11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

venerdì 26 dicembre 2008

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K
irsnya: unica capitale portuale fondata sotto l’egemonia kofreyota, successivamente trasferita sotto il controllo tranitha con la caduta del regno di Kofreya e la vittoria dell’alleanza fra Y’Shalf e Tranith, essa si presentava ormai ben diversa da come trent’anni prima si era offerta allo sguardo di una giovane e, forse, troppo illusa Heska.
Dove un tempo un’amplia ed incredibile cinta muraria galleggiante si concedeva in sfida al mare per la difesa della città da ogni possibile invasore, rendendo addirittura il porto accessibile solo a coloro che fossero stati autorizzati non diversamente da un qualsiasi ingresso terrestre, con l’arrivo del governo tranitha, al potere delle maree, alla forza delle acque era stato restituito il proprio onore, il giusto rispetto, vedendo quella colossale e, forse, blasfema opera dell’ingegno umano abbattuta a concedere, nuovamente, un libero accesso all’incredibile dedalo di moli in pietra. Laddove, infatti, con Kofreya la politica si era da sempre proposta particolarmente paranoica e xenofoba in quel particolare territorio, vedendo l’area dell’urbe come riservata a pochi eletti, sotto il controllo di Tranith anche Kirsnya si era ritrovata soggetta ad una mentalità più aperta, più pacifica, rivolta principalmente al commercio e alla pesca ancor prima che al dominio e al potere militare, la forza imposta all’interno e all’esterno per ribadire un vano e assolutamente effimero concetto di supremazia.
Se, però, la barriera proposta sul fronte marino era stata demolita, quale segno del cambiamento dei tempi, dell’evoluzione avvenuta in quelle terre, molti altri restavano ancora i simboli del passato kofreyota di quella capitale, a partire dalla più imponente cinta muraria presente sul fronte terrestre, per proseguire dall’architettura geometrica e regolare, desiderosa di ritrovare in ogni edificio, in ogni erezione, una struttura predominata da spigoli ed angoli scoperti. Alte torri ancora si concedevano sprezzanti verso il cielo, quasi in sfida agli dei e ad ogni umano limite, memoria e retaggio di coloro che un tempo si proponevano quali i dominatori di quei confini, le grandi famiglie nobiliari che, di generazione in generazione, per secoli, avevano posto il proprio nome nella storia della città e di tutta la provincia. Accanto ad esse, però, mischiati ad edifici memoria di un periodo ben diverso rispetto a quello attuale, nuove costruzioni erano sorte rapidamente, unendosi a quelle preesistenti e proponendo, accanto a strutture regolari in bianca pietra e legno, i colori brillanti di mille smalti e le forme fantasiose e mai ripetitive proprie dello stile tranitha. Come già a Seviath, Lysiath ed altre grandi città di Tranith, così anche in Kirsnya, pertanto, il nuovo ordine aveva completamente sovvertito quello precedentemente costituito, non solo da un punto di vista meramente umano, ma addirittura anche architettonico.
In un’analisi prettamente sociale, infine, ancor più irriconoscibile sarebbe stata la capitale nel confronto con il proprio corrispettivo passato: là dove un tempo un’oligarchia fondata sul diritto di sangue, sul privilegio ereditario anche in assenza di un qualsiasi reale valore umano, capacità concreta di impegnarsi in tale attività, sarebbe stata presente, ora si concedeva una più liberale concezione del potere fondata sulle potenzialità personali degli individui, sull’attitudine dei singoli ad ergersi al di sopra della massa, spingendosi oltre a ciò che sarebbe stato attendibile da essi, dalle loro esistenze, dalla loro vita. Nella concezione tranitha, poi, simile meritocrazia ritrovava il proprio metro di giudizio nell’oro, vedendo la casta nobiliare non più costituita in virtù di meriti dinastici quanto, altresì, in conseguenza di meriti economici, fondandosi sul capitale personale, e ritrovando in questo i più ricchi mercanti ed armatori quali detentori del potere politico sull’urbe nella speranza che essi riuscissero ad amministrare i beni di tutti con la stessa capacità, lo stesso impegno posto nella gestione dei propri possedimenti. Non una città assolutamente perfetta, come mai sarebbe del resto potuta divenire vedendo la propria stessa base essere costituita da normali uomini e donne, mortali e fallibili, ben lontani da ogni concetto di ineffabile valore, di illuminato pensiero, ma comunque un posto probabilmente migliore rispetto al passato, dove lo straniero non sarebbe stato temuto e giudicato aprioristicamente in quanto tale, ma sarebbe stato ben accolto e trattato con il giusto rispetto.

