11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

mercoledì 24 dicembre 2008

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L
a difesa offerta dall’avversaria non vide Heska demordere dai propri intenti: ella, conservando il controllo già dimostrato in quei primi gesti, non insistette laddove ebbe conferma di una presente risposta da parte di Midda, laddove condurre ulteriori attacchi non avrebbe portato ad alcun risultato utile, e pertanto si disimpegnò con rapidità e freddezza, cercando di riguadagnare lo spazio alle proprie spalle, per quanto limitato. A simile azioni, venne pertanto concesso spazio alla stessa Figlia di Marr’Mahew: quest’ultima, per nulla intimorita, per quanto lievemente stupita, dagli attacchi condotti contro di sé, decise di riproporre rapida la medesima offesa in risposta, spinta dallo stesso desiderio di reciproco confronto con la controparte, di calibrazione dei propri sensi, delle proprie azioni, con il livello che avrebbe ritrovato nella compagna.
Una nuova serie di colpi sgualembri fu pertanto posta in essere ora dalla mercenaria, dimostrando in essi sicuramente meno forza, meno energia di quella che avrebbe potuto offrire senza lo stesso impegno trent’anni prima, ma dando altrettanta prova di quanto negli ultimi tre decenni gli allenamenti quotidiani a cui si era sottoposta, non avendo del resto alternative o distrazioni di sorta in quella specie di limbo ove era stata scaraventata, non fossero stati inutili, fini a se stessi. Superata la soglia dei sessant’anni, nel confronto con la situazione media della sua epoca, del suo periodo, Midda avrebbe dovuto proporsi decisamente meno tonica, meno scattante: al contrario, per quanto la giovinezza di un tempo l’avesse evidentemente abbandonata, ed in un confronto con se stessa di trent’anni prima avrebbe sicuramente e velocemente perduto, ella si concedeva ancora abbastanza forte e decisa da riuscire a dar vita con il proprio corpo alle richieste della propria mente, dimostrando di non aver perduto lo spirito guerriero che da sempre l’aveva caratterizzata, l’aveva accompagnata, rendendola il mito che poi, suo malgrado, era diventata.
Heska, ritrovandosi così sotto l’attacco offerto dalla sorella, levò rapida la propria lama, spostandola di volta in volta sul fianco destro e sinistro ad offrirsi quale barriera per le offese nemiche: i suoi movimenti, non da meno rispetto a quelli della controparte, si proposero controllati ed efficaci, bloccando ad ogni nuova occasione le possibilità che la mercenaria cercava di ritagliarsi nei suoi confronti.

« Devo riconoscere che ti sei allenata… » ammise Midda, lasciando scemare il proprio attacco e disimpegnandosi rapidamente da lei, ponendo ancora spazio fra loro a conclusione di quel primo scambio di convenevoli.
« E non hai visto ancora nulla. » sorrise l’altra, scuotendo il capo.
« Forse ho peccato a giudicare vano questo incontro… ma non imitare il mio stesso errore, il mio difetto: non sottovalutarmi, Heska. » la rimproverò la mercenaria, roteando la lama attorno al proprio corpo nell’allontanarsi dalla controparte.
« Non temere. Ho imparato da te a lasciar che siano i fatti a definire il valore di una persona e non le sue parole… » replicò l’ex-fabbro di Konyso’M.

Cambiando postura di guardia, nell’abbassare il proprio baricentro e nello spostare il peso sulla gamba mancina, mantenuta arretrata rispetto alla destra, la figlia di Lafra restò per un istante immobile, ad osservare l’avversaria tornata alla propria posizione eretta, quasi come se a lei volesse offrire indifferenza, assenza di ogni preoccupazione per ogni capacità offensiva. Ben lontana dall’enfasi di un’età più giovanile, da quell’impeto che di fronte a simile reazione avrebbe offerto sicuramente un sentimento irritato, distraendola pertanto dalla concentrazione necessaria per la riuscita del proprio scontro, ella ignorò tranquillamente il giuoco psicologico condotto a proprio discapito, inspirando ed espirando ritmicamente, in maniera controllata, al fine di mantenere il proprio corpo pronto all’azione.

« In guardia… » ebbe premura di avvertire la controparte, senza ulteriori sorrisi, senza ironia o divertimento.

