11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 24 marzo 2018

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Simile a una bestia furiosa, ancor prima che a un dio, il Progenitore ebbe a continuare a dimostrare tutta la propria rabbia, tutta la propria collera, volgendo le proprie grida verso l’alto dei cieli, in un’evidente insofferenza nel confronto di quell’offensiva, di quell’attacco che non si sarebbe potuto ancor considerare in grado di arrestare, o nel confronto con il quale non avrebbe ancor potuto reagire. Per un fugace attimo dimentico della donna e del suo compare, il mostro luminescente ebbe a rivolgere soltanto la propria attenzione verso quel bombardamento, verso quei devastanti attacchi, concedendo, in ciò, involontariamente possibilità agli altri due di riservarsi una qualche opportunità di fuga. Opportunità di fuga che, tuttavia, essi non avrebbero avuto a dover essere riconosciuti qual in grado di cogliere… non, almeno, nell’immediato.

« Questa carretta non vuole saperne di partire… » replicò la voce del galletto, nell’orecchio della mercenaria, lasciando seguire a quella constatazione una lunga e variegata serie di improperi molti dei quali, addirittura, il traduttore automatico della medesima non fu allor in grado di riadattare in alcun termine per lei comprensibile, benché il senso ultimo di tale sfogo non avrebbe avuto a poter essere in alcun modo frainteso, non avrebbe potuto essere in alcuna maniera equivocato, al di là di qualunque divario linguistico.

I boati non cessarono nella loro sequenza e, anzi, ebbero a incrementarsi, a crescere quasi esponenzialmente, segno evidente di quanto entrambi i capitani sopra le loro teste dovevano aver comunque ben compreso il messaggio da loro trasmesso e l’importanza, allora, di ricorrere a tutte le proprie risorse, a tutta la propria potenza di fuoco per cercare di distruggere quel pianeta nella propria realtà più profonda, nelle proprie viscere più remote, per estirpare la minaccia che, là sotto, da secoli non aveva cessato di annidarsi per minacciare il futuro dell’intero Creato. E, per quanto, in quella loro attuale posizione, Midda, Jol e il Progenitore avrebbero avuto a doversi considerare sufficientemente distanti da ogni statua per non essere direttamente coinvolti da quel bombardamento, all’orizzonte, a ogni orizzonte, molte nuvole di fuoco stavano già iniziando a levarsi in rapido avvicinamento, a comprova di quanto dalla donna guerriero e dal suo compagno già saputo e temuto, nonché di quanto, di lì a un minuto o due, li avrebbe inceneriti, destinando anche loro alla medesima distruzione che avevano richiesto, supplicato e, a tratti, persino ordinato, per quel mondo e per tutti i suoi abitanti.
Tutt’altro che bramosa di invocare la propria ultima ora e di ascendere al giudizio dei propri dei; nonché consapevole di essere ormai priva di praticamente ogni possibile risorsa offensiva avrebbe potuto vantare, nell’esserle stata negata la propria spada e nell’esserle stato negato persino il proprio braccio destro; la donna guerriero, alla vista di quel destino di morte così disteso tutto attorno a loro, in ogni direzione, non mancò di reagire e di reagire nell’approfittare dell’estemporanea distrazione del Progenitore per cercare di riguadagnare a sua volta l’abitacolo del caccia, e lì, quantomeno, di riservarsi una sempre più effimera, sempre più evanescente speranza di salvezza, nell’eventualità in cui Jol fosse riuscito, alfine, a far riprendere quel mezzo e a portarli via di lì entro qualche manciata di secondi. E se, pur, nelle sue vene e in tutte le sue membra, semplicemente straordinaria avrebbe avuto a doversi considerare la quantità di adrenalina presente, ad animarla, a sostenerla in quella situazione estranea a ogni umano limite; la stanchezza accumulata, le sfide che già aveva dovuto affrontare, nonché l’essersi, alfine, ritrovata privata persino del supporto della propria protesi meccanica, non avrebbero potuto definirsi in alcun modo d’aiuto per lei, rendendo quella che avrebbe avuto a doversi considerare allora forse la parte più banale di quella lunga giornata, qual una nuova, vera e propria impresa, innanzi alla quale aver a rischiare di non farcela…
… non nel considerare la posizione totalmente impropria del caccia e, in conseguenza a essa, la difficoltà obiettiva, per chiunque, ad accedere all’abitacolo.
… non nel riconoscere l’impedimento oggettivo proprio del doversi muovere in sola grazia ai propri piedi e alla propria mancina, trascinando seco il peso di un braccio artificiale che, allora, avrebbe avuto a doversi considerare soltanto un impedimento…
… non nel confronto con le continue scosse conseguenti all’incessante bombardamento che, sotto ai suoi piedi, non avrebbero potuto mancare a rendere l’effetto proprio di un terremoto, e di un devastante terremoto, nel confronto con il quale già mantenersi in posizione eretta non avrebbe avuto a doversi giudicare un’ovvietà, una mera banalità.
… non, ancora, nel non poter avere possibilità alcuna di difendersi da una nuova aggressione da parte del proprio antagonista, del Progenitore, il quale, evidentemente non dimentico di lei, per quanto fugacemente da lei distrattosi per comprensibile effetto di quanto attorno a loro aveva iniziato ad avvenire, non mancò di tentare nuovamente di aggredirla, e, questa volta, di imporle ineluttabile condanna, nel dirigersi come un lampo verso di lei, al fine, questa volta, di pretendere la vita di colei alla quale era stata offerta occasione di essere per loro un araldo, e che pur a tale occasione aveva superficialmente rinunciato nell’impossibilità a comprendere il senso di tanto onore, dell’incommensurabile valore di quella prospettiva assolutamente unica e irripetibile. E laddove, ella, non soltanto aveva rifiutato la loro offerta, ma anche, e ancor più, aveva scelto di schierarsi in maniera tanto apertamente avversa a loro discapito, al punto tale da rendere evidente il suo legame con quanto, lì, stava quindi accadendo; quella creatura, quel dio di luce, non avrebbe in alcun modo potuto concederle alcuna grazia, alcun perdono, null’altro bramando al di fuori della sua morte, fosse questo stato il suo ultimo gesto, il suo ultimo atto.
E se, in un solo battito di ciglia, egli non avrebbe mancato di esserle sopra, e di ucciderla sul colpo, nella di lei ormai evidente impossibilità a qualunque genere di difesa, gli eventi propri di quel fugace attimo di tempo, di quella frazione infinitesimale di eternità, ebbero a definire un ben diverso fato per la donna guerriero, per una volta tanto vedendole salva la vita non in grazia al proprio valore, al proprio coraggio, alla propria forza, quanto, e piuttosto, per una mera, fortunata, benevolenza della sorte, e della sorte che, proprio in quel funereo preambolo di morte, la volle vide graziata in un’inattesa, benedetta accensione di quei motori, dei motori del caccia, imponendole, con essi, una improvvisa, repentina spinta verso l’alto dei cieli a fronte della quale, là dove ella avrebbe avuto a doversi offrire al proprio antagonista, nulla rimase se non la sua ombra, una mera memoria della sua presenza in quel punto.

