11 gennaio 2008 - 11 gennaio 2018: dieci anni con Midda's Chronicles!

Midda Bontor: donna guerriero per vocazione, mercenaria per professione.
In una realtà dove l'abilità nell'uso di un'arma può segnare la differenza fra la vita e la morte
e dove il valore di una persona si misura sul numero dei propri avversari uccisi,
ella vaga cercando sempre nuove sfide per offrire un senso alla propria esistenza.


Dall'11 gennaio 2008, ogni giorno un nuovo episodio,
un nuovo tassello ad ampliare il mosaico di un sempre più vasto universo fantastico...
... in ogni propria accezione!

Scopri subito le Cronache di Midda!

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Con l'episodio 2500 (che già dovrebbe essere ragione di festeggiamenti), si conclude Come ai vecchi tempi, quarantanovesima avventura della saga "regolare".
Da domani, con l'episodio 2501, avrà inizio la 50° avventura della lunga corsa di Midda's Chronicles, dal titolo Il tempo del sogno.

Buona lettura!... e, come sempre, grazie!

Sean, 29 marzo 2018

mercoledì 11 maggio 2011

1211


« M
a… » tentò di obiettare ella, rivolgendogli ora uno sguardo stupito, realmente sorpresa da quella sua proposta da parte propria neppur vagamente supposta, concepita, tale da prevaricare, in tal senso, ogni possibile offesa alla sua fierezza, alla sua dignità, al suo amor proprio, per così come temuto dall'altro « … tu faresti davvero questo per me? » domandò esitante, incerta fra come doversi rapportare con tale evento.
« Certo che sì. » annuì con convinzione egli, già colmando una prima cucchiaiata di ancor tiepida minestra e avvicinandola, con cura, alle sue labbra, stando ben attento a non rovesciarla « Vedi? Non è poi così difficile… » sorrise, a voler minimizzare il proprio ruolo accanto a lei, nell'invitarla ad accettare tale offerta.

E Midda, ancor disorientata, imbarazzata e pur, al contempo, anche affamata al punto tale da non poter certamente rifiutare un tal dono, dischiuse le proprie labbra ad accogliere quell'offerta, lasciandosi imboccare quasi fosse tornata a essere una bimba, un'infante ancor incapace di poter gestire, in autonomia, il proprio pasto. Un atto, il suo, che venne successivamente ripetuto per più e più volte, sino a quando, per lo meno, il fondo della scodella non venne praticamente lustrato dall'azione meticolosa del bambino a lei lì offertosi, in tal gesto, in simile atto, quale suo nuovo, inatteso e pur sinceramente apprezzato e gradito, amico.

« Grazie… » sussurrò al termine del pasto, ritrovando voce dopo un lungo intervallo di silenzio, nel corso del quale nessuna affermazione degna di essere proferita le era venuta in mente a caratterizzazione di quel momento, di quella cena che, negli anni a venire non sarebbe da lei stata più dimenticata « … io… io sono in debito con te, Salge Tresand. »
« Non dirlo neppur per scherzo. » la rimproverò sorridendo egli, stringendosi fra le spalle a non voler offrire il benché minimo valore a quanto avvenuto « Questa è la vita a bordo di una nave: oggi io aiuto te, domani tu aiuti me. » le volle poi spiegare, con parole che, nuovamente, dimostrarono un'insolita saggezza in una figura ancor tanto giovane « Un equipaggio non è mai un semplice gruppo di persone che lavorano e vivono insieme, ricordatelo. Un equipaggio è, innanzitutto, una famiglia. E i membri di una famiglia sono sempre pronti a sostenersi reciprocamente, tanto nel bene, quanto nel male. »

