11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

martedì 13 marzo 2018

2484


« Oh… sì. » annuì ella, ancora sconvolta per quanto vissuto, per tutto quello che, in nome della propria sempre cara paranoia, non avrebbe potuto accettare qual verità assoluta e che, ciò non di meno, non avrebbe potuto ignorare nel proprio valore, nei propri contenuti, anche ove tali fossero stati chiaramente faziosi, necessariamente di parte, e pur, ciò non di meno, non privi di un qualche fondo di verità, fosse anche, e soltanto, nell’implicito avviso nel merito del potere da tali creature incarnato « Lo capisco perfettamente… » commentò, confermando tale propria comprensione e, con essa, la motivata decisione che, nel profondo del proprio cuore, già la stava animando e nel nome della quale, immediatamente, avrebbe agito, non potendosi allor perdonare un solo e ulteriore istante di esitazione.

Prima che quella voce potesse avere nuova opportunità di presentarsi alla sua attenzione, all’interno della sua stessa mente; prima che qualche nuova aggressione psichica potesse sconvolgerla, bloccandola in un nuovo flusso di coscienza simile a quello che le era stato così prepotentemente imposto; e probabilmente prima che ai Progenitori, o a chi per essi, potesse essere concessa l’opportunità di intuire il violento e brutale intento di proseguo da parte sua, nel proprio operato; ella ebbe a roteare rapidamente sul proprio stesso asse, impugnando a due mani la propria arma bastarda per imporle maggiore energia, maggiore forza possibile, nello stringere nel pugno destro l’apposita sezione riservata a tale scopo al di sopra della guardia, prima di lasciarla piombare, in un terrificante fendente, sulla postazione di controllo di fronte a lei, in un gesto brutale, e forse inutile, e che pur non ebbe a volersi privare dell’occasione di compiere, di portare a segno, e di portare a segno nella speranza, in tal maniera, di poter in qualche maniera arginare il progresso di quanto, allora, stava accadendo, e di quanto allora avrebbe ancor potuto avvenire, nel risveglio di quelle creature, di quei mostri assetati di potere.
Un violento fendente, quello che la sua lama cristallina ebbe a compiere in un perfetto movimento verticale, che non mancò di segnare profondamente quella superficie, aprendo nella medesima un profondo squarcio, pur senza apparentemente intaccare l’integrità strutturale di quella spada, di quella lama, il valore della quale, del resto, aveva già avuto occasione di comprovare nel corso degli scontri precedenti. E se pur, quel primo colpo, non si dimostrò in grado di distruggere la postazione, pur facendo saltare diversi schermi secondari e distorcendo sgradevolmente l’immagine sullo schermo principale; un secondo e un terzo violento colpo non ebbero a negarsi possibilità lì di agire, e di agire al fine di spegnere completamente quell’interfaccia.

« … e capisco perfettamente che l’universo non necessità di dittatoriali e dispotici autocrati convinti di potersi elevare al rango di dei e, in ciò, di poter giocare impunemente con il destino di interi mondi, intere civiltà, per il proprio puro e semplice diletto, convinti di aver diritto a farlo soltanto perché in grado di farlo. » definì, ad alta voce, con tono fermo e deciso, nell’esprimere la propria condanna nel confronto di quegli esseri.

Creature, coloro alle quali in tutto ciò si stava rivolgendo e, soprattutto, opponendo, che, nel confronto con lei, con la sua idea di autodeterminazione e la sua continua ricerca di libertà nella definizione del proprio presente e del proprio avvenire, non avrebbero potuto che incarnare, dal suo punto di vista, esattamente tutto ciò che avrebbe ma potuto aver ragione di odiare, di combattere. E di odiare e di combattere, in verità, persino con maggiore trasporto, con maggiore motivazione personale di quanto neppure la stessa regina Anmel Mal Toise avrebbe mai potuto vedersi attribuire, nell’aver questa a dover essere riconosciuta qual l’espressione di un principio universale di distruzione e morte e, ciò non di meno, nel non essersi mai riservata velleità paragonabili a quelle delle quali, altresì, i Progenitori si erano voluti far vanto innanzi alla sua mente, innanzi ai suoi stessi pensieri, nel mostrarle quanto da essi compiuto in passato.
Forse, quel risveglio, sarebbe comunque avvenuto. O forse era stata lei, involontariamente, a innescarlo, nel momento stesso in cui aveva varcato le soglie di quel sotterraneo. Impossibile a dirsi, impossibile a comprendersi, così come, forse, molte, troppe questioni, attorno a quella storia, sarebbero rimaste irrisolte: quanto, ciò di non di meno, ella avrebbe avuto sol bisogno di conoscere, di sapere, nel confronto con tutto quello, altro non sarebbe stato che, semplicemente, che mai avrebbe potuto perdonarsi, mai avrebbe saputo discolparsi, nel momento in cui si fosse permessa di restituire libertà a quelle creature, di permettere loro di ritrovare contatto con l’universo e, in esso, riprendere a spadroneggiare così come, almeno dal loro punto di vista, almeno nelle immagini che loro stessi avevano voluto condividere con lei, avevano mai fatto in passato.

