11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Dopo la conclusione della 52° avventura di Midda, che ci ha accompagnato negli ultimi due mesi con il titolo L'uomo incacape a morire, inizia oggi la 53° avventura della nostra ex-mercenaria preferita: un'avventura, vi renderete presto conto, molto particolare, e che, nostro malgrado, potrebbe scoprirsi essere qual l'incredibile e disturbante conclusione di un viaggio durato più di dieci anni!
Non aggiungo altro, e vi lascio all'episodio 2700 della serie regolare dal titolo... Il risveglio.

Buona lettura!... e grazie a tutti!

Sean, 16 ottobre 2018

martedì 22 agosto 2017

2285


Se Duva Nebiria, in tutto ciò, avrebbe potuto essere considerata quasi deliziata dalla situazione; su un altro fronte, in una diversa collocazione spaziale all’interno della nave, un’altra figura non avrebbe avuto a potersi riconoscere dispiaciuta da quanto stava accadendo, condividendo, al contrario, in tutto e per tutto il medesimo entusiasmo di colei che aveva scoperto, nelle immensità siderali, essere prossima a una propria gemella spirituale, un’anima affine con la quale, difficilmente, si sarebbe potuta ritrovare in disaccordo, soprattutto su quel particolare genere di questioni.
Sebbene obiettivamente incuriosita dalla tecnologia propria di quella nuova concezione di realtà che da poco più di un anno aveva scoperto, e che aveva immediatamente avuto occasione di apprezzare non appena, per suo merito, le era stato restituito l’arto destro, e le era stato offerto, addirittura, un braccio così potente da trasformarla, di diritto, in un essere sovrumano; dovendo scegliere, quali alternative, fra restare al seguito di Mars e assisterlo nei propri tentativi volti a riavviare le gondole motore o, piuttosto, accorrere al fianco delle proprie amiche per affrontare qualche minaccia di ignota natura, qualche pericolo ancor da comprendere nella propria entità, Midda Bontor non avrebbe avuto esitazione alcuna. Così come, allora, non ne ebbe, a prescindere da quanto pur il proprio ruolo all’interno dell’equipaggio della Kasta Hamina le avrebbe comunque richiesto di fare, nell’abbandonare repentinamente il buon meccanico per precipitarsi in direzione del proprio piccolo reame a bordo di quella nave: l’armeria… l’unica zona entro i limiti della quale avrebbe potuto riconoscersi non meno responsabile, e sovrana, rispetto a quanto non sarebbe potuto essere il medesimo Mars nella sala macchine, il dottor Ce’Shenn all’interno della sua infermeria o, così come Be’Sihl aveva avuto appassionata conferma, Thaare entro i confini della mensa e della cambusa. E benché, in relazione alle ragioni che, in quel frangente, la stavano allor animando, qualcuno avrebbe potuto giudicare probabilmente inopportuno l’incommensurabile entusiasmo con il quale ella ebbe a riabbracciare la propria lama, quell’antica compagna, quella fedele complice, quell’instancabile amante nei confronti della quale, senza imbarazzo, era solita provare un sentimento non meno sincero e vibrante rispetto a quello che destinava al proprio amato shar’tiagho; semplicemente e spudoratamente menzognero sarebbe stato per lei negare il senso di completezza, e quindi di gioia, che solo avrebbe potuto considerare qual conseguenza del ritrovato contatto fisico con la sua arma, con quella spada in compagnia della quale, fosse dipeso da lei, avrebbe persino dormito, così come, del resto, faceva un tempo, e dalla quale, ciò nonostante, si era sforzata di trovare distacco a bordo della Kasta Hamina, a dimostrazione di una solida volontà di rispetto per le regole vigenti a bordo di quella nave così come, del resto, di ogni passato veliero su cui avesse avuto possibilità di porre piede.
Quella spada bastarda, con una lama di ben quattro piedi di estensione, avrebbe avuto a dover essere riconosciuta non soltanto, obiettivamente, qual l’arma bianca più imponente presente all’interno dell’armeria della nave ma anche, e senza eccessivo azzardo, una fra le spade più imponenti rispetto a qualunque altra lama in uso entro i confini di qualunque mondo solito a giudicare se stesso qual tecnologicamente progredito. Anche ove, infatti, le armi bianche non avrebbero avuto a dover essere considerate qual vestigia di un passato ormai dimenticato in favore dell’esplorazione spaziale e, soprattutto, di alternative più distruttive, quali armi da fuoco laser o al plasma, nell’essere, al contrario, ancora più che quotidianamente impiegate a ovviare ai rischi derivanti dall’impiego di tali alternative in contesti quali quelli propri dell’interno di una nave spaziale, nonché nell’essere, comunque, riconosciute indubbiamente più efficaci ed efficienti negli scontri a distanza ravvicinata; armi come spade bastarde a una mano e mezza o, peggio, spadoni a due mani, avrebbero avuto a dover essere riconosciute effettivamente scomparse, dimenticate, fosse anche, e semplicemente, per questioni di ingombro e maneggevolezza, tali da rendere preferibile spade dalle dimensioni più contenute, daghe o, addirittura, pugnali. Ragioni, quelle in potenziale opposizione alla propria lama, che mai avrebbero potuto tuttavia trovare il pur minimo interesse all’interno della mente della mercenaria, della sua abitualmente fredda razionalità, che pur, in tal contesto, non avrebbe mai potuto, per alcuna ragione, supporre di prendere in considerazione l’idea di tradire quella propria vecchia amica, compagna di troppe avventure, di troppe battaglie, e a lei legata da un valore affettivo troppo elevato, in favore di una qualsivoglia alternativa, per quanto di più agevole trasporto. Non che, per lei, la propria spada avesse mai rappresentato, invero, una qualche ragione d’ingombro, fosse mai stata associata, neppur fugacemente, all’idea di un peso superfluo.