« … Th… » tentò di imprecare la Figlia di Marr’Mahew, sentendosi mancare il fiato dal corpo, non per un’effettiva carenza di ossigeno, assicuratole comunque dalla propria maschera, quanto e piuttosto per diretto effetto dell’accelerazione impostale.

Improprio, comunque, sarebbe stato allora negare alla donna dagli occhi color ghiaccio e dai capelli color del fuoco il merito della propria stessa sopravvivenza, riversando tutto il medesimo unicamente sull’improvvisa attivazione di quei motori e, con essi, sulla rapida presa di quota del caccia: ove, infatti, ella fosse stata passiva innanzi a tutto ciò, ove ella non avesse avuto effettivo ruolo nel definire la propria salvezza, probabilmente ella sarebbe lì morta sul colpo, e morta, se non per effetto dell’offensiva del Progenitore, quantomeno proprio in conseguenza a quel repentino movimenti del caccia, a quell’accelerazione improvvisa innanzi alla quale, riuscire a mantenersi precariamente aggrappata alle forme di quel veicolo in sola grazia ai propri nudi piedi e alla semplice mancina, non avrebbe avuto a doversi minimizzare nel proprio valore… anzi.
E se tutto, in quel particolare momento, era avvenuto in maniera praticamente subitanea, permettendo loro di allontanarsi tanto dalla minaccia del mostro di luce, quanto e ancor più da quella delle nubi di fuoco che, di lì a breve, avrebbero spazzato via ogni cosa; tale era occorso, in effetti, non tanto per esplicita volontà di Jol, quanto e piuttosto per un nuovo, imprevisto malfunzionamento nel caccia e, in particolare, nel suo sistema di navigazione, a confronto con il quale, con non ulteriore eccessiva evidenza di benevolenza nei confronti della stessa Ucciditrice di Dei, il suo domani avrebbe avuto a doversi ancor riconoscere sufficientemente dubbioso, un’incognita direttamente conseguente alla sua capacità, allora, di riconquistare, malgrado quanto stesse accadendo, l’abitacolo del caccia, prima che, in quell’ascesa, ella si potesse ritrovare ad ardere come una meteora, per effetto dell’attrito impostole dall’aria stessa.

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