11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 15 ottobre 2011

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O
bbligata, in tal contesto, risultò quindi la scelta di Tahara volta a non far propria ulteriore ragione di distrazione per i propri sensi, per la propria mente, neppure argomentando in maniera più significativa il suono confuso così proposto. Ove pur, infatti, sino ad allora, un arrogante sarcasmo si era proposto qual sua personale firma, caratteristica e caratterizzante i propri combattimenti, in misura maggiormente dispregiativa dell'ironia abitualmente propria della Figlia di Marr'Mahew a cui ella tanto sembrava rassomigliare anche agli occhi della stessa Nissa, nel ritrovarsi posta a confronto con il calore del proprio viscoso sangue lentamente colante lungo la sua schiena, sino alla stoffa dei pantaloni e, sotto di essa, ai suoi glutei, ella ebbe modo di ritrovare un serio e severo invito al silenzio: laconicità non tanto fine a se stessa, quanto, piuttosto, a permetterle di concentrare tutta la propria attenzione, tutte le proprie energie, allo scopo di spingere le proprie membra oltre ai limiti entro i quali sino a quella spiacevole offensiva subita era proprio malgrado rimasta.
Decisione, quella da lei resa necessariamente propria, in grazia alla quale la sua principale spettatrice e testimone, la monarca di Rogautt, ebbe modo di apprezzare una prima, evidente e pur non banale, diversità rispetto alla propria odiata gemella, non tanto in semplice conseguenza a differenti toni adottati nei propri dialoghi, nel proprio rivolgersi a chi eletto a proprio antagonista, così come le era stato abbondantemente riferito anche a opera dei suoi due fedeli subalterni, collaboratori e, a suo dire, amici, quant'anche e soprattutto per le effettive cagioni di tale impegno. Midda Bontor, per come intimamente conosciuta dalla sorella, era infatti solita impegnarsi in lunghi e provocatori monologhi con i propri avversari, sia nel desiderio di provocarli e innervosirli, ove umani e dotati di concreta possibilità di comprensione nel merito delle sue parole, sia, anche e ancor più, per imporre alla propria stessa coscienza, al proprio intelletto, un impegno volto a considerare umani, mortali e, in ciò, fallibili e vincibili, anche tutti quegli avversari che di umano nulla avrebbero mai potuto dimostrare o che, comunque, difficilmente sarebbero potuti essere giudicati di facile possibilità di sconfitta. Tahara, al contrario, in quello stesso silenzio, dimostrò trasparentemente come, da parte sua, ogni sarcasmo, ogni provocazione, non avrebbe dovuto essere considerata qual dotata di una qualche intrinseca utilità, quanto, e piuttosto, semplicemente rivolta a canzonare la propria controparte e, in ciò, riservare per se un qualche, infantile, piacere. Non una differenza di fondamentale importanza o valore, quella così rilevata fra le due figure all'attenzione di Nissa, non, per lo meno, in misura maggiore di quanto non sarebbero potute essere le differenze di altezza, peso, corporatura, misure, colore di occhi, capelli e pelle, e pur, comunque e inevitabilmente, una differenza, di cui poter forse e persino, essere compiaciuti, nella non celata, non dissimulata, necessità per lei di trovare, in quella donna, non una sostituta equivalente per la sorella perduta, quanto qualcuna migliore rispetto a lei, qualcuna che, per lo meno, non l'avrebbe tradita per qualche stupido capriccio.
In simili riflessioni, forse considerabili prive di umana pietade ove formulate con impassibile quiete nel contempo in cui la protagonista delle medesime avrebbe potuto perdere la vita, venendo uccisa e straziata dal mostro proprio avversario, la regina dei pirati si permise possibilità d'intrattenimento osservando il proseguo di quella letale sfida, di quel conflitto lì sostanzialmente giustificato da un proprio banale desiderio in tal senso, uno stupido capriccio, probabilmente, che qualcuno avrebbe potuto condannare non dissimile da quelli che avevano animato sua sorella Midda in suo contrasto. Ciò nonostante, alcuna distrazione ella si garantì dall'evoluzione dello scontro, dalla rapida successione di nuovi attacchi che i due antagonisti si dedicarono reciprocamente nel comune desiderio di predominazione sulla controparte. Così, con sincero interesse, con evidente curiosità, i suoi inumani occhi color ghiaccio seguirono ogni singolo movimento tanto della pirata quanto dell'ippocampo, senza esprimere palese valutazione di sorta su alcuno dei quali e pur non potendo negarsi un'intima approvazione per ognuno dei gesti nei quali, da quel momento in avanti, Tahara impegnò ogni singolo membro del suo corpo. E la medesima Tahara, quasi volesse dimostrarsi degna di tutto l'interesse rivoltole dalla propria anfitrione, agì effettivamente sempre e solo al limite, se non oltre, delle proprie mortali capacità, facendosi presto dimenticare l'errore per il quale la sua schiena non l'avrebbe comunque tanto rapidamente perdonata.
Dopo essersi sottratta alle fauci della bestia per una troppo lieve distanza rispetto a quanto le sarebbe potuto essere necessario in quel frangente, la donna dalla lunga treccia castana non tardò a doversi impegnare a rotolare al suolo, in un nuovo tentativo volto a garantirle un'utile distanza di sicurezza dal proprio predatore, per sfuggire a un immediata rivalsa dell'ippocampo, il quale, rimasto sì contrariato per l'occasione mancata, non desiderava considerarsi già sconfitto, privo d'ulteriore possibilità d'offesa a suo discapito. Evasione, la sua, in conseguenza alla quale non volle tuttavia apparire quale una semplice preda, una vittima, ove, così facendo, e così proponendosi psicologicamente nel confronto con simile minaccia, presto o tardi avrebbe finito per divenire realmente tale, decidendo di reagire con energia, con vigore, invocando una nuova occasione di affondo delle lame dei propri pugnali nel corpo dell'avversario, ora indirizzandosi non più al collo del medesimo, quanto alla schiena, là dove, all'incirca, avrebbe potuto essere considerato l'inizio della lunga coda della creatura. Purtroppo però, come già in precedenza, anche allora, quella nuova ricerca volta al sangue del mostro apparve totalmente vana e, ancor peggio, priva di speranza di successo, nel ritrovare ancora una volta le lame dei due pugnali essere deviate da quella superficie multicolore, respinte quasi fossero costituite di inerme legno, non diversamente da giuochi per bambini. E ancora, sempre così come già occorso, repentina fu la replica della fiera, e l'ennesima urgenza di fuga dall'azione della stessa per la sua umana e mortale controparte: in particolare, fu quello il turno per la potente coda di ricercare contatto con le carni della donna, in un movimento tanto rapido quanto violento per effetti del quale ella non sarebbe potuta essere semplicemente lesa, ma, addirittura, letteralmente spezzata in due, come fragile canna sotto l'azione di un forte vento.
Salto, giravolta, allungo delle zanne dell'ippocampo verso il ventre della donna. Passo, schivata, montante del pugnale sinistro della pirata verso il mento dell'abominio suo avversario. Fallimento, tentativo di morso a discapito della spalla mancina, capriola, fendente della lama stretta nella destra in contrasto alla parte piatta della coda. E, ancora, prevedibile se non ormai ineluttabile fallimento, colpo da parte della medesima estremità piatta della coda, ricerca di evasione e lieve incespicare, in conseguenza allo spostamento dell'aria così prodotto dalla bestia. Potenzialmente fatale, simile errore obbligatoriamente definibile qual tale sebbene difficilmente di razionale attribuzione alla medesima, fu quello proprio di Tahara in quell'incertezza fisica, che concesse alla sua antagonista occasione per rigirarsi verso di lei e attentare nuovamente alle sue forme con le proprie terribili fauci, in una brama di sangue e di morte che tanta sfida qual quella pur sino a quel momento garantitale dal suo pranzo aveva solamente e necessariamente elevato ai massimi termini.

