11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Doh... era da un po' che non aggiornavo le news... e nel frattempo ha fatto in tempo a esserci la conclusione della 50° avventura (Il tempo del sogno), l'inizio e la conclusione della 51° avventura (Giochi di guerra) e l'inizio della 52°... L'uomo incapace a morire.

Buona lettura!... e buone ferie a tutti!

Sean, 16 agosto 2018

giovedì 25 dicembre 2008

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« B
el colpo. » si complimentò Midda, sincera, in conseguenza dell’impatto subito « Ti ricordavo decisamente più esile… »
« Ho trascorso più di due decenni della mia vita a plasmare il metallo a colpi di martello sull’incudine, per forgiare spade, picche, tridenti e quant’altro… » rispose Heska, senza desiderio di lode ma, semplicemente giustificando la propria attuale condizione fisica « Non potrei più essere esile neanche se lo volessi… e non lo voglio. »
« Sai… quasi mi manca la dolce Heska che conoscevo trent’anni fa. » scosse il capo la mercenaria, piegando poi il collo a destra e a sinistra per sciogliere i muscoli contratti delle spade « E’ triste pensare che in questo mondo non vi sia spazio per una come eri tu… »
« Conosci fin troppo bene le ragioni per cui la dolcezza mi è stata negata. » affermò mestamente l’altra, tornando ad assumere una posa di guardia per non sottovalutare l’avversaria in quelle chiacchiere.
« Sì, infatti. Ed è proprio per questo che non posso che dispiacermene… »

Il commento offerto dalla Figlia di Marr’Mahew si propose assolutamente trasparente delle proprie emozioni, dei propri pensieri: quelle parole esprimevano sinceramente, senza secondi fini, ciò che ella aveva nel cuore e nella mente, nell’inevitabile tristezza che non avrebbe potuto evitare di provare al pensiero del cambiamento radicale a cui Heska si era dovuta sottoporre per sopravvivere, per combattere gli orrori riservati dal fato anche ad un’abitante di un’isola serena e tranquilla come quella.

« Comunque non credere che per un semplice colpo come questo tu ti sia guadagnata il diritto di seguirmi. » proseguì, dopo un istante di silenzio « Dovrai fare molto di più… »
« Che strano punto di vista il tuo. » sorrise la controparte, restando composta nella propria guardia « Io pensavo che dovessi essere tu a guadagnarti il diritto di poter impugnare la mia spada… »

E, con quelle parole, che rispetto ponevano reciprocamente senza per questo rimettersi in soggezione dell’avversario, il duello riprese.
Quello che, se entrambe le parti in causa si fossero proposte più giovani, dotate di corpi più vigorosi, sarebbe stato uno scontro fisico e mentale, in quel frangente si concesse altresì quale uno scontro mentale e fisico: ogni colpo condotto, da una parte o dall’altra, appariva studiato con la massima precisione, al fine di ridurre lo spreco di energia e incentivare le possibilità di riuscita; ogni parata offerta, da una parte o dall’altra, mostrava assoluto controllo, al fine di sfruttare maggiormente la forza dell’avversario rispetto alla propria. Entrambe, Midda più di Heska, erano lontano dalla loro giovinezza, dal pieno vigore dei propri corpi, ma questo non propose un incontro meno che appassionante, che avrebbe stupito chiunque attorno a loro, se vi fosse stato qualcuno ad assistere a tali gesti, a simili movimenti.
La mercenaria, abbandonando il velo di sicurezza ostentato all’inizio, vide con il progredire del tempo il proprio corpo assumere guardie sempre più strette, sempre più compatte, intervenendo puntualmente con la lama nella mancina e con il metallo della destra per bloccare ogni colpo avversario, consapevole di non poter godere di risorse illimitate come mai, in effetti, aveva avuto modo di fare. Neppure trent’anni prima, nello sfidare chi non evidentemente inferiore, in capacità ed esperienza a sé, si sarebbe mai concessa il lusso di sprecare le proprie energie, impegnare vanamente il proprio tempo o la propria azione: ora, a maggior ragione, non avrebbe potuto permettersi l’esecuzione di alcun gesto se non a ragione veduta, nel desiderio di non restare stremata prima del tempo, di non segnare in tal modo la propria sconfitta nell’ammissione della propria insufficienza rispetto al passato, a ciò che era stata e che, secondo i dettami della natura stessa, mai sarebbe potuta tornare nuovamente ad essere.
La figlia di Lafra, dal proprio punto di vista, per quanto più giovane dell’avversaria, per quanto minor tributo allo scorrere del tempo aveva avuto modo di offrire, non commise alcun errore di sopravvalutazione nei propri riguardi, nei riguardi delle proprie energie o delle proprie azioni: per quasi trent’anni, nella propria famiglia, aveva esaltato il mito di Midda Bontor, della Figlia di Marr’Mahew, narrandone le eroiche gesta, ponendo in luce il suo nome e le sue doti ed ora, proprio in virtù di simile fama e dell’ammirazione verso la stessa, non voleva rischiare di agire in maniera sconclusionata, non voleva porsi quale responsabile della propria sconfitta. Ella non cercava la vittoria sulla compagna per gloria personale, per provare a sé o ad altri qualcosa in tale successo, o, peggio, per mortificare la stessa controparte, per vederla sminuita nel proprio valore, nelle proprie energie: ella stava combattendo unicamente per permettere alla mercenaria di comprendere di non doverla lasciare indietro, di non doverne rifiutare la presenza.