Per quale ragione parole tanto semplici, concetti sì ovvi da apparire quasi retorici, risultarono sorprendenti e, persino, ammalianti alle orecchie della piccola Midda? Per quale ragione ciò avvenne, ove pur ella, credo non vi siano dubbi a tal riguardo, aveva ricevuto la benedizione degli dei nel nascere e crescere in una meravigliosa famiglia che a lei e a sua sorella mai avevano negato serenità e pace, riconoscendo loro, nei limiti delle propri possibilità, la migliore fra tutte le infanzie che mai avrebbero potuto desiderare o immaginare? Tanta avrebbe dovuto essere giudicata l'ingratitudine nella bambina verso la propria famiglia, al punto tale da giungere a scoprire simili verità solo in compagnia di un gruppo di perfetti estranei, ai quali si era aggregata per semplice capriccio?
Non commettete, ve ne prego, l'errore di condannare troppo rapidamente il comportamento della nostra ancor immatura protagonista in conseguenza di questi eventi, ove, se a posteriori, in grazia del famigerato senno di poi e, ancor più, con la freddezza e il distacco tipico di uno spettatore non partecipe ai fatti, troppo semplice sarebbe agire in tal senso. Abbiate, invece, il cuore e l'accortezza di cercare di calarvi nelle ridotte vesti della bambina e di osservare, senza ipocrisia, il mondo per così come allora da lei visto.
Sovente capita, nella vita di chiunque e senza eccezione alcuna, di godere di molti piccoli o grandi doni a noi concessi in maniera assolutamente gratuita, talvolta persino immeritata, dagli dei, benedizioni per le quali non solo trascuriamo di rendere necessario grazie, ma, addirittura e ancor peggio, ci dimostriamo del tutto indifferenti alla presenza delle quali, quasi, nelle nostre esistenze, avessero da essere riconosciute quali atti dovuti e non straordinari privilegi negati ad altri. L'affetto di un genitore, l'amore incondizionato di un figlio, la dolce premura di un amante, così come il calore dei raggi del sole a illuminare le nostre giornate, la freschezza di una lunga sorsata d'acqua, il piacere di un boccale di frizzate vino rosso, il sapore di uno qualunque fra i nostri piatti preferiti o di un tozzo di pane, e, ancora e paradossalmente, il semplice risveglio mattutino: questi, e molti altri, sono abitualmente, e stolidamente, eventi da noi vissuti con noncuranza, non per concreta malizia da parte nostra, quanto perché, nell'esser ormai assuefatti alla loro costanza, alla loro quotidianità, ci appaiono quietamente consueti, ovvi, scontati e, in ciò, quasi blasfemia a dirsi, privi di un reale valore. Valore dei quali, purtroppo e tragicamente, ci è data occasione di maturare coscienza solo in maniera tardiva, quand'ormai, nostro malgrado, simili doni ci sono stati sottratti, revocati, negati.
Quanti fra voi, onestamente, hanno saputo riconoscere il valore incommensurabile derivante dalla presenza, nelle proprie vite, di uno o di entrambi i propri genitori, con il loro affetto, con la loro talvolta eccessiva, soffocante e pur amorevole premura, prima che tutto ciò potesse essere irrimediabilmente negato dall'ultimo, triste e pur inevitabile appuntamento della vita di ognuno? Quanti fra voi, sinceramente, hanno saputo godere della gioia di un consueto pasto quotidiano, sia esso, per i più abbienti, quello di calda carne ancor sanguinante cotta sul fuoco sfrigolante, sia esso, per altri, quello di un pur gustoso piatto di patate e fagioli, accompagnato dalla fragranza del pane di giornata, prima di ritrovarsi a patire, per un giorno, per una settimana o ancor più, i feroci morsi della fame? O, ancora, quanti fra voi, senza ipocrisia alcuna, sono in grado, ogni giorno, di apprezzare l'incredibile possibilità a noi concessa nel quotidiano risveglio, ignorando come neppur esso possa considerarsi consueto, ovvio, scontato e privo di reale valore, ove oggi ci è dato di vivere ma, domani, chissà…?
E se pochi, pochissimi, o, probabilmente, alcuno, fra voi, può affermare in tutta onestà di riconoscere l'incredibile dono, la meravigliosa benedizione a noi concessa in ognuno dei casi da me appena citati, e in molti altri che ho omesso non per minor importanza, ma per non impormi, a voi, con eccessivo moralismo, con quale coraggio ritenete possa essere corretto condannare una bambina di dieci anni per una propria egual mancanza in tal senso?
No. Ve ne prego. Non siate troppo severi nel condannare la piccola Midda per la sostanziare irriconoscenza da lei allora implicitamente dimostrata nei riguardi della propria famiglia e dei propri parenti nel confronto, altresì, con quella che, a bordo della Fei'Mish, le si stava presentando quale una nuova famiglia. Perché, al di là di ogni leggenda, oltre ogni mito, non di eroina ineffabile e infallibile, invincibile e immortale qui sto cantando, quanto, piuttosto, di comune donna, straordinaria nelle vittorie da lei conseguite, nei risultati da lei ottenuti, sì, e pur comune nelle proprie emozioni, nella propria quotidianità, nel proprio essere e nel proprio, inevitabile, errare. E se proprio è vostra volontà, ora, evidenziare il suo sbaglio, per lo meno così sia allo scopo non di esprimere giudizio a suo discapito, quanto, piuttosto, di trarre insegnamento per voi stessi, e per le vostre vite, affinché quanto pur da lei compiuto non venga, da parte vostra, replicato.

« Ciò non toglie che tu, e non altri, mi sia stato ora vicino… » commentò la bambina, riprendendo voce nei riguardi del proprio interlocutore e, in tal senso, agendo al fine di non permettergli, nuovamente, di minimizzare il valore del proprio intervento.
« Ma… » tentò di obiettare Salge, salvo essere interrotto dalla propria interlocutrice, irrefrenabilmente slanciata nella propria dichiarazione.
« Hai lavorato anche tu tutto il giorno. Probabilmente sarai sfinito anche tu come e forse ancor più di me. Io sono, qui fra voi, solo una clandestina, un impiccio quantomeno sgradito. Ma, nonostante tutto, tu mi sei rimasto vicino e mi hai aiutato, arrivando, persino, a imboccarmi per permettermi di mangiare. » evidenziò ella, in un elenco estremamente puntuale di quanto appena occorso « Per tutto questo, ripeto, io sono in debito con te. E lo resterò sino a quando non avrò compiuto qualcosa di altrettanto importante per te. » sentenziò in maniera definitiva e priva di possibilità di replica da parte sua, offrendo, in tali parole, serio riferimento a tutti quei vincoli d'onore caratteristici di un'ampia maggioranza di canzoni e di ballate che, ascoltate accanto a Nissa dalla voce del padre, della madre o dei nonni, l'avevano fatta sognare per anni, probabilmente persino influenzando quella sua attuale ricerca di autodeterminazione lontana da casa.

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