11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

sabato 31 marzo 2018

2502


In quella quieta notte, Midda Bontor ebbe a riaprire quietamente gli occhi, osservandosi per un istante attorno prima di porsi a sedere sul letto, nell’intento di alzarsi da lì per andare a svuotare la vescica giunta a un livello di saturazione spiacevolmente tale da renderle necessario quel risveglio e, con esso, una breve passeggiata a raggiungere il bagno comune della Kasta Hamina.
Osservandosi attorno, ella ebbe a verificare tanto la presenza del suo amato Be’Sihl, addormentato al proprio fianco, quanto, sul fronte opposto della piccola cabina, quelle di Tagae e Liagu, a loro volta affidati all’abbraccio di qualunque dio del sonno avrebbe potuto essere identificato a dominare in quell’angolo di universo e, in quel quieto quadro familiare, ella ebbe a rasserenarsi, nella gioia di qualcosa che mai aveva potuto sperimentare, e mai avrebbe potuto sperare di poter vivere, e che pur, in quel momento, in quel frangente, le stava lì venendo offerto, in un raro, forse unico momento di reale pace nella propria esistenza. A bordo di quella nave stellare, circondata dalla famiglia per lei offerta da quell’eterogeneo, e mirabile, equipaggio, con al fianco l’uomo che per oltre quindici anni l’aveva pazientemente attesa, e che, ormai, da oltre sette anni le era vicino, fra le gioie e i dolori, fra la vita e la morte, nel bene e nel male, e allietata, in quegli ultimi mesi, dall’imprevedibile, inimmaginabile, e pur concreto dopo offerto da quella coppia di bambini, e di bambini che ella aveva accettato di accogliere come figli, e che, a loro volta, avevano accettato di accoglierla come madre; Midda Namile Bontor, nel proprio mondo d’origine conosciuta anche con molti più temibili appellativi, quali la Figlia di Marr’Mahew, in riferimento a una dea della guerra, o la Campionessa di Kriarya, in riferimento alla propria città d’adozione della quale era stata eletta protettrice, o, ancora, l’Ucciditrice di Dei, in riferimento alla morte di un dio minore della quale ella si era resa protagonista, stava forse iniziando a comprendere, ad apprezzare, quanto, a offrire un senso alla propria esistenza, non avrebbero avuto a dover essere solamente considerate tutte quelle incredibili sfide, quegli straordinari combattimenti, quelle incredibili avventure nelle quali, con ostinazione e impegno, ella non aveva mai mancato di cacciarsi, ma anche, e più semplicemente, qualcosa di meno rischioso, qualcosa di più sereno ma non, per questo, meno valevole d’attenzione o di merito: una famiglia. Quella famiglia... la sua famiglia.
Lasciando, così, con discrezione assoluta, silenzio imperturbabile, il proprio letto per alzarsi e, leggera come l’aria, muoversi verso la porta della cabina, ella ebbe a coprire le proprie nudità con una leggera vestaglia di seta color amaranto, prima di uscire nel corridoio esterno, dal quale, in pochi passi, sarebbe giunta sino al bagno. Ma fu proprio nel volgere lo sguardo sull’esterno della cabina che, improvvisamente, qualcosa ebbe a presentarsi in maniera indubbiamente sorprendente, per quanto, da una parte della sua mente, accolto quasi con quieta passività, senza rilevare, in ciò, una qualche reale ragione d’allarme: innanzi al suo sguardo, al di fuori del freddo metallo proprio della cabina e, più in generale, di tutta la Kasta Hamina, quanto ebbe a offrirsi, a presentarsi alla sua attenzione, fu sì un corridoio, e pur un corridoio diverso, con pavimenti e soffitti di legno, e mura di legno e di pietra, in forme ben note, in proporzioni assolutamente non estranee, per quanto, pur, allora non riconducibili in alcun modo alla Kasta Hamina, quanto e piuttosto a un altro luogo, a un’altra realtà e, in particolare, alla realtà  propria de "Alla Signora della Vita", la locanda della quale ella stessa e il suo amato Be’Sihl avrebbero avuto a doversi considerare comproprietari… la locanda che, tuttavia, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual allor presente a una distanza sì incommensurabile da qualunque loro rotta da rendere impossibile, per lei, essere giunta realmente lì, a meno di non voler prendere in esame un qualche coinvolgimento da parte della fenice.

« … ma… cos…?! » sussurrò in un filo di voce, scuotendo appena il capo a tentare di liberarsi, in ciò, da qualunque torpore residuo, nella certezza, nella consapevolezza di dover aver preso un abbaglio, di doversi essere in qualche maniera confusa, e confusa tremendamente nel mistificare le forme proprie della nave con quelle di quella sua lontana dimora, forse ancor disorientata dal sonno e, magari, dal residuo di un qualche sogno le dinamiche del quale, pur, non si poneva in grado di ricordare.