“… a rabbia offusca la tua mente. E ci impedisce di ragg…”

Solo questo frammento ebbe a emergere fra i suoi pensieri. Un frammento offuscato di una frase non sua, di un pensiero non suo, e che pur, quasi in un dono divino, in una gentile concessione di Thyres e degli dei tutti, ebbe a essere da lei accolto, ebbe a essere da lei inteso, offrendole, involontariamente, l’unica chiave di lettura utile di quegli eventi, l’unica informazione utile che mai avrebbe potuto esserle necessaria in quel momento, in quel frangente.
La rabbia, la rabbia che, a confronto con l’oscenità rappresentata dai Progenitori, era rapidamente cresciuta in lei, alimentando nuove scariche di adrenalina e restituendole ogni energia spesa, ogni forza creduta ormai perduta, quella rabbia alla quale, abitualmente, ella si sforzava di non cedere, non volendo lasciarsi guidare da istinti animali ma da un fiero controllo del proprio raziocinio, nella consapevolezza di quanto soltanto in grazia a ciò avrebbe potuto vincere le proprie battaglie più aspre, più impari, in quel momento, in quel frangente, non avrebbe potuto ovviare a esserle d’aiuto, a esserle di supporto, e a esserlo nel confronto con quel tentativo di intrusione mentale, quell’aggressione psichica alla quale i Progenitori la stavano sottoponendo, negando loro una mente con la quale potersi relazionare, e offrendo loro solo pure e semplici emozioni, primordiali ruggiti ferini con i quali alcuna voce, alcun tentativo di dialogo avrebbe mai avuto la benché minima possibilità di successo.
Ma se pur, innanzi ai suoi occhi, giaceva un quadro di comando ormai a pezzi, inutilizzabile e persino irriconoscibile nelle proprie forme, la semplice evidenza di quell’ultimo tentativo di contatto con lei altro non avrebbe potuto che giustificare l’evidenza dell’ancor esistenza in vita dei Progenitori e di quanto, in quel mentre, in quello stesso momento, essi stessero riprendendosi dal loro sonno secolare, millenario forse, animati dall’intento di ritornare alla vita, e di riprendersi quanto, un tempo, promosso qual proprio diritto.
Malgrado la rabbia, e quella rabbia che ella, in grazia alla consapevolezza concessale, non cercò in alcun modo di placare quanto, e piuttosto, di alimentare maggiormente, a protezione, a scudo psichico contro quegli antagonisti, la Figlia di Marr’Mahew non poté ovviare al pensiero della loro schiacciante superiorità numerica, nel valutare l’incredibile numero di bare lì attorno presenti e l’ancor più incredibile numero di eguali stanze sparse sotto l’intera superficie del pianeta. E, a confronto con tale pensiero, e con l’evidente futilità del gesto nel quale ella si era pur appena spesa, la donna guerriero non poté ovviare a comprendere qual necessaria una ritirata, la scelta di un rapido ripiegare volto, in quel caso, in quello specifico frangente, non ad abbandonare il campo di battaglia, quanto e piuttosto a trasferirlo altrove.
Perché se, da sola, non avrebbe potuto vantare alcuna speranza di successo, se soltanto il tempo le fosse stato complice, se soltanto ella avrebbe avuto fortuna, uscita di lì, ritrovato contatto con la superficie e con il proprio complice remoto, le sarebbe stata concesse l’opportunità di riprendere contatto anche con la Jaco Milade e con il suo capitano, in maniera utile a permetterle di chiedere di intervenire, e di intervenire di violenza, di prepotenza, nel confronto con quell’intero pianeta, bombardandolo con tutto quanto in proprio possesso per distruggerlo, e distruggerlo prima del completo risveglio dei Progenitori.

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