneamente condannata a morte, quelle lame, quali solo avrebbero dovuto essere giudicati tali denti, non riuscirono a raggiungere effettivo contatto con le forme abbronzate di quel meraviglioso e tornito collo, sul quale molti amanti avevano e ancora avrebbero sicuramente amato smarrirsi con i propri baci, dal momento in cui ella non restò lì in immobile, passiva attesa per la propria esecuzione, agendo in grazia di movimenti rapidi almeno quanto quelli della creatura a sé avversa, non solo nel pur importante, fondamentale intento di evadere all'attacco appena rivoltole, quant'anche, nel contempo, per tentare una adeguata risposta, destinata a dimostrare, almeno nei suoi intenti, quanto errata avrebbe dovuto essere riconosciuta la troppo rapida definizione di condannata così attribuitale. Purtroppo per lei, tuttavia, e allora fortunatamente per la propria predatrice, sebbene il suo corpo riuscì effettivamente a rendere propria una velocità sufficiente per ovviare alla morte promessale, scartando lateralmente l'affondo allora destinatole, le lame metalliche dei suoi due pugnali non si dimostrarono adeguati al compito al quale avrebbero dovuto in tutto ciò essere destinati, fallendo miseramente nel tentativo d'offesa a discapito dell'ippocampo e, in particolare, del suo lungo e grosso collo ipoteticamente equino: per quanto ottimamente temprati nella propria foggia, e perfettamente affilati in grazia dell'impegno quotidiano della stessa Tahara per mantenere tali armi in efficienza, i due strumenti di morte che già molte volte erano stati per lei complici straordinari vollero lì rendere palese il limite stesso della propria natura di comune manufatto umano, nel ritrovarsi del tutto inermi nel confronto con la scagliosa superficie del corpo del mostro, lì scivolando, respinti, non diversamente da come sarebbero stati nel confronto con la superficie rocciosa di una montagna o, ancora, con un solido blocco di metallo di qualità eguale o superiore alla loro.
E se, oggettivo, avrebbe dovuto essere allora riconosciuto come tali pugnali, simili armi, fossero state comunque forgiate, seppur abilmente, con tecniche comuni, abituali, diffuse in quegli arcipelaghi così come in tutto il continente, e non con quell'arte tanto rara quanto preziosa propria di pochi fabbri figli del mare in grazia alla quale ottenere una lega superiore a qualunque altra, e caratterizzata da una colorazione azzurrina, atta a richiamare le acque delle infinite distese sotto il controllo di Tarth e Thyres; difficile, nel confronto con l'evidenza dell'incredibile fallimento di quel tentativo, sarebbe stato ipotizzare l'eventualità del successo di qualunque altra arma, a prescindere dalla bravura del proprio Mastro forgiatore. Ragione per la quale, con necessaria prontezza di riflessi, la pirata fu costretta a ritrarsi, per evadere dal contrattacco inevitabile conseguenza del proprio stesso fallimento.

« Sarebbe stato troppo semplice, altrimenti… » commentò ella, prendendo voce verso se stessa, unica reale interlocutrice in quella situazione offertale e per lei sostanzialmente necessaria, dal momento in cui qualunque altra presenza avrebbe potuto dimostrarsi addirittura lesiva, nella distrazione che avrebbe potuto imporre alla sua mente e ai suoi sensi.

