11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

domenica 11 marzo 2018

2482


Ragioni, le sue, che non la stavano vedendo lì impegnata in una qualche missione di soccorso in favore di quella perduta civiltà, o in una mera esplorazione di quel mondo, alla riscoperta della sua storia ancestrale, quanto, e soltanto, nell’intento di individuare, lì sotto, da qualche parte, quella che, nelle leggende, nel mito, nei racconti tramandati addirittura di pianeta in pianeta, di sistema in sistema, avrebbe avuto a doversi considerare una straordinaria arma, e un’arma in grado di annichilire interi pianeti, estinguere intere stelle… un’arma che, non improbabile a pensarsi, avrebbe probabilmente avuto a dover essere riconosciuta qual la principale, se non la sola, responsabile per quanto lì accaduto, per la desertificazione lì imposta e la prematura fine di una civiltà sì straordinaria dal dimostrarsi in grado di realizzare tutto quello, da dimostrarsi in grado di celare, nelle viscere del proprio pianeta, il seme utile al proprio futuro, lasciandolo lì celato, sotto la superficie, in attesa del momento giusto per rinverdire quel mondo, e tornare a volgere il proprio sguardo al presente e all’avvenire anche nel momento in cui alcun avvenire avrebbe avuto a poterli allor contraddistinguere.
Fugace, il pensiero ebbe a tornare agli squali della sabbia che aveva incontrato sulla superficie, a seguito del proprio scontro con i galletti: possibile che proprio quegli squali avessero a doversi considerare in qualche modo connessi a quanto lì accaduto e, ancora, alla supposta arma che lì era venuta a cercare? Difficile a esserne certi, ciò non di meno, ella non avrebbe neppur avuto a potersi ritenere Altrettando sicura di simile ipotesi giacché, per quanto sicuramente temibili avrebbero avuto a doversi giudicare simili creature, difficile sarebbe stato associare alle medesime la capacità di spegnere, addirittura, delle stelle. E benché, per propria diretta esperienza, ella fosse ben consapevole di quanto, sovente, leggende e miti avrebbero avuto a doversi considerare contraddistinti da una certa propensione all’esagerazione, qualcosa, nella disparità così esistente fra quanto ella aveva avuto occasione di osservare, nell’opera degli squali, e quanto, in teoria, avrebbe avuto a dover cercare, non avrebbe avuto particolari ragioni per sostenere quella tesi, né, tantomeno, per renderla accreditabile.
Sopra a ogni altro dubbio, sopra a ogni altra domanda, egoisticamente, poi, una questione non avrebbe potuto ovviare ad animarla, ponendo tutto il resto in secondo piano…

« E ora…? »

Giunta, qual si poneva essere in quell’enorme, tecnologica scialuppa di salvataggio, circondata da quei sarcofagi lì non presenti a preservare la memoria di un caro estinto, quanto e piuttosto a ovviare all’estinzione del medesimo caro, ella non avrebbe potuto negarsi il dubbio su quale direzione intraprendere, quale nuova mossa avrebbe avuto a dover compiere, nell’incertezza tanto nel merito dell’effettivo significato della chiave di Mesoolan, quanto e persino dell’esistenza di quella famigerata arma, o, quantomeno, della sua esistenza in quel luogo che, obiettivamente, avrebbe avuto a doversi considerare fondamentalmente antitetico a qualunque concetto di arma, laddove, per preservare le vite lì custodite, la cosa più stolida da compiere sarebbe stato lì porre una qualche arma di sorta, e, soprattutto, un’arma così temibile qual quella che stava allor ricercando, in grazia alla quale troppo semplice, quasi banale, sarebbe stato vanificare tutto l’impegno esattamente posto in direzione contraria.
Forse, se soltanto ella fosse stata in grado di comprendere i caratteri presenti innanzi a lei, tanto sugli schermi, quanto e ancor più sulle tastiere, avrebbe potuto anche riservarsi una qualche possibilità utile ad agire, e ad agire alla ricerca di nuove informazioni di dettaglio. Ma in quel modo, in quella situazione, improbabile sarebbe stato per lei sperare in qualche supporto da parte di quel punto di controllo.
Tuttavia, prima ancora che la frustrazione potesse iniziare a crescere nel cuore e nella mente della donna, qualcosa, innanzi al suo sguardo, ebbe ad attirare la sua attenzione, e ad attirarla in direzione dello schermo principale, uno schermo sul quale, la grafica presente, era tornata a mostrare la sagoma di uno dei sarcofagi e, accanto a esso, una serie di valori in rapida crescita lungo una sorta di grafico. Valori che ella non era in grado di comprendere nel proprio effettivo significato, e che pur, in maniera intuitiva, ebbero a porla in allarme e a porla in allarme nell’ipotesi che, in qualche modo, in qualche maniera, ella potesse aver attivato un qualche genere di meccanismo volto al risveglio degli occupanti di quelle camere di stasi, riportandoli, in tal maniera, alla vita. Un ritorno alla vita che, pur non desiderando ella apparire eccessivamente paranoica, non avrebbe avuto a dover essere percepito qual nulla di positivo nel confronto con il suo pregresso personale… non laddove, quantomeno, proprio in tal senso avrebbe avuto a dover essere riconosciuto il proseguo di quello sgradevole parallelismo nel confronto con la propria esperienza passata e, in particolare, la propria esperienza passata in quel del recupero della corona della regina Anmel. Una reminiscenza che, nel corso di quella nuova avventura, l’aveva accompagnata sin dal primo momento e che, allora, altro non sembrava che destinata a spingere quel parallelismo a compimento nel peggiore degli esiti possibili, con il risveglio di un’altra, terrificante minaccia per il Creato tutto.