Osservandosi per un istante alle spalle, nel timore di non ritrovare più Be’Sihl o i bambini, ella ebbe a concedersi occasione di sollievo nel constatare come tutti e tre fossero ancora lì quietamente addormentati, inconsapevoli non soltanto del suo allontanamento ma, ancor più, di quello che, per lei, avrebbe avuto allora a doversi considerare chiaramente un abbaglio, e un abbaglio di proporzioni a dir poco epiche. Un abbaglio che, in quanto necessariamente tale, non ebbe comunque a perdurare, giacché, non appena ella tornò a volgere la propria attenzione al corridoio, quanto ebbe ad accoglierla, quanto si concesse al suo sguardo, altro non fu che, ancora una volta, il corridoio della Kasta Hamina, con le sue ormai ben note forme e proporzioni, e la sua leggera e soffusa illuminazione notturna a concedere, in caso di necessità, come nel suo caso, di potersi muovere, e di potersi muovere anche in quella che, comunque, avrebbe avuto a doversi riconoscere qual notte per una mera convenzione: niente locanda, niente pavimento o soffitto di legno, niente pareti di legno e pietra, in uno spettacolo che, del resto, avrebbe avuto a doversi considerare semplicemente e squisitamente improponibile.
Minimizzando l’accaduto, nel non poter fare a meno di giudicarlo, di banalizzarlo qual un semplice momento di défaillance mentale conseguente alla propria indubbia sonnolenza, la donna guerriero non ebbe a volersi preoccupare di quanto aveva creduto d’aver visto, limitandosi a percorrere silenziosamente il corridoio sino al bagno, là dove assolvere alle proprie esigenze fisiologiche. Non aveva controllato l’ora, e, in questo, non avrebbe potuto avere certezza alcuna a tal riguardo, ma, nell’oscurità ancor imperante all’interno della nave si sarebbe potuto giudicare sufficientemente confidente con l’idea di quanto, in quel momento, tutto il resto dell’equipaggio fosse ancora quietamente addormentato, al pari di Be’Sihl o dei pargoli.
Per colei la quale aveva trascorso la maggior parte della propria esistenza combattendo contro ogni qual genere di avversario, ogni qual genere di creatura, uomo o bestia che fosse, mortale o immortale che avesse a doversi riconoscere, e che, la quasi totalità delle notti della propria vita, per tale ragione, non aveva potuto godere di quel sereno riposo proprio della maggior parte delle persone; la quiete propria di quella notte artificiale a bordo della Kasta Hamina, nel corso della quale tutto sembrava essere quasi sospeso al di fuori della realtà, lontano da ogni pericolo, protetto da ogni minaccia, come in un sogno dal quale non potersi attendere alcun genere di danno, non avrebbe potuto ovviare a risultare al pari di un dono inatteso, persino insperato, quanto di più prossimo a qualunque idea di beatitudine che mai avrebbe potuto dirsi in grado di concepire. In ciò, quindi, ella non avrebbe potuto ovviare, in cuor suo, ad amare tutto quello, non avrebbe potuto ovviare a crogiolarsi gioiosamente in quella pace, in quel silenzio, per quanto paradossale, tanto apprezzamento, avrebbe avuto a doversi considerare proprio da parte di chi, apparentemente, insofferente a qualunque ipotesi di quieta quotidianità: ma, forse, proprio il suo particolare stile di vita, forse quella sua tendenza, da sempre esistente, a cercare la sfida e il pericolo, a danzare allegramente con la morte, avrebbe avuto a doversi cogliere qual la più importante chiave di lettura per meglio apprezzare la vita, anche nei suoi momenti più semplici, anche in quei frangenti, simili a quello, nel quale nessun altro avrebbe avuto ragione di emozionarsi, di provare piacere suo pari.
Ma simile pace, tale serenità, non avrebbe avuto a doversi considerare duratura. Perché, nel momento stesso in cui ella ebbe a fare ritorno alla propria stanza, ancora una volta le forme del mondo a lei circostante sembrarono mutare, sembrarono annebbiarsi e confondersi come in un sogno incoerente, mutando e riassumendo, ancora una volta, quelle proprie de "Alla Signora della Vita". E se, per un attimo, ella cercò di ignorare tutto ciò, nell’assurdità da tutto quello rappresentata, la sua indifferenza, tanta noncuranza, non poté ovviare a essere messa a dura prova nel momento in cui, da una delle stanze con le porte di legno lungo il corridoio della locanda, ebbe allora a comparire un volto… e un volto decisamente noto, benché, al contempo, terribilmente estraneo.

« … Midda?! »

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