« Rientriamo in azione… mia cara. » si premurò di avvisarla, nel mentre in cui, con gesti rapidi, agganciava al proprio busto e ai propri fianchi un’imbracatura di sostegno, utile non soltanto per offrire supporto al fodero della propria spada, ma anche ad altri eventuali, possibili accessori, non avendo ragione di disdegnare, accanto alla sua prediletta, l’impiego di qualche novità tecnologica… o, quantomeno, di ciò che per lei non avrebbe potuto mancare di apparire qual una novità tecnologica, fosse anche, per tutti gli altri, qualcosa di noto da decenni se non da secoli.

In quella particolare occasione, al proprio equipaggiamento, ella non si scordò di abbinare alcuni presenti per le proprie compagne, per meglio trasportare i quali valutò opportuno ricorrere a un borsone, all’interno del quale si sbrigò ad accatastare, in maniera sufficientemente ordinata, quanto ritenne idoneo alla sfida che si sarebbero ritrovate ad affrontare, anche partendo dal presupposto, non banale, di non conoscere effettivamente dettagli nel merito di quanto avrebbe loro atteso. E nel mentre in cui il borsone si ritrovò a essere, via via, sempre più completo nelle armi da lei scelte, il capo della sicurezza della Kasta Hamina ebbe anche sufficiente rispetto per il proprio ruolo, per il proprio incarico, per le proprie responsabilità, da rammentarsi, particolare per lei ancor non necessariamente retorico, di prendere contatto con il capitano, ancora una volta ricorrendo all’ausilio dell’interfono.

« Capitan Rolamo. Qui Midda, dall’armeria… » prese parola dopo aver premuto il tasto per aprire la conversazione, subito ritornando al proprio primario impegno nel non voler rischiare di sprecare un istante in più rispetto al necessario, laddove il tempo riservatole per arrivare al luogo dell’incontro non avrebbe avuto a dover essere giudicato illimitato.
« Qui Lange. Parla pure… » esordì la voce dell’uomo, invitandola a proseguire.
« Sono appena stata contattata da Duva e Lys’sh, dal container sei. » spiegò la mercenaria, non dovendosi sforzare, invero, neppure di dover riassumere la questione, dal momento che, quanto a lei noto sino a quel momento, avrebbe avuto già a dover essere considerato un riassunto della faccenda « C’è un qualche problema, ancor non meglio definito, per il quale hanno richiesto il mio supporto. Mi sto accingendo a dirigermi ai container, trasportando con me adeguato equipaggiamento: consiglio, dopo il mio passaggio, di sigillare l’intera sezione di coda per precauzione… »
« Ritieni possa servire supporto…? » domandò il capitano, benché, qualcosa, nel suo tono, trasmise un certo senso di retorica, nell’evidente precognizione di quanto, ella, sicuramente non avrebbe tardato a replicare, da lui già più che perfettamente inquadrata, complice, sicuramente, un carattere sostanzialmente similare a quello della propria ex-moglie.
« Io sono il supporto. » replicò la Figlia di Marr’Mahew, chiudendo il borsone e sollevandolo, senza percezione di affaticamento alcuno, con l’ausilio del proprio destro, in grazia al quale avrebbe potuto trasportare un peso di almeno dieci volte superiore a quello « Una volta raggiunte Duva e Lys’sh, cercherò di comprendere la situazione e farò rapporto. Fino ad allora, limitatevi a sigillare la sezione di coda e a presidiarne il passaggio. »
« D’accordo. » sospirò l’uomo, accettando, evidentemente non senza una certa disapprovazione, quel piano, in assenza di alternative migliori da proporre « Mi tenga informato, Bontor! » concluse poi, passando a un tono più formale, nel quale, forse, suggerire un qualche rimprovero preventivo o, forse, celare una certa preoccupazione al confronto con quanto stava accadendo a bordo della propria nave, purtroppo al di fuori di ogni propria possibilità di controllo.

(episodio precedentemente pubblicato il 27 gennaio 2015 alle ore 7:20)

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