Dopo gli eventi che l’avevano veduta come tragica protagonista in quella stessa città, Heska, pur essendosi proposta come una fra le poche delle sue compagne di disavventura ad essersi completamente ristabilita, aveva mantenuto un umano e comprensibile sentimento avverso nei confronti di Kirsnya, preferendo evitare, nei limiti del possibile, la frequentazione della medesima. Per tale ragione, rare erano state le occasioni che in quegli ultimi tre decenni l’avevano ritrovata veleggiare in simile direzione, verso tale porto, e forse solo per simile sentimento ella era riuscita a sopravvivere al marito, purtroppo scomparso in mare proprio nel corso di un viaggio di lavoro avente, fra le altre, anche quella come propria tappa.
Ritrovare ad osservare, dalla prua della nave, il panorama offerto da Kirsnya, però, si propose assolutamente diverso, a livello emotivo e psicologico, nell’essere in piedi accanto a Midda Bontor, sua sorella, amica e salvatrice: fare ritorno a simile porto sembrava porsi quasi come il completamento di un lungo percorso di crescita personale incominciato proprio in quel luogo, accanto a lei, trent’anni prima, il coronamento della propria maturazione che la vedeva ora, fiera ed eretta, sempre accanto lei, propria ispiratrice e maestra di vita, armata al fianco della propria spada, forgiata da suo padre alla notizia della sua imminente nascita.
Nonostante l’età ormai non più giovanile e nonostante le sue spalle, le sue braccia ed in generale tutto il suo fisico in quegli anni si fosse trasformato, temprato nel duro lavoro di fabbro e negli allenamenti a cui si era costantemente sottoposta, Heska si concedeva, effettivamente, ancora una donna ricca di fascino, forse addirittura maggiore rispetto a quanto avrebbe potuto concedere a diciannove anni, ancora troppo giovane ed immatura fisicamente e psicologicamente. I suoi occhi blu, intensi come il mare, si proponevano sicuramente più interessanti, più ammalianti rispetto a quelli azzurro ghiaccio della propria compagna di viaggio, troppo distaccati questi ultimi da ogni senso di umanità, da ogni emozione mortale ed i suoi capelli, pur castigati nel corto taglio, incorniciavano con aria sbarazzina il suo viso. Il corpo, in quell’occasione, si concesse rivestito in maniera sobria, pratica ma non per questo priva di un’eleganza di fondo, forse anche esaltata da forme più piene di un tempo, nella maternità, ormai lontana, che aveva lasciato fianchi e seni addolciti rispetto al passato. Una maglia nera, attillata, alta fino al collo ma priva di maniche, stringeva il suo busto, appena visibile, in questo, unicamente nell’allacciatura lasciata aperta di una casacca bianca, posta al di sopra della stessa: larghe e comode, le forme di quest’ultima, si stringevano unicamente ai suoi polsi, con laccetti atti a mantenere in pratico ordine simile abbigliamento, pur lasciando libertà in un largo orlo attorno alle sue mani. Attorno alle gambe, poi, corti pantaloni blu scuro ridiscendevano fino all’altezza dei polpacci e lasciando, al di sotto di tale confine, spazio a comodi sandali, allacciati in un lungo intreccio da lì fino alle caviglie.

« Insieme abbiamo lasciato trent’anni fa questa città come fuggiasche… clandestine coperte dal favore delle tenebre… » sorrise Midda, osservando l’espressione enigmatica sul volto della compagna che avrebbe potuto significare tutto ed il contrario di tutto, nei troppi sentimenti contrastanti che in quel momento affollavano ovviamente il cuore della stessa « … e ora stiamo tornando come eroine. » aggiunse, non mancando di offrire una certa nota d’ironia sul termine scelto per indicarle.
« “Eroine”, dici? » replicò Heska, aggrottando la fronte a quella contestabile scelta lessicale « Forse il termine più corretto dovrebbe essere “vecchie folli”… »
« Darei il mio braccio sinistro per avere la tua età, ragazzina. » affermò con aria sorniona la mercenaria « In tal caso sarei riuscita a batterti a tempo debito ed ora non saresti qui a lamentarti tanto. »
« Non mi sto assolutamente lamentando. » negò l’altra, scuotendo il capo « Arriverò alla fine di questa storia al tuo fianco, con la tua spada… con la mia spada. » si corresse, immediatamente « Ciò non toglie che sia da folli l’idea di affrontare tutto questo da sole alla nostra età. »
« Mmm… » commentò serafica la Figlia di Marr’Mahew, tornando a volgere lo sguardo al porto ormai sempre più vicino a loro, alla loro rotta « Ho per caso mai detto che saremmo state sole in questa missione? Non mi pare… »
« Cosa intendi dire?! » domandò la donna, rendendosi conto del possibile errore compiuto nel dare per scontato quel particolare non rivelato.
« Nulla di più di quanto non abbia già detto… » sorrise l’altra, crogiolandosi poi al sole del meriggio.

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