11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

lunedì 26 marzo 2018

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… oppure no?!
Con un contraccolpo improvviso, che quasi avrebbe potuto spezzarle l’osso del collo, ella vide la propria caduta verso le fiamme essere improvvisamente, e imprevedibilmente, arrestata nel proprio progresso, nella propria traiettoria discendente, da qualcosa: qualcosa di incredibilmente solido, che, improvvisamente, ebbe a cingerle i fianchi, il busto intero, non diversamente da una mano gigante, o, forse e piuttosto, un artiglio gigante, nel quale ebbe allora a ritrovarsi intrappolata e, ancora una volta, trascinata verso l’alto dei cieli, anziché lasciata precipitare verso il luminoso abisso di fuoco che, sotto di lei, l’avrebbe altresì attesa. Un artiglio gigante che, nel momento in cui ella ebbe possibilità di maturare consapevolezza di quanto stesse accadendo e, in ciò, di rivolgere la propria attenzione proprio in tal direzione, ebbe a scoprirsi essere di metallo, e, in effetti, non un artiglio, quanto e piuttosto una benna, una benna a due valve incernierate in grazia alla quale, allora, la sua devastante caduta era stata improvvisamente arginata e trasformata, piuttosto, in una risalita, e in una risalita verso la salvezza, e la salvezza lì necessariamente rappresentata dal medesimo caccia con il quale, disastrosamente, aveva perso contatto a seguito di quell’ultima, disperata aggressione.

« Midda… stai bene?! » ebbe a domandare, con apparente, sincera preoccupazione la voce di Jol, trasmessa direttamente nel suo orecchio.

Riuscendo ad ampliare, ancora, la propria consapevolezza sul mondo a sé circostante, Midda fu allora in grado di mettere a fuoco quanto, in quel frangente, la benna che l’aveva improvvisamente catturata e in grazia alla quale stava venendo trascinata verso l’alto, altro non avrebbe avuto a doversi riconoscere se non un’estensione della medesima navetta alla quale, in ciò, la stava riportando, a esso collegata da un lungo cavo di metallo che, allora, stava venendo lentamente riavvolto, benché, nel movimento del veicolo stesso, ella stava apparendo lì trascinata con maggiore violenza di quanto, altresì, non avrebbe altrimenti avuto a poter accusare. Qualunque cosa fosse quella che, in quel momento, la stava circondando, e la stava riconducendo, forse non in maniera propriamente delicata, sino al caccia, certamente avrebbe avuto a doversi riconoscere qual la principale responsabile per la propria sopravvivenza e, in ciò, in maniera indiretta, non avrebbe potuto ovviare a rendere parimenti responsabile di questo anche il medesimo galletto la morte del quale ella era stata estremamente prossima a causare in più di un’occasione prima della loro estemporanea pacificazione…

« Diciamo che considero “star bene” qualcosa di diverso rispetto a questo… » rispose, decisamente indolenzita da quell’ultimo contraccolpo, il quale, per lei, era stato una vera e propria scommessa, nell’eguale probabilità di sopravvivere in grazia al medesimo o di essere da esso condannata a una fine altrettanto ingloriosa, altrettanto ingenerosa rispetto a quella che, pocanzi, stava venendo promessa.
« Scusami… ma quando mi sono reso conto dell’esistenza di un sistema meccanico di recupero, ho azzardato un tentativo senza avere la possibilità di avvisarti. » tentò di giustificarsi il suo salvatore, al quale, obiettivamente, in quel momento ella non avrebbe potuto muovere alcuna recriminazione, alcuna accusa.
« Lo avessimo scoperto prima, sarebbe stato meglio… » ironizzò la donna, provando a scuotere appena il capo e, ciò non di meno, avvertendo un certo dolore alla base del collo, probabilmente in conseguenza all’improvvisa e brusca frenata imposta alla sua caduta « … lo avessimo scoperto dopo, sarebbe stato peggio. » gli concesse, con una smorfia di dolore che, fortunatamente, non sarebbe stata trasmessa insieme all’audio di quella sua affermazione.