E l’azione non mancò, in una rapida inversione di presa sull’arma che vide la punta della sua spada rivolgersi ora nella stessa direzione del proprio braccio, del gomito, per impegnarsi rapida in una successione di nuovi colpi sgualembri alternati ora a falsi sgualembri, che guidarono la lama sempre in traiettorie diagonali dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto, per cercare in tal senso di porre in difficoltà l’avversario e violarne la guardia in quel momento apparentemente inesistente.
Ancora una volta, però, Midda non si fece trovare impreparata e dal fittizio riposo proposto rapida si condusse ad uno schema difensivo, tentando di schierare unicamente la spada in propria difesa ma, nella successione variegata posta in suo contrasto, dovendo anche ricorrere al proprio braccio destro, in nero metallo, per non rischiare la sconfitta. I gesti offerti contro di sé si proposero agonisticamente perfetti, dimostrando la sincera preparazione fisica e mentale che in quegli anni avevano trasformato la bionda ragazzina impaurita in una donna in grado di offrire difesa a sé senza incertezze, senza timori. La bravura imposta in quei gesti non sarebbe potuta essere mistificata: Heska non stava gettando la propria spada in modo disorganizzato davanti a sé, non stava proponendosi con gesti raffazzonati e se anche, per assurdo, una propria parata fosse venuta meno, la lama avversaria non avrebbe mai offertole un grave danno come sarebbe potuto avvenire laddove la competenza di simili gesti fosse stata negata. Anche se la sua spada o il suo braccio non avessero offerto protezione al corpo, la mercenaria sarebbe stata, probabilmente, al più graffiata da quelle offese, non essendo alcun desiderio, in quel confronto, di un reciproco danno.

« Sì… » ripeté, alla conclusione di quella nuova serie di attacchi « Ti sei decisamente allenata. »

Senza concedere possibilità di tregua, di recuperò all’avversaria, non ritenendo ancora possibilità di stanchezza fisica dopo così poco, Midda rispose immediata e rapida nei confronti di Heska, ora non imitandone più i gesti come già avvenuto prima ma concedendole, al contrario, dritti e rovesci tondi, con movimenti ampli della propria spada in direzione parallela al suolo. E quando la bionda, in opposizione a tali attacchi, offrì nuovamente una serie puntuale di parate, la mercenaria decise per una mossa meno cordiale, forse meno corretta, ma sicuramente rappresentativa della realtà, del mondo che non avrebbe concesso ad Heska o a nessun’altra, ella stessa inclusa, la possibilità di un duello leale, di una sfida regolamentare, disputata nel rispetto dell’avversaria: modificando, pertanto, improvvisamente la traiettoria di un proprio colpo ormai terminato, l’anziana donna offrì un inatteso montante, spazzando l’aria dal basso verso l’alto per cogliere impreparata la compagna e porre fine a quella competizione.
Un colpo perfetto, rapido ed efficace, che la figlia di Lafra, però, negò nuovamente, offrendo nuove conferme alla preparazione di cui si era fatta vanto: per nulla sorpresa da quel gesto, nel mantenere costante il proprio sguardo fisso negli occhi di ghiaccio dell’avversaria ben sapendo che vano sarebbe stato il tentativo di seguire con i propri occhi, con la propria vista le sue azioni, Heska si spostò rapidamente di lato, ad evitare le conseguenze altrimenti negative di un simile movimento. Ed approfittando dell’occasione offertale, senza perdere tempo, si spinse a sua volta contro l’avversaria, contro il ventre della stessa offertosi scoperto in quel frangente, attaccandola non con la propria lama ma con il pugno della mancina, libero dalla spada.
E il colpo non mancò il proprio obiettivo, ritrovando sinceramente spiazzata la mercenaria, la quale per un istante vide il proprio fiato venir meno nella violenza di quel gesto, di quell’offesa: aveva voluto giocare con nuove regole, in un confronto più realistico, e l’avversaria non le aveva proibito tale possibilità, adattandosi altresì rapidamente in simile confronto, a tale volontà. Il fatto, poi, che non la spada quanto una semplice percossa le fosse stata offerta in quel momento, si propose altresì più lesivo per la sua autostima di quanto non avrebbe avuto piacere di ammettere: Heska, in simile azione, aveva chiaramente voluto dimostrare di essere in grado di arrivare a lei, di superare le sue difese, ma senza ancora porre fine allo scontro, definire la propria vittoria nello spargimento del primo sangue accordato. L’allieva, che mai era stata tale, si stava dimostrando fin troppo simile alla sua maestra, non solo quasi pareggiandone le abilità ma, anche, eguagliandone lo stile beffardo.
Ma la sfida era ancora aperta in conseguenza di quella scelta, di quel pugno che alcun sangue aveva versato, e, in un simile scenario, inequivocabilmente chiarito da tale gesto, solo il massimo impegno avrebbe individuato la vincitrice, in contrasto con le prerogative iniziali.

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