« Quando sei stanca avvertimi… » si premurò di sottolineare la mercenaria, rivolgendosi alla sua avversaria laddove comunque ella non sembrava offrire presagi di un simile stato fisico « Non vorrei ferirti gravemente per una tua distrazione. »
« Non preoccuparti per me. » replicò l’altra, offrendo un sorriso in risposta « Potrei continuare così per tutto il giorno… »
« Io pure. » riprese la prima, concedendole a sua volta il proprio sorriso « Prepariamoci a far notte, quindi, nella speranza che i tuoi nipotini non si preoccupino troppo per la tua assenza… »

Ma al di là delle parole pronunciate fra le due contendenti, il proseguimento di quello scontro non poté evitare di far emergere stanchezza su entrambi i lati: le spade, infatti, dopo essersi a lungo incrociate senza tregua, iniziarono a creare ampie fontane di scintille ad ogni incontro, nell’inevitabile stanchezza di colpi sempre meno controllati; i corpi, poi, dopo non esserci concessa alcuna requie, incominciarono a ricorrere sempre più spesso ad ogni genere di espedienti per imporsi sulla controparte, con pugni o calci; e, in tutto questo, l’affanno si propose chiaro per le due donne, nel ritrovarsi ad essere praticamente equivalenti, in un combattimento che non avrebbe potuto avere né vinti né vincitori, non almeno nella volontà di non ricercare eccessivo e reciproco danno. Uno scontro come quello in corso, paradossalmente, si stava concedendo infatti ancor più estenuante di quanto non sarebbe altresì stato un incontro mortale: nella volontà di non rischiare di procurare danni permanenti all’avversaria, di non provocarne addirittura il decesso, sia a Midda sia a Heska stava venendo richiesto uno sforzo eccessivamente prolungato, superiore a quello che sarebbe stato nel ricercare semplicemente la morte reciproca.
E all’imbrunire, quando il sole apparve sempre più lontano a ponente, sempre più vicino al proprio giacilio notturno, le due anziane donne si concessero sfinite ma ancora in lotta, con tempi di recupero sempre più lunghi, con pause ricercate e concesse sempre maggiori, con movimenti sempre più lenti e pesanti, ma apparentemente tutt’altro che decise a lasciar perdere, ad ammettere la fine in pareggio di quell’epico confronto.

« Ora basta… »

La richiesta fu levata da parte della mercenaria, la quale praticamente senza fiato, invocò il termine del conflitto alzando la propria mano destra, sussurrando quelle due parole, solo apparentemente semplici da pronunziare in un simile contesto. Ed Heska, per tutta risposta, nonostante forse avrebbe avuto in ciò ragione di esultanza, motivo per considerarsi dominatrice sull’altra, replicò semplicemente lasciando prima ricadere la propria lama e poi il proprio stesso corpo a terra, nell’impossibilità a mantenere ulteriormente il controllo sulle proprie membra: non resa, però, fu interpretata quell’azione, laddove immediatamente dopo, nel ritrovare simile accettazione, la stessa Midda si lasciò a sua volta sdraiare al suolo, bramosa di riposo per quanto mai lo avrebbe voluto ammettere.
E, in tal modo, dopo troppe ore di confronto e di scontro, dopo troppe ore di assoluto equilibrio fra le due parti in gioco, il tutto trovò la sua naturale conclusione, in un pareggio forse inevitabile ma non per questo meno che incredibile.

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