Argomentazione indubbiamente retorica, quella propria della donna in tale intimo dialogo, che non avrebbe potuto comunque essere definita qual priva di ragioni, dal momento in cui se fosse stata sufficiente una comune lama per riuscire a ferire o uccidere un ippocampo, e un ippocampo nel pieno della propria maturità, della propria prestanza fisica, della propria forza e aggressività, tale creatura non sarebbe stata considerata né leggendaria né, tanto meno, invincibile, quanto, piuttosto, non dissimile da un qualunque altro abitante dei mari, forse pericoloso, così come sarebbe potuto essere uno squalo, e, ciò nonostante, privo di qualunque merito tale da farla considerare mitologica, frutto di un impegno divino nella propria concezione e creazione. Necessario, tuttavia, avrebbe potuto essere comunque considerato quell'impegno volto a ottenere conferma dell'ovvio, a fornirle dimostrazione dell'effettiva vigoria di tale bestia, anche ove, così facendo, Tahara concesse alla propria avversaria possibilità di nuova replica a suo discapito. Replica che, questa volta, non vide la bestia impegnarsi a sfruttare il movimento del proprio capo e, con esso, i propri affilati denti lì terribilmente evidenziati nelle proprie forme dall'assenza di qualunque lembo di carne a coprirne le radici, l'attaccatura al medesimo cranio, preferendo a tale tattica già dimostratasi fallimentare il ricorso alla propria estremità inferiore, alla propria lunga coda, che intervenne con un movimento ancor rapido e deciso a tentare di spazzare le gambe della donna al fine di scaraventarla a terra e, probabilmente, lì inchiodarla sotto l'azione del proprio peso per poter pasteggiare in tranquillità con le sue carni.
Una reazione tutt'altro che istintiva o priva di raziocinio, quella della creatura, che, sebbene in ciò evidenza della presenza di un pericoloso intelletto alla base dell'operato della medesima, fallì nuovamente nel proprio proposito, ancora non in conseguenza di una propria colpa, un proprio difetto, ma della così nuovamente comprovata rapidità e agilità reciprocamente presente nella pirata, e tale da permetterle, all'approssimarsi di quella nuova minaccia, di evitarla con un balzo improvviso, salto che, addirittura, vide la donna cercare possibilità di evasione non retrocedendo, ma avanzando, e avanzando sopra il grosso corpo della propria stessa predatrice, in una scelta, in verità, non semplice conseguenza di una qualche particolare audacia ai confini della follia, quanto, piuttosto e più concretamente, dell'impossibilità fisica, per lei, a ottenere salvezza in un verso opposto, già posta, sostanzialmente, con le spalle al muro in un ambiente sin troppo ristretto qual quello di quella vasca eletta a estemporanea arena.

« Tarth… » invocò la donna, atterrando sul fronte opposto della bestia e, lì appena sopraggiunta, già attendendosi un nuovo attacco, una terza rapida offensiva, nel riconoscersi comunque troppo generosamente esposta a ogni possibile capriccio dell'ippocampo.

E il mostro, quasi non desiderasse deluderla nelle proprie aspettative, non la lasciò assolutamente insoddisfatta in tal senso, subito ripresentando le proprie abominevoli fauci all'altezza delle reni della donna, in un affondo sì violento al punto tale da poterle non semplicemente spezzare la schiena, colpendola alla colonna vertebrale, ma anche, e addirittura, squarciarle il ventre da parte a parte, trapassandola con non maggiore difficoltà di quella che avrebbe potuto incontrare la calda punta di un coltello sulla superficie di un panetto di burro. Eccessivamente tardiva, purtroppo, si dimostrò la reazione della competitrice umana all'interno di quella disfida, forse in conseguenza di un erroneo calcolo di tempi, forse per colpa di un'ancor non perfettamente recuperato equilibro a seguito del movimento precedente, o forse, e ancora, priva di reale responsabilità nel confronto con un movimento avversario eccessivamente rapido, motivo per il quale, pur riuscendo fortunatamente a preservare salva la propria vita, a non offrirsi in maniera tanto gratuita alla propria candidata carnefice, Tahara le riconobbe sgradevolmente l'opportunità di accarezzarle la morbida e sensuale pelle lì scoperta, incidendone la superficie in maniera non letale, e pur neppure indolore.
Inevitabile fu, pertanto, un gemito, non propriamente un grido di dolore, ma, più probabilmente, una bizzarra e pur giustificabile commistione fra una blasfema imprecazione e un'espressione di doverosa pena, lì scandita da una lingua premuta contro la salda superficie dei denti così come offerta da mascella e mandibola energicamente a confronto, e, in ciò, del tutto incomprensibile nei propri effettivi termini, nel proprio reale significante, per quanto assolutamente intuibile e apprezzabile nell'unico, solo e ovvio significante che in quel momento sarebbe potuto esserle proprio. Una rapida e doverosa parentesi, la sua, non tanto utile a permettere a chiunque di attribuirle la giusta natura umana e mortale, ove eventualmente prima posta in dubbio, quant'anche e soprattutto qual rimprovero da lei rivolto non agli dei, ma a se stessa, per l'imprudente e potenzialmente letale lentezza allora concessasi: lentezza forse neppur realmente considerabile tale, e che pur non avrebbe dovuto nuovamente ripetersi, nella volontà, per lei, di sopravvivere a quella sfida tanto appassionatamente invocata.

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