E se, attorno a loro, i bombardamenti non si stavano ancora arrestando, malgrado, ormai, non avrebbero potuto probabilmente continuare ancora a lungo, sotto di loro l’intera superficie del pianeta visibile dalla loro altitudine, dalla loro quota sempre maggiore, appariva già qual un’unica, terrificante distesa di fuoco, quasi, allora, quell’intero mondo fosse improvvisamente stato tradotto in una stella, in un effetto sicuramente non duraturo e che, pur, in quel frangente, di certo non avrebbe potuto garantire la sopravvivenza di nulla sulla propria superficie, o sotto di essa…
… o, per lo meno, questa avrebbe avuto a dover essere la loro speranza.
Provando, malgrado la complessità della propria attuale situazione, e il rischio in essa ancor presente, a tentare imporsi uno stato di quiete, di tranquillità, la Figlia di Marr’Mahew volle in ciò offrire la possibilità ai Progenitori di raggiungere, nuovamente, la sua mente, non tanto nel desiderio di comunicare con essi, o di offrire ai medesimi l’ennesima possibilità di ucciderla, quanto e piuttosto nella necessità di assicurarsi della loro effettiva dipartita, nell’efficacia di quella loro sicuramente non sofisticata tattica di contrasto e, ciò non di meno, speranzosamente valida. Ma più ella ebbe lì a tentare di abbassare la guardia, più il suo subconscio e il suo inconscio si opposero a ciò, spingendola a ricordarsi ciò a cui ella aveva assistito nel momento in cui i Progenitori avevano voluto orgogliosamente presentarsi e illustrarle la propria natura, la propria origine, la propria storia e, soprattutto, la propria concezione del Creato, qualcosa volto unicamente a soddisfare le proprie smanie di dominio, le proprie più autocratiche fantasie, ergendosi, sopra di esso, quali grottesche divinità.
Possibile che, ciò a cui ella aveva assistito, fosse vero? Possibile che l’intero universo, nella propria straordinaria varietà di specie e razze, di culture e civiltà, altro non fosse che il prodotto della loro ricerca di un qualche svago? Possibile che, realmente, i Progenitori avessero a doversi riconoscere qual i soli responsabili per l’intera Creazione, facendo di essi, obiettivamente, quegli stessi dei che ella, da sempre aveva venerato e, ai quali, talvolta, si era opposta?
Certo: né Desmair, né tantomeno suo padre Kah, il dio minore da lei ucciso in grazia al sangue del figlio di Marr’Mahew, dea della guerra, avrebbero avuto a doversi in qualsivoglia maniera avuto a dover riconoscere in qualche connessione, in qualche collegamento, con i Progenitori. Ma, nel suo mondo lontano, in quella terra così distante da tutti i pianeti, da tutti i sistemi nei quali ella, ora, si stava muovendo, ben diversa avrebbe avuto a doversi considerare la concezione stessa da parte dei suoi abitanti nei confronti del Creato e della sua incredibile complessità, e già in più occasioni ella non aveva potuto ovviare a domandarsi se tutte le creature che, nel corso della propria vita, aveva affrontato e vinto, se tutti quei mostri con i quali si era confrontata nella ferma consapevolezza che null’altro avrebbe potuto essere ricercato da essi se non sangue e morte, altro non avessero a doversi invece considerare degli esponenti di altre specie, specie non umane come molte, ormai, aveva imparato a conoscere, persino ad apprezzare talvolta, lì ridotte al ruolo di orridi mostri per una semplice impossibilità comunicativa, per una mancata comprensione reciproca. Possibile, quindi, che, in fondo, tutta la magia del proprio mondo altro non avesse a doversi considerare che una forma di scienza così evoluta da non poter essere compresa e, in ciò, tradotta in mera magia? E possibile, ancora, che tutti gli dei da lei da sempre venerati, o sfidati, altro non avessero a doversi riconoscere quali le stesse creature che, in quel momento, speranzosamente stavano bruciando e morendo sotto di lei?!
No. Non avrebbe potuto essere possibile. Perché per quanto, ella, nel confronto con quella nuova e più amplia concezione della realtà, altro non avrebbe avuto a dover essere riconosciuta se non una barbara ignorante, una donna guerriero capace di ragionare solo con la propria spada, e di comunicare attraverso la violenza; certamente quelle creature sì fallibili, sì speranzosamente mortali e, ormai, morte, non avrebbero avuto in alcuna maniera a poter essere considerate pari a degli dei. E, per quanto persino Kah fosse stato soltanto un dio minore, anch’egli, nella propria brutalità nella propria devastante violenza, sarebbe stato allor in grado di vincere con semplicità, con ovvietà, nel confronto dei Progenitori.
Non quali divinità, quei mostri avrebbero avuto a dover essere ricordati… ma soltanto quali dei semplici esaltati, atti a considerarsi migliori degli altri per un semplice diritto di nascita.

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