« Eh, no… questa volta no! » esclamò la pirata, negando non solo con le proprie parole, ma anche con i propri gesti, l'eventualità non solo di una prematura e spiacevole conclusione alle proprie avventure, ma anche un nuovo danno alla propria pelle, dal suo personale punto di vista già sin troppo offesa dall'unico successo ottenuto allora dall'ippocampo.

E se pur, in grazia a un ennesimo balzo, l'agile e piccola Tahara, qual solo avrebbe dovuto essere giudicata in proporzione, riuscì a ovviare agli orridi desideri della creatura mitologica contro la quale aveva deciso di cercare battaglia, difficile sarebbe stato ipotizzare una qualche concreta possibilità di successo per lei in quello specifico frangente, alla luce degli sviluppi di quell'impegnativo combattimento sino a tal momento. Perché se pur con la propria agilità e la propria corporatura sinuosa e snella, ella era faticosamente riuscita a non concedere alla propria gigantesca controparte troppa possibilità d'arbitrio a suo discapito, alcuna fra le sue azioni, fra le sue pur differenziate ipotesi d'offesa aveva lasciato trasparire la benché minima speranza di successo, a punto tale da poter, sgradevolmente, considerare tutto quello qual già definito nei propri esiti, nelle proprie difficilmente confutabili previsioni di risultato ove, impossibilitata a offendere, ella era purtroppo e ampiamente posta in condizione di ricevere offesa, così come già avvenuto.
Ma ove la celebre Midda Bontor era riuscita a predominare in contrasto a un ippocampo, per così come testimoniato dalle parole della regina, imponendo sul medesimo agognata morte, una qualche soluzione al problema avrebbe dovuto ugualmente essere ritenuta esistente, e, in quanto tale, accessibile alle possibilità della pirata. Ragione per la quale, forte di tale consapevolezza, ella non si sarebbe facilmente arresa.

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