“Fermati…”

Una voce nella sua mente. Non era la prima volta che Midda Bontor provava una simile esperienza. In effetti, tale avrebbe avuto a doversi considerare l’unico metodo di comunicazione che mai aveva avuto nel proprio rapporto con la fenice, con la Portatrice di Luce, quel principio primordiale dell’universo e di tutte le cose che, oltre dieci anni prima, era entrato a far parte della sua vita e che, in più occasioni, negli anni successivi, era stata da lei rincontrata, in un cammino comune che l’aveva condotta a comprendere più dettagli tanto su simile creatura, quanto e ancor maggiormente su colei che aveva involontariamente liberato, Anmel Mal Toise, l’Oscura Mietitrice, a sua volta principio primordiale dell’universo, ovviamente alla prima opposto e complementare. E se pur, alla fine, quella sorta di silenziosa voce non aveva potuto ovviare a diventare per lei familiare, al punto tale da non imporle più ragione di sorpresa per un simile metodo di dialogo, quanto, in quel preciso momento, ebbe a riecheggiare nella sua mente, non avrebbe avuto a dover essere posta in alcun paragone con la fenice o con quanto, mai, ella aveva potuto sperimentare in passato.
Difficile sarebbe stato a definirsi nel dettaglio, non trattandosi, obiettivamente di una vera e propria voce e, in ciò, non avendo un tono nel senso più consueto del termine utile a contraddistinguerla: ciò non di meno, nelle emozioni che, accanto a quella trasmissione telepatica, le vennero imposte, ella non poté che avvertire qualcosa di estraneo, qualcosa di diverso, qualcosa di sconosciuto… e, sotto un certo aspetto, persino di violento, nell’imporsi in lei, fra i suoi pensieri, con una forza che mai aveva contraddistinto, anzi, la delicata carezza propria della fenice.

« Chi diamine sei…?! » ringhiò ella, non apprezzando in alcuna maniera quell’intrusione mentale e, in ciò, reagendo di conseguenza, nell’estrarre la propria lama dal fodero e nel prepararsi ad affrontare qualunque minaccia le si fosse parata innanzi, forse non potendo avere speranza alcuna nel confronto con quel possibile, nuovo, antagonista, e, ciò non di meno, non desiderando neppure arrendersi senza aver prima lottato sino allo stremo delle forze e anche oltre ancora.
“Non sono un tuo nemico. Nessuno di noi desidera essere tuo nemico.” tentò di rassicurarla la voce nella sua testa, in verità senza particolare successo “Non c’è alcun bisogno che ti armi. Non ti sarà imposto alcun male…”
« Scusa se non riesco a fidarmi di chi proietta la sua voce direttamente nella mia mente, senza aver il coraggio di mostrarsi innanzi a me, dopo avermi accolto con una sequenza potenzialmente infinita di trappole letali disseminate lungo tutta la strada sino a qui. » replicò la donna, scuotendo leggermente il capo « Chi accidenti sei…? Dove sei? E perché parli al plurale…?! »

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